Porre fine alla complicità dell’UE nel mantenimento delle colonie illegali e in altre gravi violazioni dei diritti umani.

di Omar Barghouti

Testo dell’intervento che Omar Barghouti ha tenuto il 7 marzo 2018 al Parlamento Europeo su invito dalla parlamentare portoghese Ana Gomes.

 

 

La politica di Israele è ormai sfociata apertamente nell’estremismo di destra, come dimostra l’attuale inasprimento nella brutalità dell’occupazione militare e della repressione. Nonostante le sue dichiarazioni retoriche, l’Unione Europea (UE) non ha rispettato gli obblighi previsti dal diritto internazionale nei confronti del progetto israeliano di colonizzazione. Così facendo, l’UE si rende di fatto complice dell’esistenza e della continuazione dell’occupazione israeliana e delle violazioni dei diritti dei Palestinesi. Solo un’efficace azione da parte della società civile europea può porre fine a questa complicità dell’UE, dando un contributo significativo al raggiungimento di una pace giusta e completa nella regione.

Le gravi infrazioni del diritto internazionale commesse da Israele devono far scattare una serie di sanzioni da parte dell’UE –il più grande partner commerciale di Israele– e di tutti i suoi stati membri. A dichiararlo è la sentenza del 2004 della Corte Internazionale di Giustizia: per garantire il rispetto delle norme umanitarie internazionali e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, è fatto divieto agli stati europei di riconoscere in alcun modo il progetto di insediamento israeliano e di fornirgli alcuna forma di aiuto che possa facilitare il mantenimento della situazione illegale che ne deriva.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) afferma che commerciare con gli insediamenti illegali di Israele e con le compagnie coinvolte nel progetto di insediamento, è una violazione da parte dell’Unione Europea sia dell’obbligo di non riconoscimento che quello di non assistenza.

L’UE mantiene una rete di relazioni con compagnie, banche e istituzioni israeliane coinvolte profondamente in violazioni dei diritti umani. Queste relazioni includono accordi militari, sviluppo di armi, transazioni interbancarie e commercio con le colonie.

Ad esempio, l’UE importa ogni anno beni dalle colonie israeliane per un valore stimato di 300 milioni di dollari, oltre 17 volte la media annuale dei beni importati dalla Palestina tra il 2004 e il 2014.

Attraverso il programma di ricerca Horizon 2020, l’UE ha approvato oltre 200 progetti con compagnie israeliane, tra cui Elbit Systems e Israel Aerospace Industries, entrambe accusate di stretta complicità con i crimini di guerra israeliani e di possibili crimini contro l’umanità. Un’altra destinataria dei fondi UE è la Technion University, uno dei principali centri israeliani per lo sviluppo di armamenti usati in azioni criminali ai danni della popolazione civile palestinese.

Le banche europee continuano ad avere rapporti di affari con le banche di Israele, nonostante il ruolo primario di queste ultime nel finanziamento, nella fornitura di servizi e più in generale nel supporto alle attività delle colonie illegali israeliane. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch, “le imprese che continuano a fare affari all’interno delle colonie o a beneficio di esse, si sottraggono alle proprie responsabilità umanitarie.”

Nonostante le pressione di centinaia di associazioni civili e ONG europee e più di 60 membri del Parlamento Europeo, l’UE si è ostinatamente rifiutata di rispettare la clausola sui diritti umani inclusa nel suo Accordo di Associazione con Israele. Questo rifiuto persiste nonostante che l’anno scorso un’agenzia delle Nazioni Unite abbia pubblicato un rapporto secondo cui Israele ha stabilito un regime di apartheid ai danni dell’intera popolazione palestinese. È opportuno ricordare che secondo il diritto internazionale, l’apartheid è al secondo posto tra i crimini più gravi contro l’umanità.

Se i diritti dei Palestinesi si possono considerare oggi come la cartina di tornasole per il rispetto dei diritti umani –come dice il celebre giurista sudafricano John Dugard– l’UE ha fallito questo test. Limitarsi a etichettare alcuni prodotti illegali provenienti delle colonie israeliane, anziché bandirli in toto, è visto dai Palestinesi come l’ennesima inadempienza da parte dell’UE nel rispettare la legge europea e la legge internazionale.

Nonostante l’UE voti sempre compatta a sostegno delle risoluzioni ONU a favore dei diritti dei Palestinesi, ivi compreso il diritto al ritorno dei rifugiati, e bolli come illegali le colonie israeliane, queste posizioni di principio non si sono tradotte in concrete misure nei confronti di Israele.

