Quale futuro per la Palestina?

di Ramzy Baroud

Al Jazeera, 18 gennaio 2018

Un giovane palestinese durante la manifestazione tenutasi a Gaza in occasione
dell’anniversario della Nakba il 15 maggio 2014.

È ora di voltare pagina.

La decisione del presidente USA Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato di Israele non è certo stata una sorpresa per la maggior parte dei Palestinesi, perché il sostegno politico e finanziario degli Stati Uniti all’apparato militare israeliano risale ormai a molto prima dell’occupazione della Palestina da parte di Israele. Tuttavia la decisione di Trump ha finalmente smascherato la farsa del cosiddetto “processo di pace” e ha contemporaneamente rivelato quanto la dirigenza palestinese sia corrotta, asservita e politicamente fallimentare.

Se la dirigenza palestinese fosse solo minimamente affidabile, avvierebbe immediatamente una completa ristrutturazione dei suoi apparati, chiamerebbe a raccolta tutte le istituzioni dell’OLP riunirebbe tutte le fazioni sotto l’egida dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per esprimere una strategia unitaria ispirata dagli ideali e dai sacrifici del popolo palestinese.

Se i Palestinesi vogliono un nuovo inizio devono ripartire da un dibattito politico innovativo, con nuova linfa politica e una nuova prospettiva basata sull’unità, sulla credibilità e sulla competenza. Niente di tutto ciò potrà mai accadere con le solite vecchie facce, il solito linguaggio frusto e le solite strategie politiche senza via d’ uscita.

Dopo che il 6 dicembre 2017 Trump ha firmato la legge per il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, molti intellettuali palestinesi si sono espressi su quale linea di condotta la leadership e la popolazione palestinese debbano assumere e molto si è parlato circa una nuova strategia palestinese. I rappresentanti dell’Autorità Palestinese hanno ‘minacciato’ di spostare l’obiettivo della lotta e di puntare sulla soluzione a uno solo stato –in contrapposizione all’ormai defunta ‘soluzione a due stati’– di estromettere gli USA dal ‘processo di pace’ e così via; ma c’è ben poco che faccia pensare che queste non siano le solite posizioni passeggere e opportunistiche.

In questo articolo ho raccolto le opinioni di 14 intellettuali palestinesi indipendenti, residenti in Palestina o appartenenti alla diaspora. Sebbene essi siano di provenienze diverse, appartengano a diverse scuole di pensiero e a diverse generazioni, molte sono le idee che li accomunano. I Palestinesi chiedono un cambiamento o meglio, come dice il famoso storico Salman Abu Sitta, intervistato più avanti, vogliono “tornare alle radici”.

Tornare alle radici

Salman Abu Sitta, storico e presidente della Palestine Land Society.

Il disastro di Oslo, vecchio ormai di 26 anni, dovrebbe aver insegnato a coloro che lo hanno causato una o due cose su come si governa. Dovrebbe anche aver insegnato ai Palestinesi a lottare in prima persona per i propri inalienabili diritti nella loro terra di Palestina. Ma nessuno sembra avere imparato la lezione.

La conquista più importante del popolo palestinese negli ultimi 70 anni è stata dimostrare che noi non siamo poveri rifugiati che hanno bisogno di cibo, di un rifugio e di un lavoro. Noi siamo il popolo della Palestina da Ras al-Naqura a Umm Rashrash. Abbiamo un Consiglio Legislativo Palestinese (PNC) i cui membri sono eletti secondo i patti nazionali del 1964 e del 1969. Abbiamo anche un esecutivo dell’OLP eletto dal Consiglio Legislativo.

In questo momento non abbiamo bisogno di inventarci né una nuova Palestina né una nuova strategia nazionale. Abbiamo bisogno invece di sgombrare il campo dagli errori di Oslo, che hanno danneggiato la causa palestinese più di quanto abbia fatto la dichiarazione di Balfour.

Abbiamo bisogno che 13 milioni di Palestinesi, metà dei quali sono nati dopo Oslo, vengano rappresentati da un Consiglio Legislativo Palestinese frutto di nuove elezioni da cui possa nascere una nuova leadership giovane, efficiente e pulita. Dobbiamo sostenere con forza la Conferenza Popolare dei Palestinesi della diaspora che si è costituita a Istanbul nel febbraio 2017 con gli stessi obiettivi.

