Il contestato anniversario della ‘disastrosa promessa’ britannica.

di Ian Black

The Guardian, 17 ottobre 2017.

L’impegno britannico di fondare una ‘casa nazionale ebraica’ in Palestina viene celebrato e condannato, mentre si avvicina un anniversario che divide.

La sera di giovedì 2 novembre 2017, in una sede elegante non ancora resa nota del centro di Londra, Theresa May parteciperà a un pranzo di gala con il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e centocinquanta ospiti VIP accuratamente selezionati. Celebreranno la storica promessa, fatta esattamente nello stesso giorno di cento anni fa dal Governo Britannico, di fare “ogni sforzo” per facilitare la creazione di una patria ebraica in Palestina. La vigilanza sarà strettissima e i dimostranti verranno tenuti ben lontani. Non si tratta di un anniversario qualsiasi.

Quell’impegno del 1917, noto ai posteri come Dichiarazione Balfour, ebbe conseguenze disastrose per il Medio Oriente e il mondo. Spianò la strada sia alla nascita d’Israele nel 1948 che alla futura sconfitta e diaspora palestinese, ragion per cui il suo centenario, che cade il mese prossimo, è oggetto di furiose contestazioni. A distanza di cento anni, i due schieramenti del conflitto più attentamente studiato al mondo si confrontano ancora sul passato.

La Dichiarazione è stata oggetto di accanite controversie sin dal momento in cui Arthur Balfour, a quel tempo Segretario di Stato, la inviò a Lionel Walter, Lord Rothschild, rappresentante della comunità ebraica britannica. Le sessantasette parole da cui era composta mettevano insieme considerazioni legate a progetti imperiali, propaganda bellica, risonanze bibliche e inclinazioni coloniali, oltre ad una evidente simpatia nei confronti del Sionismo, espressa nel noto impegno di “vedere con favore la creazione di una casa nazionale per la popolazione ebraica” in Terra Santa. La Dichiarazione terminava con due importanti condizioni: la prima, che nulla venisse fatto per pregiudicare “i diritti civili e religiosi” delle “comunità non ebraiche” esistenti in Palestina; la seconda, che la Dichiarazione non condizionasse i diritti e lo status politico della popolazione ebraica esistente in altri paesi.

Questo contestato anniversario è un pericoloso campo minato per il governo May che è già sotto scacco. Nonostante che il convito londinese, come desiderano sottolineare tutti coloro che se ne stanno occupando, non abbia lei come anfitrione, ma gli attuali Lord Rothschild and Balfour, il primo Ministro ha detto che lo attende ansiosamente. Assieme ai due primi ministri e ad altri politici di calibro, tra gli invitati c’è anche lo storico Simon Schama, che il giorno precedente terrà una conferenza pubblica sulla Dichiarazione. Le comunità ebraiche britanniche stanno organizzando una quantità di altri eventi, mentre i Sionisti Cristiani, i quali credono nel potere infallibile della profezia biblica, celebreranno la ricorrenza all’Albert Hall con lo slogan “Uniti in una Grande Impresa”.

La Dichiarazione Balfour del 1917. Universal History Archive/UIG/Getty

Foreign Office

2 novembre 1917

Caro Lord Rothschild,

con vivo piacere Le trasmetto, per conto del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sostegno alle aspirazioni sioniste ebraiche. Essa è stata presentata e approvata dal Consiglio dei Ministri.

“ Il Governo di Sua Maestà vede con favore la fondazione in Palestina di una casa nazionale per il popolo ebraico e farà ogni sforzo per favorire il raggiungimento di tale obiettivo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, né i diritti e lo status politico di cui gode la popolazione ebraica di qualunque altro paese.”

Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della Federazione Sionista.

