L’America non può salvare la soluzione a due stati.

Ho creduto nella soluzione a due stati per oltre 40 anni, ma temo stia diventando rapidamente un’illusione. Gli israeliani ed i palestinesi si stanno avviando verso una realtà ad uno stato che porta a conseguenze estremamente rischiose per entrambe le parti.

Daniel Kurtzer

Haaretz, 7 gennaio 2018.

Una donna agita una bandiera palestinese mentre giovani israeliani
attraversano Gerusalemme con una bandiera di Israele. Reuters.

Una soluzione a due stati, sono convinto, sarebbe l’unico modo per porre fine al conflitto israelo-palestinese, ma temo stia diventando rapidamente un’illusione.

Nei fatti, è una realtà ad uno stato quella che emerge sul terreno, e sia gli Israeliani che i Palestinesi stanno procedendo in quella direzione senza pensare molto alle conseguenze. Una realtà ad uno stato –formalizzata o meno– conduce a situazioni estremamente rischiose per entrambi.

Manifestanti palestinesi scandiscono slogan anti-britannici nel centesimo anniversario della dichiarazione di Balfour, Ramallah. 2 novembre 2017. Nasser Nasser/AP

L’idea della partizione di Eretz Israele/Palestina in due stati è in ballo dalla metà degli anni Trenta, quando il governo britannico lanciò una proposta formale di divisione. Nel 1947, riemerse nella risoluzione 181 delle Nazioni Unite, che stabiliva il modo in cui avrebbe dovuto concludersi il mandato britannico sulla Palestina: due stati, uno arabo e uno ebraico, ed un corpo separato o un regime internazionale nella regione di Gerusalemme.

L’idea si affievolì un po’ per poi resuscitare alla fine degli anni Ottanta, quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) accettò infine la risoluzione 24 delle Nazioni Unite, proposta nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni, come la base per la risoluzione del conflitto; a quel punto, anche il Consiglio Nazionale Palestinese dichiarò di accettare uno stato palestinese all’interno del territorio occupato da Israele nella guerra del giugno 1967. Da allora, il processo di pace ha cercato di raggiungere una soluzione a due stati mediante negoziati.

Al giorno d’oggi, invece, un esito negoziato è più remoto che mai.

Né i leader israeliani né quelli palestinesi hanno mostrato alcun interesse nel collaborare, e tantomeno nel sostenere i difficili compromessi necessari per raggiungere un accordo.

Gli Stati Uniti, che per decenni hanno rivendicato il ruolo esclusivo di intermediario esterno imparziale, negli ultimi tempi si sono dati la zappa sui piedi con una serie di dichiarazioni politiche schierate esclusivamente dalla parte di Israele: l’annuncio (poi apparentemente ritirato) che l’amministrazione intendeva chiudere l’ufficio dell’OLP a Washington, D.C.; la decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e di collocarvi l’ambasciata USA, non tenendo in alcun conto le rivendicazioni dei Palestinesi riguardo alla città; l’annuncio che gli USA stanno prendendo in considerazione di tagliare i fondi dell’UNRWA, l’agenzia che assiste i rifugiati palestinesi; e le minacce di Trump di interrompere il supporto economico ai Palestinesi a meno che non accettino di tornare al tavolo delle trattative.

Il presidente USA Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu ad una conferenza stampa seguìta al loro incontro in Israele il 29 ottobre 2017. Mark Israel

Mentre le prospettive di negoziati scemano, la politica israeliana si sta dirigendo inesorabilmente verso una realtà ad uno stato. Incoraggiato dal sostegno fornito da Trump al primo ministro Benjamin Netanyahu e dall’inclinazione significativa della politica USA verso Israele, il partito Likud ha recentemente votato all’unanimità per l’annessione della Cisgiordania.

Nonostante sia molto improbabile che ciò avvenga, altri provvedimenti puntano nella direzione di un’ulteriore integrazione della Cisgiordania entro lo stato di Israele. Ad esempio, il Procuratore Generale di Israele si dice abbia dato istruzioni a tutti i Ministeri affinché indichino l’effetto che i nuovi regolamenti e le nuove norme avranno sugli insediamenti israeliani, obbligando i Ministeri a spiegare caso per caso perché i nuovi provvedimenti non dovrebbero entrare in vigore. Nel frattempo, le attività di insediamento procedono ininterrotte.

La situazione sul terreno tende in vari modi a collegare la Cisgiordania a Israele in maniera sempre più stretta.

