Donne in prima fila reclamano i loro diritti a costo della vita.

Isra Saleh el-Namey

The Electronic Intifada, 9 giugno 2018

Donne palestinesi in prima linea durante le proteste della Grande Marcia del Ritorno a Gaza. Hanno fornito sostegno logistico, realizzato attività culturali e rischiato la vita in quanto giornaliste e medici. Mahmoud Ajour APA Images

Islam Khreis ha lanciato parecchie pietre ai soldati israeliani negli ultimi tempi.

“Questi sono giorni storici” afferma la giovane gazawi di 28 anni. “In questo modo stiamo urlando al mondo intero che non abbiamo mai dimenticato il nostro legittimo diritto di tornare alle città e ai villaggi che ci son stati strappati”.

Lanciare pietre è un semplice atto di resistenza per i Palestinesi. È un modo simbolico di affrontare una delle nazioni più militarizzate della terra.

Ed è la tattica che hanno adottato anche alcuni dimostranti che hanno preso parte alla Grande Marcia del Ritorno, una serie di proteste organizzate per chiedere il ritorno dei Palestinesi in quelle terre dalle quali furono espulsi forzatamente nel 1948.

Nonostante la maggior parte delle fotografie scattate nelle ultime proteste ritragga soprattutto ragazzi nell’atto di lanciare pietre, Khreis è una di quelle donne che hanno usato anche la fionda. In realtà, era attiva in molti modi diversi: prestava primo soccorso ai manifestanti feriti dai cecchini israeliani e, in qualità di studentessa di giornalismo alla Al Aqsa University di Gaza, intervistava i manifestanti anche se, non essendo accreditata, non aveva la protezione di una scritta Press sui vestiti.

Khreis sente di fare squadra con quegli uomini che si avvicinano al confine che separa Gaza dall’odierno Israele. Più di 100 manifestanti pacifici sono stati uccisi da Israele dall’inizio, il 30 marzo, della Grande Marcia del Ritorno.

“Mi si spezza il cuore a vedere giovani morire dopo esser stati colpiti dai proiettili dei cecchini israeliani” dice Khreis. “Questa è la diretta conseguenza dell’ingiusto embargo imposto su Gaza. Se questi giovani avessero un lavoro decente, una buona educazione, dei servizi di base e la libertà di movimento, non avrebbero mai deciso di andare incontro alla morte”.

Ovviamente anche molte donne e ragazze sono state ferite durante le proteste.

Una ragazzina, Wesal al-Sheikh Khalil, è stata uccisa durante la manifestazione del 14 maggio. E all’inizio di giugno, l’infermiera ventunenne Razan al Najjar è stata colpita a morte mentre soccorreva i feriti.

“Messaggio chiaro”

Mariam Mattar, 16 anni, è stata colpita ad una gamba durante una recente manifestazione. In quell’occasione teneva in mano una bandiera palestinese.

“Ho perso i sensi” ha detto a Electronic Intifada. “Quando mi sono svegliata, ero in un letto d’ospedale”.

Nonostante la ferita, Mattar è fermamente convinta che sia giusto protestare. “Vogliamo dare un messaggio chiaro al mondo intero,” ha detto. “Il popolo palestinese sogna il giorno in cui potrà tornare alle proprie case. Speriamo che ciò avvenga presto.”

L’ampio uso da parte di Israele di gas lacrimogeni, un’arma chimica che a Gaza viene spruzzata sui manifestanti con i droni, ha colpito inevitabilmente anche le donne.

Amani Abu Jidian ha partecipato con i suoi figli alle recenti manifestazioni che si tengono il venerdì.

“I miei due figli sono voluti andare ogni venerdì,” dice. “So che è pericoloso, perciò per essere sicura che restassero al sicuro e non andassero troppo vicini al confine li ho accompagnati mentre si avvicinavano alla linea di demarcazione. Non ho mai distolto lo sguardo da loro.”

L’11 maggio, Abu Jidian si trovava in una delle tende montate a sostegno alla protesta quando c’è stato un attacco con gas lacrimogeni.

“Ho avuto la sensazione di soffocare” ci dice.

Insegnare le tradizioni

Anche se le tende non forniscono alcuna reale protezione, hanno dimostrato di essere importanti luoghi di aggregazione.

Maryam Abu Zubayda, 63 anni, preparava il cibo per i manifestanti nelle tende. Piatti tradizionali come il maftoul -il couscous palestinese- o il sumaghiya, uno stufato di ceci e manzo.

Girando tra le diverse tende, ha cantato canzoni nazionali e ha ricamato a sostegno dei dimostranti.

“Per me è un ottimo modo per trascorrere del tempo coi miei amici” ha riferito a Electronic Intifada. “E allo stesso tempo è importante insegnare e trasmettere le nostre tradizioni alla prossima generazione, così da preservarle per il futuro.”

Maryam ha portato la sua nipotina Farah di sette anni alla tenda, in alcuni di questi giorni. Da queste visite, Farah ha imparato canzoni come “Zaareef al-Tool”, un lamento per quelle città e villaggi che i Palestinesi hanno dovuto abbandonare forzatamente nel 1948.

“Mi piace, dopo che ho finito i miei compiti, andare alla tenda con la nonna,” dice Farah. “Mi diverto molto a stare lì”.

Quando Israele ha attaccato i manifestanti, sono state le donne a curare i feriti. Ma l’assassinio di Razan al-Najjar e, prima di lei, di Mousa Abu Hassanein, ha portato alla ribalta i rischi che i paramedici devono affrontare.

Anwar Mohammed, un’infermiera di 26 anni, ha prestato primo soccorso ai manifestanti colpiti.

“Il nostro lavoro è stato davvero difficile nelle ultime settimane” afferma. “Abbiamo dovuto trattare un altissimo numero di feriti”.

Anwar lavorava in un ospedale da campo ma a volte le è stato chiesto di avvicinarsi al confine per fornire un’assistenza di emergenza.

“La pressione e lo stress che sopportiamo sono incredibili, soprattutto durante i venerdì di protesta”, ha aggiunto.

Il coraggio che ha mostrato le è valso il rispetto di tutti.

“Vedere infermiere donne in prima linea è stata una sorpresa per i manifestanti” ha detto ad Electronic Intifada. “Ci siamo messe in pericolo per aiutare a salvare vite altrui. Ma dopo poco tempo i manifestanti si sono abituati a noi. Ascoltavano le nostre istruzioni e le rispettavano.”

Isra Saleh el-Namey

Isra Saleh el-Namey è una giornalista di Gaza.

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Traduzione di Sonia Valentini

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