Sinceri saluti,

Arthur James Balfour

Il parlamento israeliano, la Knesset, terrà una sessione speciale in onore della Dichiarazione Balfour, mentre immigrati britannici in Israele stanno organizzando festeggiamenti in strada per celebrare la giornata. In USA, la Fondazione Israel Forever esorta così i suoi sostenitori: “Appoggia Balfour e fanne la TUA dichiarazione”. L’anno prossimo la lettera originale, conservata presso la British Library, potrebbe essere data in prestito a Israele per ricordare il settantesimo anniversario dell’indipendenza del paese. Nel 2015 venne esaminata da un reverente Netanyahu, il quale si servì dell’opportunità che la foto offriva per rinnovare “il partenariato” del 1917, (per inciso, la residenza ufficiale di Netanyahu si trova in Balfour Street, a Gerusalemme Ovest. Come per Downing Street in Gran Bretagna, l’indirizzo viene usato nei media israeliani come forma abbreviata per indicarne l’ospite). Una copia della lettera di Balfour è esposta permanentemente anche presso il Museo Yasser Arafat, nella città di Ramallah in Cisgiordania, sede dell’Autorità Palestinese e, a partire dalla guerra del 1967, territorio occupato secondo la legge internazionale.

Tuttavia a Londra, Gerusalemme e altrove, altri commemoreranno e protesteranno contro ciò che condannano come un atto di tradimento e di perfidia, il ”peccato originale” che, con la Nakba (in arabo “catastrofe”) del 1948, ha determinato ingiustizie, guerre e sciagure per i Palestinesi. A Londra, all’inizio di Ottobre, si sono tenute nello stesso giorno due conferenze stracolme di pubblico, con oratori che hanno stigmatizzato le responsabilità britanniche per le permanenti sofferenze palestinesi.

Il Progetto Balfour, fondato da ecclesiastici e accademici che desiderano assistere ad una svolta della politica britannica in Medio Oriente, terrà un incontro pubblico a Westminster il 31 ottobre. Il suo slogan è: “L’infranta promessa britannica. È tempo per un nuovo approccio”. Ma la preoccupazione per la critica situazione palestinese non è una questione marginale. L’ex inviato ONU in Siria, Lakhdar Brahimi, uno degli “Anziani” (un gruppo di leader mondiali fondato da Nelson Mandela nel 2007), è il nome più importante in una commissione della Chatham House che si occupa di Balfour. L’Accademia Britannica sta organizzando un seminario sulla decisione che, negli anni ’60, fu descritta dallo storico Elizabeth Monroe come “uno dei più grandi errori della nostra storia imperiale”. Una galleria d’arte londinese sta svolgendo una serie di eventi dal titolo “Voltare pagina sulla Dichiarazione Balfour” incentrati sulla cultura e sull’identità araba prima del 1948. A luglio, il centenario è stato oggetto di un dibattito presso la Camera dei Lord.

In un’epoca in cui il conflitto viene combattuto sempre più spesso da eserciti volontari di guerrieri dei social media, non dovrebbe stupire che entrambi gli schieramenti siano determinati a insistere con opposte richieste. La Campagna Balfour Apology chiede che la Gran Bretagna faccia ammenda per i “crimini coloniali” commessi in Palestina. Essa sta promuovendo un breve filmato, 100 Balfour Road, che si propone di spiegare gli effetti a lungo termine della Dichiarazione, portando sullo schermo una famiglia qualsiasi della Londra suburbana, i Jones, sfrattata dalla propria casa dai militari e obbligata a vivere in condizioni orribili nel proprio cortile. Un’altra famiglia, gli Smith, si appropria della casa e, col sostegno dei militari, maltratta i Jones deprivandoli di generi alimentari, medicinali e altri diritti primari. Il gruppo dissidente Independent Jewish Voices, nel Twitter hashtag #NoCelebration, ha prodotto un documentario critico [nei confronti della Dichiarazione, ndt] presentato da alcuni opinionisti televisivi.