Al contrario, l’UE ha adottato rapidamente sanzioni contro la Russia dopo l’annessione della Crimea, una violazione che impallidisce di fronte agli oltre 50 anni di occupazione militare di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. Nulla può giustificare una simile ipocrisia.

Il governo di estrema destra di Israele getta la maschera

Secondo un recente sondaggio della BBC che prende in esame diversi paesi del mondo, Israele è al quart’ultimo posto per popolarità ed è visto negativamente da oltre il 60% dell’opinione pubblica inglese, francese e spagnola. Tra le cause vi sono i legami sempre più palesi tra il regime di Israele e l’estrema destra mondiale, inclusi movimenti per la supremazia della razza bianca e addirittura gruppi antisemiti negli Stati Uniti e in Europa. Le politiche xenofobe di Trump, che includono la registrazione su base etnica, il bando dei Musulmani e dei rifugiati e l’edificazione di un muro di separazione con il Messico, si basano proprio sul modello di Israele.

Sempre più persone nel mondo –inclusi cittadini americani, tedeschi, inglesi, italiani e francesi, che continuano ad armare Israele con le loro tasse– si stanno mobilitando secondo la propria coscienza per porre fine alla complicità dei propri governi nei crimini di Israele.

Cruciale è il sostegno degli Ebrei americani (e più in generale dell’opinione pubblica USA) per una politica che chieda a Israele di render conto delle sue responsabilità. Secondo un sondaggio del 2014 di J Street, il 46% degli Ebrei maschi americani non ortodossi sotto i 40 anni è a favore del completo boicottaggio di Israele perché metta fine all’occupazione, mentre un sondaggio del 2016 della Brookings Institution rivela che quasi la metà degli Americani è favorevole a sanzioni contro Israele perché blocchi gli insediamenti illegali.

Grazie al sostegno senza precedenti di Trump e del Congresso alle politiche fanatiche di occupazione, colonialismo d’insediamento e apartheid, il regime di Israele è diventato così ubriaco di potere da aver gettato la sua esile e logora maschera di democrazia, rinunciando alla farsa di sostenere una “soluzione a due stati” e salutando l’ascesa al potere di Trump come un’occasione unica per seppellire il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione.

Il governo israeliano, considerato “il più razzista” della sua storia, continua a commettere gravi crimini contro la popolazione nativa della Palestina, con un’arroganza e un’impunità senza precedenti, così da alienarsi le simpatie dei liberali occidentali, da sempre colonna portante del suo sostegno in Occidente, che per anni ha permesso Israele di non dar conto delle sue responsabilità nei confronti del diritto internazionale.

Israele sta intensificando la confisca di terre per la costruzione di nuove colonie illegali e del suo muro, in Cisgiordania e soprattutto a Gerusalemme Est.

Sta stringendo la morsa letale del decennale assedio di due milioni di Palestinesi a Gaza, negando loro l’accesso ai servizi di base, persino le matite e gli strumenti musicali. Vengono contate le calorie per persona che vengono introdotte nella Striscia, con lo scopo di mantenere la popolazione sull’orlo della fame; o, per dirla con le parole di un ufficiale israeliano, “per tenerli a dieta”. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite, grazie a queste politiche Gaza diventerà invivibile entro il 2020.

Israele sta consolidando quello che persino il Dipartimento di Stato americano aveva definito come “un sistema di discriminazione istituzionale, legale e sociale” nei confronti dei cittadini palestinesi nell’odierno Israele, un sistema sostenuto da più di 65 leggi razziste. Lo scorso anno le forze armate israeliane hanno demolito il villaggio beduino di Umm al-Hiran, nel Naqab (Negev), per costruire al suo posto un nuovo insediamento per soli Ebrei, battezzandolo, chissà perché, “Hiran”.

Israele rifiuta inoltre di prendere atto dei diritti (riconosciuti a livello internazionale) dei Palestinesi in esilio, per la maggior parte rifugiati, che rappresentano il 50% dell’intera popolazione palestinese.

Alla luce di questa Nakba senza fine e dell’incapacità da parte della comunità internazionale a guida americana ed europea di garantire i diritti palestinesi previsti dal diritto internazionale, nel 2005 è stato lanciato il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per i diritti palestinesi, nato da un’ampia coalizione della società civile palestinese. Lo scopo è quello di porre fine all’occupazione di Israele del 1967, al suo sistema di discriminazione razziale legalizzata e di garantire il diritto dei rifugiati palestinesi di rientrare nelle case e nelle terre da cui sono stati scacciati e spossessati fin dalla Nakba del 1948.

