Raccolta delle Olive in Palestina: poche olive, molti coloni e soldati!

di Sonia Valentini, Assopacepalestina, Roma.

Sonia ha partecipato al progetto organizzato ogni anno a partire dal 2010 da AssopacePalestina, Un Ponte per.., Servizio Civile Internazionale, Ipri- Rete CCP, Centro studi Sereno Regis per la protezione dei contadini palestinesi alla raccolta delle olive.

vedere: https://raccogliendolapace.wordpress.com

La coltivazione di ulivi è da secoli fonte di sussistenza nonché pilastro fondante della cultura e tradizione palestinese. L’industria dell’olio d’oliva rappresenta infatti un quarto del PIL nazionale nel settore agricolo.

La zona di Nablus e Salfit, a nord dei Territori Occupati, si è distinta nella produzione d’olio sin dal 1700, diventando uno dei centri più rinomati e d’eccellenza in tutta la Palestina.

L’occupazione israeliana tuttavia, ha inevitabilmente colpito anche questo settore attraverso restrizioni sempre più dure per l’accesso alle terre, confisca e furto dei terreni, attacchi da parte dei coloni.

Il villaggio di Burin dove ci troviamo non fa eccezione. Burin fino agli inizi degli anni 2000, rappresentava insieme al villaggio di Asir Shmalyya uno dei maggiori centri per la produzione di olio d’oliva e per la raccolta di queste ultime.

L’impianto di tre insediamenti illegali nelle colline che circondano il villaggio ha inevitabilmente portato ad un aumento di tensioni, incursioni e attacchi. Dal 2006 ad oggi il villaggio ha perso 16000 alberi d’olivo in seguito ad azione violente da parte dei coloni e furto di terra da parte dei soldati che arbitrariamente confiscano terreni privati dichiarandoli zone militariIl 75 % del villaggio si trova in Area C, sotto totale controllo militare e amministrativo israeliano, il 25 % in Area B sotto controllo amministrativo palestinese e controllo militare israeliano.

Il villaggio di Burin

Tale distinzione nel caso di Burin, come per molti altri villaggi nei Territori, risulta totalmente priva di riscontro pratico dal momento che il villaggio è continuamente soggetto ad incursioni e retate da parte dell’esercito che lo usa come terreno per esercitazioni militari. Infatti, a soli 10 minuti da qui sulla strada che porta a Nablus si trova il campo di addestramento militare di Huwwara.

Neanche la stagione della raccolta delle olive che al nord inizia verso metà Ottobre, è stata risparmiata dalla morsa dell’occupazione.

Qui nel villaggio di Burin la nostra presenza rappresenta un aiuto non indifferente per tutte quelle famiglie che posseggono ulivi a ridosso degli insediamenti.

I primi due giorni vengono scanditi da vicende più grandi di noi. Un giovane palestinese ha ferito un soldato israeliano per vendicare l’uccisione di un suo compagno da parte dell’esercito. Le ripercussioni sulla viabilità e sull’atmosfera della zona sono immediate. Nel ritorno a casa da una prima raccolta nel villaggio di Yasuf, incontriamo ben sei checkpoint.

Giunti a Burin notiamo che tre camionette dell’esercito sono già al centro della città, stanno cercando il ragazzo, noi prendiamo una strada alternativa dopo aver seguito i consigli di alcuni shabab per strada e riusciamo a tornare a casa.

La situazione rimane tesa anche nel corso della serata. I militari hanno dichiarato Burin zona militare chiusa almeno fino al mattino seguente. Mentre ceniamo un rumorosissimo drone sorvola le nostre teste, i traccianti gli mostrano la via durante la notte. L. ci spiega che probabilmente l’indomani i contadini non andranno ai loro campi, hanno paura di essere fermati dai soldati.