Durante lo scorso anno, la missione palestinese in Gran Bretagna ha tenuto una campagna sul centenario dal titolo ”Fallo in modo giusto,” nell’intento di dimostrare che “ancora continuano le conseguenze della mancata promessa del governo britannico”. Durante questo mese, i Palestinesi hanno tentato di affiggere nella metro e negli autobus londinesi locandine che riportano la clausola della Dichiarazione Balfour relativa ai “diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche”, assieme a foto fatte prima e dopo il 1948, che mettono in evidenza le sofferenze palestinesi a partire da quella data, I Trasporti di Londra, tuttavia, ne hanno vietato l’affissione, sulla base del fatto che l’argomento è troppo sensibile e controverso. Manuel Hassassian, ambasciatore dell’Autorità Palestinese presso la Gran Bretagna, ha protestato per questo “atto di censura”.

Il 2 novembre, a Gerusalemme, nella zona orientale ed occidentale di quella che i governi israeliani chiamano la capitale “unita”, si terranno due conferenze Balfour separate, la palestinese e l’israeliana, che si ignoreranno reciprocamente. Il 4 novembre, in Gran Bretagna, la Campagna di Solidarietà Palestinese insieme alla Campagna Fermare la Guerra terranno una marcia ed un raduno nazionale. La Storia è viva, velenosa, intensamente politica, amaramente divisiva. E sarà rivisitata con rabbia e passione in occasione di questo risonante anniversario.

La battaglia attorno a Balfour ha molto in comune con altre dispute relative ad ammende storiche o risarcimenti dei torti passati. Si può accostare ai recenti diverbi sulle statue di Cecil Rhodes a Oxford e a Cape Town, ai monumenti commemorativi confederati in USA, alla compensazione delle crudeltà britanniche a danno dei ribelli Mau Mau in Kenya, all’espiazione francese per le atrocità compiute in Algeria. Ma il problema israelo-palestinese è ben più duro da affrontare. Il suo passato non è un altro paese. Verità e riconciliazione, per non parlare di una soluzione, sono fantasie remote. A differenza di schiavitù, apartheid, carestia irlandese e colonialismo occidentale, tutti almeno formalmente consegnati al mucchio di polvere della Storia, il conflitto arabo-ebraico fra il Mediterraneo e la riva del Giordano non mostra segni di evanescenza. Al contrario, resta quanto mai aspro, bloccato in un instabile status quo di occupazione senza fine e di punto morto politico.

Arthur James Balfour è sempre stato un eroe per i sionisti e un malvagio per gli Arabi ed i loro sostenitori. Il breve documento che porta il suo nome viene considerato l’inizio di ciò che viene oggi ritenuto il conflitto mondiale più difficile da gestire. Questa è una delle poche cose su cui Israeliani e Palestinesi concordano. Il problema centrale è che, quando la Dichiarazione prometteva una “casa nazionale ebraica”, quelle che definiva come “comunità non ebraiche esistenti in Palestina” (lasciandole senza nome), costituivano il 90% di una popolazione di settecentomila persone. Non venivano menzionati i termini arabo, musulmano o cristiano. E la popolazione autoctona non veniva consultata sul futuro del proprio paese, che consisteva allora in tre province dell’Impero Ottomano. I suoi diritti civili e religiosi, di fatto, contavano ben poco.

Ogni anniversario è stato segnato dalle proteste arabe, a cominciare dal primo, nel 1918. Quando nel 2004 il presidente George W. Bush, invertendo decenni di politica statunitense, emise una dichiarazione che affermava che gli insediamenti israeliani nei territori occupati avrebbero potuto restare al loro posto, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina la paragonò alla Dichiarazione Balfour, che viene tradizionalmente descritta in arabo come una “promessa disastrosa”.

In Aprile, mentre raccoglieva elementi d’inchiesta relativi alla politica britannica nei confronti del processo di pace in Medio Oriente, la missione palestinese in Gran Bretagna ha riferito alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni: “Per i Palestinesi, la Dichiarazione Balfour è alla radice della nostra miseria, delle espropriazioni che subiamo e dell’occupazione che è in corso. Il centenario … ci permette di compiere un esame di lungo periodo. La nostra realtà attuale è una conseguenza della politica britannica che creò Israele a spese del popolo palestinese”.