Questi sono tre diritti basilari, che corrispondono ai tre principali segmenti della popolazione palestinese: coloro che abitano la striscia di Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est (38% della popolazione, secondo le statistiche del 2016), i Palestinesi cittadini d’Israele (12%) e gli esuli (50%). Più dei 2/3 dei Palestinesi sono rifugiati o sfollati.

Fortemente ancorato alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il movimento BDS si oppone categoricamente ad ogni forma di razzismo e discriminazione razziale, inclusi antisemitismo, razzismo di colore e islamofobia. L’identità di una persona, secondo il movimento, non deve in alcun modo minare i suoi diritti fondamentali. Il BDS colpisce la complicità, non l’identità.

Sostenere che il boicottaggio di Israele sia intrinsecamente antisemita non è solo falso, ma lascia intendere erroneamente che Israele e “gli Ebrei” siano la stessa cosa. Questo è assurdo e bigotto, come se il boicottaggio di un paese auto-definitosi “stato islamico” come, ad esempio, l’Arabia Saudita, a causa dei suoi orrendi precedenti circa i diritti umani, della discriminazione istituzionalizzata nei confronti delle donne o dei suoi crimini di guerra in Yemen, dovesse essere automaticamente considerato una forma di islamofobia.

Poiché non c’è nulla di ebraico nel regime di assedio, pulizia etnica e oppressione di Israele, è evidente che non c’è nulla di intrinsecamente anti-ebraico in un movimento non violento che combatte secondo la morale per porre fine a tale ingiustizia. Il sostegno al BDS sta infatti crescendo notevolmente tra i giovani millennials ebrei di tutto il mondo e gli attivisti BDS ebrei israeliani svolgono oggi un ruolo chiave nel movimento.

Il BDS trae ispirazione dai movimenti trasversali per la difesa dei diritti dei rifugiati, dei migranti, delle donne, dei lavoratori, dei Neri, dei Musulmani, degli indigeni di ogni nazione e delle comunità LGBTQI, oltre che dai movimenti per il controllo del cambiamento climatico.

Il movimento BDS è sostenuto dalla quasi totalità della società palestinese. Il mese scorso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) –unico legittimo rappresentante del popolo Palestinese– ha dichiarato il suo sostegno al BDS ed ha lanciato un appello perché vengano applicate sanzioni contro Israele.

L’impatto del BDS

L’impatto strategico del movimento nonviolento BDS a difesa dei diritti dei Palestinesi è ormai ampiamente riconosciuto dalla dirigenza israeliana.

Il dicembre scorso la famosa cantante neozelandese Lorde ha cancellato un concerto che doveva tenere a Tel Aviv. È diventata così la più coraggiosa artista di punta della sua generazione nel rispettare i picchetti del boicottaggio culturale palestinese. In risposta a una aggressiva campagna diffamatoria orchestrata contro di lei negli Stati Uniti da lobbisti israeliani, più di un centinaio di artisti famosi, incluse alcune star hollywoodiane, ha firmato una lettera in suo sostegno pubblicata dal Guardian.

Dei 26 attori nominati agli Oscar nel 2016 a cui erano stati offerti costosi viaggi di propaganda pagati dal governo israeliano, nessuno, ad oggi, ha accettato l’offerta.

Alcune delle maggiori Chiese degli Stati Uniti, inclusa la Chiesa Metodista Unita, la Chiesa Presbiteriana e la Chiesa Unita di Cristo, hanno disinvestito dalle banche israeliane o da corporazioni internazionali cointeressate, come Caterpillar, HP e G4S, a causa del loro coinvolgimento nell’occupazione israeliana.

Ancor prima che le Nazioni Unite pubblichino la lista delle imprese coinvolte negli insediamenti illegali di Israele, alcune importanti corporazioni multinazionali, come Veolia, Orange, CRH e G4S hanno subìto –negli ultimi anni– perdite considerevoli sia finanziarie che d’immagine, a causa di un’efficace campagna BDS in Europa, negli Stati Uniti, nel mondo arabo o in America Latina. Come risultato, queste corporazioni hanno sospeso, completamente o quasi, il loro coinvolgimento nelle violazioni israeliane della legge internazionale. Hewlett Packard (HP) deve affrontare la valanga di una campagna globale BDS, con molte Chiese statunitensi e il Sindacato Nazionale degli Insegnanti (NUT) in Gran Bretagna, che hanno annunciato di essere “HP-free”.