Torniamo alle radici. Lamentarsi e addossare colpe agli altri non produce nulla di positivo. È tempo di fatti non di parole. Diamoci da fare in questo senso.

Chiamiamo a raccolta il popolo.

Lamis Andoni – scrittrice e giornalista, vive ad Amman, Giordania.

Il compito che ci sta di fronte è prima di tutto quello di riunire le forze di tutto il popolo palestinese, quello in Palestina e quello della diaspora, contro il cosiddetto “accordo del secolo” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che si sta rapidamente concretizzando sotto i nostri occhi. L’accordo di Trump altro non è se non un ennesimo tentativo di legittimare il controllo di Israele su tutti i territori della Palestina e delegittimare i diritti legali e storici dei Palestinesi, prima di tutto il diritto al ritorno in patria.

Invece di discutere se vogliamo la ‘soluzione a due stati’ o quella a ‘uno stato solo’, dovremmo concentrarci sulla riunificazione del popolo palestinese intorno all’obiettivo della liberazione della Palestina, smantellando il progetto sionista di colonizzazione che usa i metodi brutali dell’apartheid e della pulizia etnica per mantenerne il controllo.

Non si può ignorare l’urgenza di una rifondazione dell’OLP. I governi di Israele e degli Stati Uniti hanno fatto di tutto per distruggerla e ci sono riusciti. Lavoriamo allora per ricostruirla su basi più ampie e più inclusive e trasformiamola in un organismo rappresentativo di tutti i Palestinesi. Contemporaneamente, dobbiamo rifiutare la criminalizzazione della resistenza armata.

Il movimento BDS è un formidabile strumento di lotta, ma non può essere la sola forma di resistenza. Dobbiamo portare i dirigenti israeliani davanti alla corte internazionale dell’Aia perché vengano processati per i crimini di guerra che hanno commesso. Dobbiamo delegittimare l’occupazione e denunciare gli strumenti che usa, sfidare gli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e usare ogni mezzo legale per resistere alle pressioni di Israele e degli USA.

Ma prima di tutto dobbiamo smettere di dipendere dagli aiuti internazionali, soprattutto da quelli americani, che vengono usati per addomesticare le ONG e tenere in piedi l’Autorità Palestinese affidandole la funzione di poliziotto di Israele.

Sconfiggere il sionismo

Mazin Qumsiyeh – scrittore, scienziato e direttore del museo di storia naturale di Palestina, vive in Cisgiordania.

A qualcuno che una volta mi disse che stavamo ancora combattendo la battaglia persa della “soluzione a due stati”, risposi che questa battaglia era persa dall’inizio, un’illusione inventata a scopo propagandistici da David Ben Gurion nel 1920.

Io credo che esistano solo tre scenari possibili per la lotta anti-colonialista:

1) Il modello algerino, che ha costi molto alti, raramente raggiunge il suo scopo ed è difficilmente applicabile alla Palestina.

2) Il modello australiano, che rappresenta una relativa vittoria dei colonizzatori. Questo modello ha costi molto alti: nel caso dell’Australia il genocidio della popolazione autoctona.

3) Il modello adottato “nel resto del mondo” che è riuscito in America del Sud, America Centrale, Canada, Sud-Est asiatico, Sud Africa. Seguendo questo modello, una volta finita l’era coloniale si è creata una patria comune per tutti gli abitanti.

Il terzo modello è il solo che si potrebbe adottare in Palestina e sarebbe in grado di porre fine all’oppressione sionista. Io sono ottimista e penso che il sionismo non durerà. Noi, 12 milioni di Palestinesi e molti milioni di altri, sapremo far sì che questo accada quanto prima.

È giunta l’ora di riprenderci la lotta per la liberazione da coloro che ce l’hanno scippata.

Far risorgere l’OLP

Samaa Abu Sharar – giornalista e attivista, vive a Beirut, Libano.

I Palestinesi, ovunque essi si trovino, dovrebbero adottare un nuovo approccio alla causa palestinese se davvero vogliono contribuire alla sua riuscita. Dovrebbero:

1) Riunire tutti i gruppi di esperti in un’unica organizzazione che studi, valuti e quindi elabori una nuova strategia in grado di gestire l’attuale situazione palestinese.

2) Smantellare l’Autorità Palestinese e revocare gli accordi di Oslo.