Nel corso di un recente festival cinematografico a Gaza (che è governata dal movimento islamista Hamas), chi partecipava si è trovato a camminare lungo un tappeto rosso su cui erano stampate citazioni della Dichiarazione. Lo scorso febbraio a Ramallah, il giorno successivo al voto della Knesset che legalizzava retroattivamente gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, ho intervistato Hanan Ashrawi, veterana portavoce e parlamentare palestinese, che ha descritto l’occupazione in corso come una naturale conseguenza della Dichiarazione del 1917. Mi ha detto: “Le galline di Balfour sono tornate al loro pollaio” [espressione proverbiale per indicare le conseguenze di un’azione precedente; simile al nostro ‘i nodi son venuti al pettine’ ndt].

Arthur Balfour ‘grondante olimpico disprezzo’. Foto: Corbis/Getty

La Dichiarazione, ha detto Ashrawi, “non creò lo stato d’Israele, ma mise in movimento un processo grazie al quale il Sionismo venne adottato a livello internazionale. È il risultato di un’età coloniale, a cui appartiene per vari aspetti: per il compito che l’europeo bianco si attribuì di riorganizzare il mondo secondo la sua visione, di distribuire terre, di creare stati. Ci definirono ”le comunità non ebraiche”. Una cosa così paternalista, così razzista”.

Al contrario, a Israele e ai suoi sostenitori piace ricordare [la Dichiarazione] come un gesto britannico di magnanimità nei confronti di un popolo perseguitato che bramava, secondo la narrativa sionista, a “tornare” dall’esilio alla patria biblica (anche se, nei trent’anni precedenti alla prima guerra mondiale, la grande maggioranza degli Ebrei dell’Est europeo che potevano farlo, puntavano ad Ovest, verso una terra ben più promettente, gli Stati Uniti). Ma si riconoscono anche le motivazioni interessate della Gran Bretagna, e c’è consapevolezza, in quel che rimane della Sinistra israeliana, dello stigma del patrocinio colonialista.

Eppure, sostengono in molti, non soltanto non c’è nulla di cui dolersi, ma scusarsene è un atto di antisemitismo. Mettere in dubbio l’equità della Dichiarazione, si sostiene, significa mettere in dubbio il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione, in un secolo che ha visto lo sterminio nazista di un terzo di esso. “La nuova campagna palestinese che mette in luce le patenti illegalità e le iniquità della Dichiarazione Balfour,” ha scritto David Horowitz, editore del Times of Israel, “dimostra che non si è affievolita l’ostilità nei confronti della nozione stessa di sovranità ebraica su tutta la terra santa, e che persiste il rifiuto di accettare la legittimità ebraica a stare qui.”

Netanyahu utilizza un linguaggio simile, dichiarando persino più esplicitamente (soprattutto dopo l’inizio dell’era di Donald Trump) che uno stato palestinese degno di questo nome, non sarà mai creato. Il suo governo è il più spostato a destra nella storia di Israele. Il “processo di pace” è clinicamente morto da tre anni, ed è rimasto moribondo per molti di più. Gli attivisti filo-palestinesi stanno utilizzando il centenario per incrementare la campagna internazionale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), molti sostenitori della quale affermano che Israele si caratterizza in modo inequivocabile come uno Stato colonizzatore fondato sull’apartheid; i successi sinora modesti della campagna BDS hanno allarmato molti Israeliani ed Ebrei. Altri, tra cui il Progetto Balfour del Regno Unito, affermano categoricamente che non mettono in discussione la legittimità di Israele, ma lavorano per i diritti dei Palestinesi e per una soluzione a due stati. Ma una via di mezzo è difficile da trovare quando le posizioni principali delle due parti sulla questione sono così distanti. “Dio non vi ha dato la terra”, ha protestato un filo-palestinese con un messaggio Twitter di questo mese. “Lo ha fatto –illegalmente– il Regno Unito”.