Importanti fondi mondiali di investimento in Norvegia, nei Paesi Bassi, in Danimarca e altrove hanno ritirato i loro investimenti dalle banche israeliane o da corporazioni internazionali implicate nelle violazioni dei diritti umani di Israele

Nel 2017, il municipio di Barcellona ha annunciato alcune misure per porre fine alla complicità con l’occupazione israeliana. Questo è avvenuto dopo che, negli ultimi due anni, dozzine di consigli comunali in tutta la Spagna si sono dichiarati “Zone Libere dall’Apartheid Israeliano”.

Alcune tra le maggiori confederazioni sindacali internazionali, come la norvegese L.O. si sono unite al movimento BDS nel 2017.

Associazioni accademiche e decine di associazioni studentesche negli USA, in Gran Bretagna, Cile, Sudafrica, Canada, tra gli altri paesi, hanno votato a favore di varie iniziative BDS.

La prestigiosa Università Cattolica di Lovanio in Belgio ha recentemente annunciato che si ritirerà dalla “Law Train”, un progetto di ricerca particolarmente inquietante, finanziato con fondi dell’Unione Europea, che si occupa di sviluppare tecniche di interrogatorio per delinquenti comuni con la collaborazione della polizia israeliana e del Ministero Israeliano della Pubblica Sicurezza. Questi due enti israeliani sono stati accusati da difensori dei diritti umani di essere profondamente coinvolti in omicidi extragiudiziari e nella tortura di prigionieri palestinesi, bambini inclusi, oltre ad altre serie violazioni delle leggi internazionali.

Il Ministero della Giustizia portoghese è stato il primo a ritirarsi da questo progetto, nel luglio 2016. Venticinque autorevoli studiosi di diritto hanno pubblicato un parere legale che conferma l’illegalità del progetto “Law Train” a causa del coinvolgimento degli enti israeliani in serie violazioni del diritto internazionale.

Il nuovo maccartismo di Israele

Poiché aveva perso parecchie battaglie nel tentativo di conquistarsi un sostegno popolare, nel 2014 Israele ha adottato una nuova strategia “top-down” per combattere il BDS, rimpiazzando la precedente e inefficace tecnica con cui lottava contro il movimento soltanto pubblicizzando il brand israeliano e facendo propaganda contro il BDS.

Evocando fantasmi maccartisti, la nuova strategia israeliana impiega battaglie legali e spionaggio massicciamente finanziato per indebolire, o addirittura mettere fuori legge, chi sostiene pacificamente il BDS. Israele ha perfino assunto un grande studio legale per intimidire e ridurre al silenzio gli attivisti BDS in Nord America, in Europa e altrove, oltrepassando le “linee della legalità”, come ha segnalato un avvocato israeliano che ne dato l’allarme.

Un disperato ministro del governo israeliano ha creato una “unità diffamatoria” per infangare i Palestinesi, gli Israeliani e i difensori internazionali dei diritti umani coinvolti nel movimento BDS, mentre un altro ci ha pubblicamente minacciato di un “assassinio civile mirato”. Amnesty International ha condannato tali minacce.

Una legge anti-BDS vieta attualmente l’ingresso in Israele alle organizzazioni che sostengono il BDS o che, semplicemente, si battono per un boicottaggio selettivo nei confronti degli insediamenti israeliani. Il Ministero israeliano degli Affari Strategici anti-BDS sta ora lavorando ad una “lista nera” di Israeliani attivi in una qualsiasi forma di BDS.

Glenn Greenwald ha definito alcuni tentativi fatti da Israele e dalle sue lobbies di criminalizzare la solidarietà con i Palestinesi –soprattutto nelle sue forme più efficaci di BDS­– “la più grande minaccia alla libertà di parola nel mondo occidentale”.

In ogni caso, Il movimento BDS sta vincendo alcune significative battaglie contro il maccartismo israeliano. L’Unione Europea, i governi di Svezia, Irlanda e Paesi Bassi, il Parlamento della Svizzera e della Spagna, Amnesty International, l’Associazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), Human Rights Watch, l’Internazionale Socialista, L’Unione per le Libertà Civili Americane (ACLU), tra le altre, hanno tutte difeso il diritto al boicottaggio di Israele, in quanto ciò ha a che fare con la libertà di parola

ACLU, che ha condannato l’applicazione della legge anti-BDS in Texas in quanto “oltraggiosa violazione del Primo Emendamento (della Costituzione Americana) che ricorda i giuramenti di fedeltà di epoca maccartista”, ha recentemente vinto una battaglia legale contro la legislazione anti-BDS dello Stato del Kansas, cosa senza precedenti in una Corte Federale.

