Altro che ‘china scivolosa’: Israele è già uno stato di apartheid.

Dall’elezione di Donald Trump, la colonizzazione si è intensificata con rinnovato entusiasmo.

di Neil Macdonald

CBCnews, 24 ottobre 2017.

Come ebbe a dire il compianto Yossi Sarid, a lungo leader del partito israeliano Meretz ed ex-ministro dell’Istruzione: “Una cosa che si comporta come apartheid, è gestita come apartheid e opprime come l’apartheid, non è un’anatra: è apartheid.” (Mohamad Torokman/Reuters)

È giunto il tempo di chiamare le cose col proprio nome. È tempo di condividere il pensiero di molti leader politici israeliani, accademici, personaggi pubblici sia della destra che della sinistra, inclusi tre ex primi ministri, un vincitore del premio Israele, due ex capi dello Shin Bet (il servizio israeliano di sicurezza interna) e uno dei più importanti quotidiani del paese, che hanno messo in guardia dal fatto che lo Stato ebraico sta diventando, o è già, uno stato di apartheid.

Io preferisco la seconda versione.

È interessante notare che tale affermazione sia ormai diventata abituale all’interno dei discorsi israeliani, mentre continua a rimanere un tabù in Occidente, ove instancabili attivisti pro-Israele analizzano i media, l’accademia, il sistema politico, pronti a tacciare qualsiasi parola come antisemitismo o istigazione.

Si pensi all’indignazione e all’astio che si riversarono sull’ex-presidente Jimmy Carter, che aveva fatto da mediatore per l’accordo di pace firmato fra Israele ed Egitto, quando nel 2006 pubblicò il libro Palestina, Pace non Apartheid.

All’improvviso, Carter da Premio Nobel e statista, divenne un vecchio pazzo influenzato dal pensiero terrorista, almeno agli occhi dei sostenitori di Israele, compresa una parte significativa della sua stessa schiera, i cristiani evangelici americani.

Un’anatra è sempre un’anatra

Ma la realtà è la realtà e un’anatra è sempre un’anatra. Come ebbe a dire il compianto Yossi Sarid, a lungo leader del partito israeliano Meretz ed ex-ministro dell’Istruzione: “Una cosa che si comporta come apartheid, è gestita come apartheid e opprime come l’apartheid, non è un’anatra: è apartheid.”

Lo scorso giugno, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha riconfermato la posizione che ha tenuto per anni: ”Se continuiamo a controllare l’intera area che va dal Mediterraneo al fiume Giordano, in cui vivono 13 milioni di persone (8 milioni di Israeliani e 5 milioni di Palestinesi) … se sarà solo un entità chiamata Israele a governare su tutta quest’area, [questa entità] sarà inevitabilmente (e la parola chiave è inevitabilmente) o non-ebrea o non-democratica.” Il paese, ha ripetuto, è su una “china scivolosa” che sfocia nell’apartheid.

La linea di divisione fra i personaggi israeliani che usano il termine ‘qui ed ora’ piuttosto che come una messa in guardia di ciò che avverrà in futuro, sembra essere l’esistenza continua del “processo di pace,” con la sua promessa di uno stato palestinese e di un vero autogoverno.

Quando sono stato inviato a Gerusalemme per CBC News, alla fine degli anni 90, questa sembrava davvero una possibilità, per quanto improbabile.

Da allora, il processo di pace, sempre piuttosto fiacco, è definitivamente crollato. Gli insediamenti ebraici in Cisgiordania hanno continuato ad espandersi e, dall’elezione di Donald Trump, la colonizzazione si è intensificata incredibilmente e con rinnovato entusiasmo.

La foto scattata il 17 gennaio 2017 mostra nuovi appartamenti in costruzione nell’insediamento di Har Homa a Gerusalemme Est. Sullo sfondo si vede il quartiere arabo di Umm Tuba. (Thomas Coex/AFP/Getty Images)

L’esistenza delle colonie viene addirittura celebrata attraverso una serie di visite del primo ministro Netanyahu.

“Siamo qui e ci rimarremo per sempre” ha dichiarato due mesi fa nella colonia di Barkan, commemorando il 50esimo anniversario dell’occupazione israeliana della Cisgiordania. “Non ci saranno altri smantellamenti di colonie nella terra di Israele”. (La Terra di Israele anziché lo Stato di Israele, è un termine usato dalla destra israeliana per descrivere tutto il territorio fra il Giordano e il Mediterraneo, e a volte anche oltre).