Il commento più memorabile sulla Dichiarazione Balfour è dovuto allo scrittore ebreo-ungherese Arthur Koestler. Con quella Dichiarazione, ha ironizzato, “una nazione ha solennemente promesso a una seconda nazione il territorio di una terza”, riecheggia il vecchio slogan popolare sionista che dipingeva la Palestina come “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Le domande su cosa esattamente costituisse una nazione o un popolo, l’identità e le frontiere della Palestina, e che rapporto avessero con le altre promesse di guerra britanniche hanno occupato storici (e propagandisti) fin da allora. Avi Shlaim, professore emerito di relazioni internazionali a Oxford e importante esperto del conflitto arabo-israeliano, ha descritto Balfour come “una macina intorno al collo della Gran Bretagna” perché ha dato inizio sia alla collera dei sionisti insoddisfatti o impazienti, sia alla rabbia degli arabi e dei musulmani. Jonathan Schneer, uno storico americano, ha descritto la dichiarazione come “il prodotto altamente casuale di un processo tortuoso caratterizzato tanto da inganno e azzardo quanto da lungimiranza e diplomazia”.

Da tempo si discute sulle intenzioni e sul significato della Dichiarazione. David Lloyd George, il Primo Ministro liberale all’epoca, aveva sottolineato la sua simpatia per gli Ebrei e la sua stessa familiarità di Gallese non conformista con l’Antico Testamento. Ma le motivazioni britanniche nel penultimo anno della prima guerra mondiale, dopo la rivoluzione di febbraio in Russia e dopo l’ingresso dell’America nel conflitto, erano molteplici. Le considerazioni decisive erano il desiderio di battere i francesi nel Levante del dopoguerra e di utilizzare la posizione strategica della Palestina per proteggere l’Egitto, il canale di Suez e il percorso verso l’India, creando “un fedele Ulster ebreo”, secondo le parole di Ronald Storrs primo governatore militare britannico di Gerusalemme.

Altri studiosi hanno posto maggiore enfasi sulla necessità di mobilitare l’opinione pubblica ebraica affiche gli alleati si impegnassero più decisamente nello sforzo bellico. Balfour disse al suo governo: “Se facciamo una dichiarazione favorevole a questo ideale [il sionismo], dovremmo essere in grado di portare avanti una propaganda estremamente utile ai fini della guerra, sia in Russia che in America”. Questo approccio, come hanno osservato ricercatori moderni, esagerava oltre misura la ricchezza, il potere e l’influenza ebraica, come spesso fanno gli antisemiti. Balfour, come primo ministro conservatore, aveva dopo tutto sostenuto la legge sugli stranieri del 1905, che restringeva severamente l’immigrazione ebraica [in Gran Bretagna]. Ai critici anti-sionisti piace sottolineare che egli non propose mai una patria nazionale per gli ebrei oppressi nella sua nativa Scozia; era “incerto e imbarazzato sul loro posto nella società dei Gentili”, ha riferito Leonard Stein, che ha pubblicato il primo studio serio sulla Dichiarazione.

Ci si continua a domandare quali fossero le connessioni e le contraddizioni della dichiarazione pubblica di Balfour a sostegno del sionismo; l’accordo segreto Sykes-Picot del 1916 tra la Gran Bretagna, la Francia e la Russia per spartirsi la Palestina, la Siria, il Libano e l’Iraq; e le precedenti promesse segrete riguardanti l’indipendenza araba, fatte dagli Inglesi per incoraggiare Sharif Hussein della Mecca affinché lanciasse la sua “rivolta nel deserto” contro i turchi (con l’aiuto di Lawrence “d’Arabia”). La verità, sepolta in definizioni non chiare, incomprensioni e duplicità, rimane inafferrabile. Ma gli interessi della Gran Bretagna nella guerra, in ogni caso, erano la priorità assoluta.