3) Eleggere sotto l’egida dell’OLP una leadership giovane e alternativa, che rappresenti i Palestinesi ovunque essi si trovino e sia in grado di unirli tutti e lavorare per la creazione di un solo stato in cui i Palestinesi godano di tutti i diritti.

4) Incoraggiare tutte le forme di resistenza nei territori occupati, inclusa la resistenza armata (ammessa dal diritto internazionale) fino alla fine dell’occupazione.

5) Mobilitare i Palestinesi abbienti all’estero e creare un sistema di supporto morale e finanziario per i Palestinesi dei territori occupati, compresa Gerusalemme e i campi profughi all’estero.

È necessaria una terza Intifada.

Ibrahim Sahad – scrittore e accademico, vive nel Regno Unito.

Come ha detto il rappresentante dell’Autorità Palestinese Saed Ekerat “ Il gioco è cambiato”. E quando il gioco cambia devono cambiare anche i giocatori. In Palestina i giocatori ormai stagionati devono andare in pensione e far posto ad una nuova generazione più coraggiosa. Se Abbas e il suo entourage vogliono passare alla storia come uomini coraggiosi, devono uscire dalla scena politica lasciando il personale amministrativo per seguire gli affari correnti.

Mi rendo conto che questo gesto può creare grande scompiglio, soprattutto alla vigilia di una terza Intifada, ma non si può farne a meno.

Una terza Intifada è necessaria. Io sono certo che questo sia un passaggio indispensabile per costruire un unico stato democratico con uguali diritti per tutti, che garantisca il ritorno di tutti i rifugiati palestinesi.

Un unico stato per tutti.

Samah Sabawi – drammaturga pluri-premiata, scrittrice, poetessa e policy advisor dell’Istituto Al-Shabaka, vive in Australia.

La dirigenza palestinese sembra essersi incartata in un circolo vizioso, cerca disperatamente di salvare la ‘soluzione a due stati’ e si sforza di trovare un sostituto agli USA che faccia da mediatore del processo di pace. Ma l’avere un mediatore disonesto è stato solo uno degli svariati trabocchetti di un processo fin dall’inizio teso ad azzoppare la resistenza palestinese attraverso la dipendenza della popolazione dagli aiuti internazionali, ottenendo in cambio sicurezza e tranquillità per Israele.

Quello che l’Autorità Palestinese deve fare ora è cessare ogni collaborazione con Israele sulla sicurezza. Inoltre la vecchia guarda dell’ OLP deve cedere il passo alla generazione di giovani palestinesi in patria e nella diaspora, che siano in grado di guidarci in una lotta unitaria sui diritti civili per conquistare libertà, giustizia, uguaglianza.

Credo che i tempi siano maturi e che noi siamo pronti per cambiare la realtà di oggi –uno stato solo basato sull’apartheid– nel piano di un solo stato per tutti nel futuro.

Una strategia di compattezza internazionale.

Sam Bahour – Presidente di “Americans for a Vibrant Palestinian Economy,” con sede nella Palestina occupata.

Vedo la malaugurata dichiarazione di Trump da due punti di vista.

Come Americano, penso che la dichiarazione non avrebbe potuto danneggiare di più la già deteriorata reputazione dell’America nella regione. È bastato questo gesto per riaccendere sfiducia e riprovazione da ogni parte del mondo, riportare la violenza nelle strade della Palestina, e lasciare la porta aperta ad altri attori regionali, come la Turchia e l’Iran, per riempire il vuoto politico che si è creato.

D’altra parte, come Palestinese, vedo la dichiarazione di Trump come una conferma di ciò che i Palestinesi hanno detto per anni: che gli USA stanno dalla parte sbagliata del conflitto, come hanno fatto per 70 anni. Trump ha fornito al mondo l’occasione di agire una buona volta per mettere Israele di fronte alle sue responsabilità.

I Palestinesi hanno mostrato in tutto questo una straordinaria maturità politica nell’evitare la reazione istintiva di abbandonare la loro tradizionale strategia di compattezza internazionale verso la libertà e l’indipendenza in uno Stato di Palestina.

Sì alla resistenza popolare, no all’elitismo politico.

Yousef M Aljamal – Studente di dottorato all’Università di Sakarya, Middle East Institute, Turkey.

Il popolo palestinese dovrebbe adottare un triplice approccio.