Al nostro risveglio apprendiamo con stupore e un certo sgomento che il ragazzo si è consegnato spontaneamente all’esercito israeliano. Penso ingenuamente che questo dovrebbe alleggerire il controllo asfissiante dei militari, ma la maggior parte dei contadini ha paura ad avvicinarsi alle proprie terre. Uno di loro però viene convinto da G. e decide comunque di andare. Non capita tutti i giorni di avere le braccia di 15 persone in più e il loro sostegno in caso di pericolo.

Prima di partire, i responsabili locali per la raccolta G. e L. ci danno alcuni consigli e avvertimenti.

I contadini per raccogliere nelle terre a ridosso degli insediamenti hanno bisogno di un permesso da parte dell’esercito israeliano, permesso che viene rilasciato in maniera totalmente arbitraria e per periodi brevissimi. L. mi dice che un permesso collettivo era stato concesso per due giorni prima del nostro arrivo quando non era ancora momento di raccolta.

Ci spiegano che la nostra meta è ai piedi della collina sulla quale sorge l’insediamento di Yitshar, meglio noto come la colonia più violenta ed estremista di tutta la Cisgiordania. Sui nostri volti si legge la tensione per questa prima uscita, tensione che viene tuttavia alleggerita dal caloroso benvenuto di Abu Ahmad, un omone sulla sessantina.

Raccogliere le olive si rivela essere davvero un lavoro duro, ma a fine giornata sento di apprezzare quella fatica che stordisce il mio corpo. Il momento della raccolta è il culmine del legame che si instaura fra un contadino e i suoi ulivi, è l’identità palestinese che ha radici profonde, secolari e che riesce a germogliare nonostante la siccità che la circonda.

I giorni successivi torniamo ai piedi della colonia di Yitshar, questa volta con la famiglia di Nasser e Randa. Con noi c’è anche Rabi’a, il figlio e i loro due nipoti.

La stagione delle olive qui ha un valore socio culturale profondo perché è vissuta come un momento in cui tutta la famiglia si riunisce, come notiamo non solo dalla presenza dei nipoti di Nasser e Randa ma anche dalle chiamate che quest’ultima continua a scambiarsi con i suoi genitori in Giordania, per renderli partecipi della gioia e della fatica di queste giornate.

Una volta terminata la raccolta nei terreni più a valle, Nasser ci invita a scalare la collina per raggiungere degli alberi che si trovano più in cima. Siamo davvero vicini all’insediamento, ma ci concentriamo sulle olive cercando di essere il più rapidi possibile.

Dopo una mezz’ora la quiete viene interrotta dalle parole di Bilal “Aja el jeesh” “Sono arrivati i soldati”.

Erano giorni che ci preparavamo all’evenienza, ma l’arrivo dell’esercito israeliano ci coglie alla sprovvista. Intimano a Nasser e a Bilal di andarsene, perché per oggi il loro tempo è finito, senza dar loro alcuna motivazione. Ci chiedono i passaporti, facciamo finta di averli dimenticati a casa ma a Bilal non va così bene.

Gli chiedono la carta d’identità e la fotografano, il che non è mai un buon segno. Bilal prova a chiedere spiegazioni: “Perché avete fotografato il mio ID? Quando possiamo tornare a raccogliere? Perché ci state cacciando dalla nostra terra?”
La risposta del soldato è sempre la stessa e poco collaborativa: “Non lo so.”

I tre in uniforme sono giovanissimi, avranno vent’anni al massimo, ma tengono con arroganza l’arma fra le loro mani. Nasser potrebbe essere loro padre ma non sembrano essere in grado di alcun tipo di empatia, eseguono degli ordini senza chiedersi se siano giusti o meno. Randa si accorge del nostro turbamento e mi ripete che è normale, che sono abituati e che non dobbiamo preoccuparci perché l’importante è essere riusciti a raccogliere la maggior parte delle olive. Mi strappa un sorriso, e ancora mi sorprendo dinnanzi all’imperterrito ottimismo palestinese.

 

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