Il punto di vista degli Arabi era spuntato fin dall’inizio. La Dichiarazione Balfour, ha affermato lo storico libanese George Antonius, tradiva le intese tra Sharif Hussein e Sir Henry McMahon, alto commissario britannico in Egitto. E queste a loro volta erano contraddette dall’accordo Sykes-Picot, secondo il quale gran parte della Palestina doveva essere sotto amministrazione internazionale. La promessa britannica ai sionisti, ha scritto Antonius nel suo libro Il risveglio arabo del 1938, “manca di reale validità, in parte perché [la Gran Bretagna] era già impegnata a riconoscere l’indipendenza araba in Palestina, e in parte perché tale promessa implica un obbligo che essa non può soddisfare senza il consenso arabo.”Inizio moduloFine modulo Se il primo punto – spesso riassunto come “la terra due volte promessa” – era discutibile, il secondo non lo era. Gli Arabi non avevano accettato; sentivano, allora come adesso, di essere stati ingannati.

La formulazione accuratamente elaborata di Balfour era altrettanto studiatamente vaga: un diplomatico “pasticcio inzuccherato” nelle parole dell’attuale ministro degli esteri Boris Johnson. Esso né definiva il significato giuridico di una “patria nazionale” né prometteva di creare uno stato ebraico. E quella vaghezza incoraggiava i Palestinesi a sperare che la politica britannica non sarebbe stata perseguita. Chaim Weizmann, il leader sionista russo, il cui fascino e l’assidua capacità di fare lobbying furono strumentali per ottenere la dichiarazione, non era soddisfatto per la sua formulazione finale. “In un primo momento, il neonato non mi piaceva”, scrisse. “Non era quello che mi aspettavo. Ma sapevo che quello era un grande evento”.

Il fatto fondamentale era che la maggiore potenza mondiale aveva dato un massiccio impulso al movimento sionista a 20 anni dalla sua nascita, sullo sfondo dei pogrom russi e dell’affare Dreyfus in Francia. In un atteggiamento spesso descritto come “messianico”, Balfour è stato acclamato come un “nuovo Ciro”, il re persiano che liberò gli Ebrei dal loro esilio babilonese nel VI secolo a.C.. “C’era un grande risveglio delle ossa disseccate di Israele”, scrisse un sionista, “come se si stesse per avverare la visione profetica di Ezechiele.”

Il Guardian di Manchester diede alla dichiarazione un caloroso benvenuto. C.P. Scott, il suo editore, aveva presentato Weizmann a Lloyd George; il suo editoriale evocava la memoria dei recenti massacri degli Armeni (cristiani) da parte dei Turchi (musulmani), come riflesso delle ipotesi colonialiste contemporanee. Gli Ebrei avevano bisogno di una casa nazionale per la loro sicurezza, scrisse Scott, definendo Balfour “il cartello che indicava un destino”.

Gli Arabi in Palestina reagirono con allarme. Gli Ebrei nativi del paese erano prevalentemente ortodossi e godevano di autonomia religiosa sotto il dominio ottomano. Ma la demografia della comunità ebraica aveva cominciato a cambiare con l’arrivo dall’Europa dei primi coloni sionisti negli anni 1880. Nel 1910, uno scrittore arabo si preoccupava per il fatto che gli Ebrei ad Haifa stavano cominciando a interagire esclusivamente con la propria comunità. “Se si stabilisce uno stato ebraico dopo migliaia di anni di declino … noi [Arabi] temiamo che il nuovo colonizzatore espellerà gli indigeni e noi dovremo lasciare in massa il nostro Paese. Noi volgeremo allora indietro il nostro sguardo e rimpiangeremo la nostra terra come i musulmani d’Andalusia”, ammoniva Abdullah Mukhlis in un articolo straordinariamente profetico. “La Palestina può essere in pericolo. In pochi decenni potrebbe essere testimone di una lotta per la sopravvivenza”.