1- La strategia palestinese si dovrebbe ora basare sulla costruzione di un fronte palestinese unificato, che rifletta le aspirazioni dei Palestinesi. Questo fronte non dovrebbe includere le elite del periodo precedente, perché quelle hanno dimostrato di essere una grande delusione per il nostro popolo. Questo fronte dovrebbe rappresentare tutti i Palestinesi, dovunque si trovino.

2- I Plestinesi devono smettere di chiedere una soluzione a due stati. Dovrebbero invece adottare una nuova strategia, basata sulla conquista di eguali diritti nel loro territorio e sulla punizione internazionale di Israele attraverso l’intensificazione del movimento BDS che si è dimostrato efficace negli ultimi 10 anni.

3- I Palestinesi dovrebbero dar vita a un movimento di resistenza popolare su larga scala contro l’occupazione israeliana, sfruttando il sostegno che la Palestina ha raggiunto in tutto il mondo per mettere Israele di fronte alle sue responsabilità per i crimini commessi contro il popolo palestinese.

Un’intifada internazionale.

Iyad Burnat – Capo del Comitato Popolare contro il Muro del villaggio di Bil’in, Cisgiordania.

Quello che oggi la gente chiama “il piano di Trump” non è affatto un piano di Trump, ma è piuttosto la continuazione del progetto sionista basato su “una terra senza popolo per un popolo senza terra.”

Questo è un piano per espellere la popolazione indigena dal territorio attraverso la pulizia etnica, al fine di costruire uno stato esclusivamente ebraico e porre fine a qualnque cosa che assomigli a una Palestina.

Per come la vedo io, l’unico modo per uscire dalla crisi è abolire l’Autorità Palestinese e istituire una leadership nazionale unificata che comprenda tutte le correnti della resistenza oltre alla base popolare. Una tale leadership potrebbe organizzare un’Intifada popolare in grado di attirare l’attenzione e il sostegno di molte persone in tutto il mondo: un’intifada internazionale!

L’obiettivo finale della causa palestinese dovrebbe essere un unico stato democratico in cui tutti vivono in libertà, giustizia e uguaglianza, un posto in cui anche i Palestinesi in esilio possano ritornare. In altre parole, la soluzione è una Palestina post-sionista in cui Musulmani, Cristiani ed Ebrei possano vivere in armonia, in sicurezza ed in pace.

Avanti a tutto vapore col BDS.

Randa Abdel-Fattah – Docente alla Macquarie University, Australia.

L’avanzata, in tutto il mondo, dell’estrema destra e del razzismo populista, unita all’indiscutibile smascheramento fatto da Trump della parzialità americana, ci offre l’occasione per riaffermare che la nostra causa per la liberazione non è “troppo complicata,” ma è molto chiaramente una causa anti-razzista, anti-colonialista e anti-apartheid.

Credo perciò che dobbiamo andare avanti a tutto vapore col movimento BDS, soprattutto per produrre drammatici cambiamenti nei rapporti internazionali, sia economici che commerciali, di Israele.

Il boicottaggio accademico e culturale getta le basi per stimolare consapevolezza ed azione per l’isolamento di Israele.

In definitiva, dobbiamo “seguire i soldi”. Se mobilitiamo una massa critica di sostegno da parte della società civile internazionale, specialmente nelle nazioni occidentali che collaborano con Israele (come il mio paese, l’Australia), possiamo far pressioni per sanzioni economiche e disinvestimenti.

Rifiutarsi di partecipare.

Haidar Eid – Attivista per lo stato unico e Professore Associato all’Università Al-Aqsa, Gaza.

Penso che occorra una strategia completamente nuova, che rompa con il sistema politico esistente, compresa l’opposizione “Oslo-izzata” e “ONG-zzata”. Una strategia che si rifiuti del tutto di partecipare al sistema politico attuale.

La crisi dell’attuale leadership, e anzi di tutti i partiti politici, è ormai così profondamente radicata che l’unico modo per risolverla può essere il rifiuto di partecipare all’attuale sistema politico palestinese. Altrimenti continueremo a trovarci davanti alcune opzioni insoddisfacenti, ognuna peggiore dell’altra e nessuna in grado di realizzare l’autodeterminazione e i diritti dei Palestinesi. Una di quelle opzioni insoddisfacenti è la soluzione razzista dei due stati che, ironicamente, è quasi riuscita a ottenere il consenso dei partiti politici esistenti.

La decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, s eguita dall’approvazione da parte del Likud di una mozione che permettere di annettere la maggior parte della Cisgiordania, ci hanno fatto capire qual’è il vero volto del cosiddetto “processo di pace” e del mito dell’indipendenza.