Al giorno d’oggi, circa 120.000 lavoratori palestinesi fanno i pendolari giornalieri in Israele, rendendo questa la maggior fonte di occupazione palestinese dopo l’Autorità Palestinese (AP). I servizi di sicurezza palestinesi continuano a cooperare con Israele, avendo in tal modo la doppia funzione di provvedere alla sicurezza nelle aree gestite dalla AP e di assistere Israele nel proteggere il proprio popolo. Il servizio amministrativo fornito dalla AP e dall’UNRWA, finanziate da donatori internazionali, ha sollevato Israele dall’onere di prendersi cura della popolazione palestinese, un compito che sarebbe a carico della potenza occupante. E l’economia palestinese è legata intimamente all’economia israeliana, sia nel settore dei beni che dei servizi.

Un soldato israeliano arrotola una bandiera israeliana dopo aver smantellato un checkpoint israeliano nella città di Gerico in Cisgiordania.   16 marzo 2005. Reuters

Si potrebbe pensare che sia gli Israeliani che i Palestinesi potrebbero svegliarsi un giorno, vedere cosa succede, e dire: “Basta”. Per i Palestinesi, la realtà che sta emergendo minaccia di uccidere, o almeno di rinviare indefinitamente, il raggiungimento della sovranità, dell’indipendenza nazionale e di uno stato tutto loro. Anche se dovessero raggiungere uno status politico di eguaglianza nello stato unico che sta emergendo –cosa tutt’altro che certa– rimarranno una minoranza con uno status di cittadini di seconda classe.

Per gli Israeliani, la prospettiva di uno stato unico mina il fondamento essenziale del sogno sionista: godere di indipendenza e sovranità in uno stato a maggioranza ebraica. Mentre si discute sui numeri esatti delle popolazioni di Ebrei ed Arabi che vivono tra il fiume Giordano e il Mediterraneo, non ci sono dubbi sulla quasi parità delle dimensioni delle due popolazioni. È del tutto possibile che l’elevato tasso di natalità nella popolazione di israeliani ultra-ortodossi e i tassi riportati invece in declino in alcuni settori della popolazione palestinese possano mantenere una maggioranza ebraica per un po’ di tempo.

Ma la presenza di un’esile maggioranza di Ebrei ed una minoranza significativa di Palestinesi in un singolo stato pone una questione molto importante per la società israeliana: se accordare ai Palestinesi piena cittadinanza e pieni diritti nello stato unitario.

La scelta è netta, e le implicazioni di ciascuna opzione sono drammatiche. Dare ai Palestinesi pieni diritti, una scelta che sarebbe in linea col carattere di civiltà democratica proprio di Israele, rappresenterebbe una seria complicazione per la politica israeliana.

Israeliani alla cerimonia commemorativa di Yitzhak Rabin nella piazza Rabin di Tel Aviv, 5 novembre 2016. Nel manifesto sulla sinistra c’è scritto: “Non ci fermeremo finché non giungeremo ad una fine negoziata del conflitto”. Moti Milrod

I partiti israeliani proliferano continuamente, e sono sempre necessarie coalizioni per formare un governo. Anche i partiti palestinesi potrebbero proliferare in un eventuale stato unitario, ma forse non lo faranno, per cui i partiti a maggioranza ebraica potrebbero trovarsi ad affrontare una minoranza bloccante nella Knesset. Nelle ultime elezioni israeliane, i partiti a maggioranza araba di Israele si unirono, formando il terzo blocco più grande nel parlamento.

L’alternativa –non accordare piena cittadinanza ai Palestinesi– è impensabile, perché significherebbe, nelle parole del precedente primo ministro israeliano Ehud Barak, creare uno stato di apartheid, con i Palestinesi cittadini di seconda classe e senza pieni diritti politici. È inconcepibile che la maggioranza degli Israeliani, che sono legittimamente orgogliosi della propria tradizione democratica, siano disposti a sacrificarla così.

Io sono stato un appassionato sostenitore della soluzione a due stati per oltre 40 anni, durante la mia carriera negli Affari Esteri ed ora come accademico. Resto impegnato verso quell’obiettivo, ma devo ammettere che non solo sono parte di una sempre più esigua minoranza di sostenitori, ma mi trovo anche di fronte ad una realtà dei fatti che sembra andare nella direzione opposta.

La ricerca di una soluzione a questo dilemma non è nelle mie mani, e nemmeno nelle mani dell’amministrazione USA, ma nelle mani di Israeliani e Palestinesi. Sono loro a dover decidere del futuro politico –uno stato o due stati– da dover condividere nella loro terra comune.

Daniel Kurtzer

Daniel Kurtzer è Professore S. Daniel Abraham di Studi di Politica del Medio Oriente a Princeton. Dal 2001 al 2005 è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Israele e dal 1997 al 2001 è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Egitto.

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Traduzione di Rosaria Brescia

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