Ayelet Shaked e Naftali Bennett, rispettivamente ministri della giustizia e dell’istruzione, hanno affermato che i Palestinesi devono capire che non avranno mai uno stato. Il ministro della difesa Avigdor Liberman, un colono, ha affermato che “non c’è speranza” di un’intesa reciproca su uno stato palestinese, ma ha messo in guardia Naftali Bennett dal proporre un’annessione completa:

“Ciò che Bennett e il suo partito Casa Ebraica stanno proponendo è un classico stato binazionale,” ha detto Liberman due anni fa. “Devono decidere se stanno parlando di uno stato binazionale fra il fiume Giordano e il Mediterraneo… o se stanno parlando di uno stato di apartheid.”

Il sottoproletariato palestinese

La logica di Liberman sembra suggerire che finché i Palestinesi saranno “solo” sotto occupazione e sottoposti a leggi differenti, con molti diritti in meno degli Israeliani (anziché negar loro uno stato ma concedere il voto in una qualche versione più ampia di Israele – eventualità che la destra israeliana considera un suicidio nazionale), questo non sarebbe davvero apartheid.

Ma l’annessione a questo punto equivarrebbe a sistemare per la vendita una casa che è già stata venduta.

Nello scorso decennio, la dottrina del “Muro di ferro” di Ze’ev Jabotinsky ha dato origine ad un muro reale, a volte proprio di ferro, che corre lungo i confini del 1967 della Cisgiordania e di Gaza. Le principali strade da Gerusalemme a nord verso Ramallah e Nablus e a sud verso Betlemme ed Hebron sono tuttora bloccate da gigantesche barriere militari fortificate. I circa 750.000 coloni ebrei in Cisgiordania e Gerusalemme Est hanno piena libertà di movimento in una serie di loro strade che sono effettivamente proibite al sottoproletariato palestinese emarginato.

I coloni sospettati di aver commesso un crimine sono titolari di pieni diritti nelle corti israeliane; i Palestinesi subiscono invece il sistema dei tribunali militari, la reclusione senza alcuna accusa (“detenzione amministrativa”) e forme di punizione collettiva. I coloni hanno il diritto di portare armi con sé e di usarle per autodifesa, i Palestinesi no. I coloni hanno diritti di proprietà, i Palestinesi hanno rivendicazioni per le loro proprietà. E così via.

Netanyahu dipinge tutto ciò come una questione di sopravvivenza nazionale, mettendo in guardia sul fatto che qualsiasi lembo di terra concesso sarà immediatamente occupato da terroristi fondamentalisti determinati a distruggere lo stato di Israele con tutte le sue armi nucleari, carri armati, aerei da guerra, sistemi di difesa missilistica multistrato e oltre 600.000 soldati tra attivi e di riserva.

La sua definizione di terrorismo ha differenti sfumature. Qualche anno fa, ad una commemorazione per il 60esimo anniversario del bombardamento dell’Hotel King David ad opera dei combattenti dell’Irgun, considerato ancora oggi un atto terroristico dal governo britannico, Netanyahu descrisse gli esecutori come legittimi combattenti militari e avvertì l’oltraggiato governo britannico di badare al proprio linguaggio.

Netanyahu considera l’espansione delle colonie una questione di sicurezza nazionale. (Sebastian ScheinerAssociated Press)

Ma poi, è evidentemente necessaria una visione del mondo un po’ elastica per mantenere lo status quo; quando, recentemente, il partito Fatah di Mahmoud Abbas ha firmato una formale riconciliazione con i “terroristi” di Hamas che governano a Gaza, sia Israele che gli USA hanno obiettato che tale unione avrebbe messo in pericolo, ebbene sì, il processo di pace. Il fatto che i terroristi di oggi tendano a diventare i governanti di domani (i dinamitardi dell’Irgun si unirono successivamente al nascente governo di Israele, e l’ex capo dell’Irgun Menachem Begin divenne primo ministro) sembra essere irrilevante in questo contesto.

In ogni caso, la china scivolosa di Ehud Barak è ormai nello specchietto retrovisore. L’anatra di cui parlava Yossi Sarid è arrivata. Accettiamola, lasciamo ogni finzione e andiamo avanti.

Neil Macdonald è un opinionista rubricista per CBC News, con sede a Ottawa. È stato per 12 anni corrispondente a Washington per la CBC, e precedentemente ha trascorso 5 anni in Medio Oriente come corrispondente. Aveva già avuto esperienze nel mondo del giornalismo; parla correntemente inglese, francese e un po’ di arabo.

http://www.cbc.ca/news/opinion/israel-slippery-slope-1.4368018

Traduzione di Sonia Valentini

A cura di AssopacePalestina

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