Quindi la soluzione è un completo divorzio dal discorso razzista dei due stati e l’adesione a un progetto democratico e inclusivo che si basa sulla dichiarazione universale dei diritti umani, sulla democrazia e sul nostro diritto all’autodeterminazione, ossia uno stato laico e democatico sulla terra storica della Palestina, uno stato di tutti i cittadini senza distinzioni di religione, etnia, genere, ecc.

A Gaza si teme il peggio.

Rawan Yaghi – Scrittrice di Gaza ed ex-studente dell’Università di Oxford.

A Gaza non riusciamo nemmeno ad immaginare una soluzione per la crisi attuale. Abbiamo l’impressione che la nostra sofferenza non venga presa sul serio. La previsione di un nuovo attacco militare israeliano rende ancora peggiore un’atmosfera già di per sé tesa. L’isolamento economico e l’assedio imposto da Israele, dall’Autorità Palestinese e dagli USA ci fanno temere il peggio.

La leadership palestinese ha perso la fiducia dei Palestinesi, sia di quelli che vivono nei Territori Occupati sia di quelli che vivono fuori. Abbiamo bisogno di un’alternativa, una strategia onnicomprensiva che includa i Palestinesi dovunque si trovino, poiché la legittimità dell’Autorità Palestinese e le sue decisione politiche vengono giustamente contestate.

Inoltre gli attuali sforzi per isolare e boicottare Israele non sono sufficienti. Bisogna fare di più anche su quel fronte.

Resistenza.

Mohammad Nofal – Ex prigioniero politico e insegnante in pensione.

La decisione di Trump sullo status di Gerusalemme è, a dir poco, folle. E tuttavia non sarebbe stata possibile senza la tacita approvazione di alcuni paesi arabi, come l’Egitto, l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo. Detto questo, ora più che mai i Palestinesi devono far sentire la loro voce.

Qui in Palestina, sappiamo che “ciò che viene preso con la forza si può riconquistare solo con la forza” e non con un “processo di pace” che, innanzitutto, non è mai stato genuino. Israele non ha mai rispettato nessuno degli impegni presi in precedenti accordi. In realtà ha continuato a parlare di “pace” mentre espandeva le colonie illegali e demoliva le case palestinesi.

Inoltre, gli Stati Uniti non sono mai stati giusti con i Palestinesi. La loro parzialità a favore di Israele è chiara e palese da molti anni. Israele non ha nessun interesse a permettere l’esistenza di uno stato palestinese e gli USA non vogliono spingere Israele a quel riguardo. L’unica parte che continua a parlare di una “soluzione a due stati” è la debole leadership palestinese.

Ma il popolo palestinese è coraggioso, forte e determinato e merita una leadership che sia altrettanto coraggiosa; una leadership che non abbia paura ad abolire Oslo, cancellare il suo riconoscimento di Israele e –ebbene sì– riprendere tutte le forme di resistenza anche in Cisgiordania, così come abbiamo fatto a Gaza. Dobbiamo porre fine a ogni coordinamento sulla sicurezza con Israele, porre fine alle carcerazioni di Palestinesi e impegnarci nel progetto di liberazione nazionale.

La lotta continua…

Ahmad Khaleel Al-Haaj – Attivista e scrittore a Gaza.

Una proposta di accordo presentata da qualunque mediatore, in questo caso gli USA, è solo un espediente per impedirci di agire secondo questa legge universale: lottare per una vittoria decisiva.

I Palestinesi che hanno accettato accordi come quelli di Oslo hanno poi subìto –come abbiamo visto– vergognose sconfitte e hanno permesso che il nostro popolo ne pagasse caramente il prezzo con perdite di vite e di beni, e tutto questo in cambio di niente. Quelli che accettarono Oslo hanno ottenuto alte retribuzioni, ma solo per loro stessi e le loro famiglie.

Ciononostante il nemico non ha potuto e non potrà assicurarsi una decisiva vittoria finale. La lotta continua e andrà avanti fino a che noi saremo vittoriosi e potremo tornare nella nostra terra. Chi ha riportato una vittoria brutale non rimarrà vincitore e chi è stato sconfitto non rimarrà errante per sempre.

Ramzy Baroud

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/palestine-180116110352197.html

Traduzione di Nara Ronchetti

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