Nel 2016, Federica Mogherini, capo della diplomazia europea, ha affermato: “L’Unione Europea rimane ferma nel proteggere la libertà di espressione e la libertà di associazione, in linea con la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che si applica sul territorio degli Stati membri dell’UE, incluse le azioni relative al BDS, che si svolgono su questo territorio.”

Seguendo la medesima linea di pensiero, il governo olandese ha confermato che promuovere il BDS è un atto protetto di libertà di parola, “onorato dalla Costituzione olandese e dalla Convenzione Europea sui Diritti Umani”. Ha anche respinto richieste di punire il BDS sulla base del fatto che il BDS stesso avrebbe rappresentato una “discriminazione” nei confronti di Israele, sostenendo che “i diritti umani, inclusa la proibizione di discriminare, hanno l’esplicito scopo di proteggere individui [e] gruppi di individui. Sulla base della libertà di parola è permesso richiedere che un governo applichi delle sanzioni contro un altro governo”.

Sempre nel 2016, assestando un serio colpo alla guerra repressiva di Israele nei confronti del movimento BDS, una dichiarazione rivoluzionaria di più di 200 studiosi di legge di 15 paesi europei, inclusi giudici che avevano precedentemente prestato servizio in Corti Internazionali, ha sostenuto i diritti del BDS, affermando che:

“Gli Stati che mettono fuori legge il BDS minano questo basilare diritto umano e minacciano la credibilità dei diritti umani, nel momento in cui esonerano un particolare stato dalla possibilità di essere richiamato con mezzi pacifici ad adeguarsi alle leggi internazionali.”

Conclusione

Noi Palestinesi apprezziamo il sostegno europeo al nostro attaccamento alla nostra terra, ma non cerchiamo carità, bensì solidarietà. Quantomeno, ci aspettiamo che l’Unione Europea non ci danneggi.

La media di 300 milioni di euro che l’Unione Europea dà ai Palestinesi ogni anno finanzia in gran parte l’occupazione israeliana e serve a mascherare la continua complicità dell’UE nel mantenerla. Inoltre, impallidisce in confronto al costo dell’occupazione per l’economia palestinese, che, nel solo 2010, ha raggiunto circa 7 miliardi di dollari, circa l’85 % dell’intero PIL stimato della Palestina.

I Palestinesi chiedono ai membri progressisti del Parlamento Europeo, così come ai parlamenti dei singoli stati europei e alla società civile europea, di intensificare la pressione sull’Unione Europea perché adempia ai suoi obblighi verso i Palestinesi, sotto l’egida della legge internazionale, adottando almeno le seguenti azioni:

  1. Bandire l’importazione di prodotti di Israele e di altre compagnie che operino illegalmente nei territori occupati.
  2. Sospendere l’Accordo di Associazione tra Unione Europea e Israele fino a che Israele non si attenga al secondo punto, che esige il rispetto dei diritti umani.
  3. Mettere in atto la raccomandazione del Consiglio Europeo sulle Relazioni Internazionali di bloccare tutte le transazioni finanziarie con le banche di Israele che sostengono l’occupazione, inclusi il muro e gli insediamenti.
  4. Smettere di prender in considerazione la possibilità di importare gas naturale o energia elettrica da Israele, visto il saccheggio delle risorse di energia della Palestina e i seri rischi di natura legale, finanziaria e di sicurezza connessi con una simile azione.
  5. Imporre un embargo militare bidirezionale nei confronti di Israele, come è stato fatto contro il Sud Africa dell’apartheid, che includa il taglio dei finanziamenti a tutte le compagnie e università israeliane coinvolte nella ricerca militare che consente ad Israele di commettere crimini di guerra.

L’arcivescovo Desmond Tutu, già leader sudafricano contro l’apartheid, ha detto una volta: “Se siete neutrali in situazioni di ingiustizia, avete scelto la parte dell’oppressore”. Ben lontana dall’essere “neutrale”, l’Unione Europea consente all’oppressore di portare a compimento le sue ingiustizie. È arrivato il momento di porre fine a queste complicità e di mantenere viva la speranza che un giorno potremo tutti vivere in dignità, libertà, giustizia e pace autentica.

Omar Barghouti è un difensore dei diritti umani palestinese ed è il co-fondatore del movimento BDS. Gli è stato assegnato, a parità, il premio Ghandi per la Pace nel 2017

http://www.aurdip.fr/towards-ending-eu-complicity-in.html?lang=fr

Traduzione di Matteo Cesari e Anna Maria Torriglia

A cura di AssopacePalestina

, ,

No comments yet.

Lascia un commento