Soldati britannici perquisiscono arabi che entrano a Gerusalemme nel 1938. Foto Ullstein Bild/Getty

 

La nuova realtà della dominazione britannica arrivò l’11 dicembre 1917, quando il generale Sir Edmund Allenby entrò dalla Porta di Jaffa nella Città Vecchia di Gerusalemme. “La Palestina è araba”, dichiarava un’associazione nazionalista nata da poco. “La sua lingua è l’arabo. Vogliamo che questo sia riconosciuto formalmente. È stata la Gran Bretagna a salvarci dalla tirannia turca e non crediamo che ci consegnerà nelle grinfie degli Ebrei. Chiediamo equità e giustizia. Chiediamo ad essa di proteggere i nostri diritti e di non decidere il futuro della Palestina senza chiedere la nostra opinione”.

I funzionari britannici ignorarono tali appelli, anche se alcuni riconobbero rapidamente quello che stava succedendo. “È infatti difficile vedere come possiamo mantenere le nostre promesse agli Ebrei rendendo il paese una “patria nazionale” senza infliggere ferite ai nove decimi della popolazione”, qualcuno scrisse nel 1920. “Ma ora ci siamo assunti l’onere di ciò sulle nostre spalle, e siamo incorsi nell’odio dei musulmani e dei cristiani, che non sono stati appagati dalle vaghe promesse che i loro interessi non saranno colpiti”. Nel 1922, l’impegno di Balfour fu incorporato nel Mandato per la Palestina della Società delle Nazioni, che fissava i termini dell’amministrazione britannica, quello che il nuovo organismo chiamava “missione sacra di civiltà”. La promozione dell’immigrazione ebraica e la rinascita della lingua ebraica erano impegni fondamentali. La parola “arabo” non compariva nel mandato.

L’iniziale opposizione araba al sionismo è stata spesso descritta come una “questione invisibile”, ed è stato spesso suggerito che i Palestinesi non avevano identità nazionale prima dell’arrivo dei primi coloni ebrei. Ma sia gli Inglesi che i sionisti erano lucidamente consapevoli delle opposizioni locali fin dall’inizio. “Anche se tutti i nostri calcoli politici prendessero la via del nostro desiderio, gli Arabi rimarranno il nostro problema più grande”, affermava il collega di Weizmann Harry Sacher nel giugno 1917. “Non voglio che in Palestina ci comportiamo con gli Arabi come i Polacchi si comportano con gli Ebrei, avendo noi anche meno scuse perché siamo numericamente una minoranza”. I sionisti credevano fervidamente nel loro “diritto alla rinascita nazionale” in Eretz-Yisrael (“la terra d’Israele”), da dove i loro antenati erano stati esiliati dai Romani nel 70 d.C.. Gli sforzi precedenti per ottenere il riconoscimento da parte dei Turchi erano falliti. Balfour fu importante perché l’alleanza con la Gran Bretagna permise loro di esercitare tale diritto. E c’era un sostegno più ampio (contrariamente alla intelligente ironia su “una nazione” di Koestler) degli Stati Uniti, della Francia e dell’Italia.

Il mandato della Società delle Nazioni, cinque anni dopo Balfour, fornì il primo quadro giuridico internazionale per le ambizioni sionistiche, ignorando le obiezioni palestinesi e stabilendo un modello che si ripeterà in futuro. Inoltre, il riconoscimento della Gran Bretagna aiutò il movimento sionista a evolversi da una minoranza insignificante dell’ebraismo mondiale ad una che attirava crescente simpatia. Le obiezioni degli Ebrei al sionismo cominciarono a dissolversi una volta che il mandato fu in atto, anche se non riuscì ad evitar loro tutti gli orrori della seconda guerra mondiale. L’opposizione araba, comunque, non si è mai indebolita.

Balfour non mostrò pentimenti. Nel 1919, come è risaputo, disse al suo collega di governo, Lord Curzon (che si era aspettato che la dichiarazione provocasse problemi alla Gran Bretagna) che “il sionismo, giusto o sbagliato, buono o cattivo che sia, è radicato in tradizioni antiche, in esigenze presenti, in speranze future, che hanno un’importanza ben più profonda rispetto ai desideri e ai pregiudizi dei 700.000 Arabi che ora abitano quell’antica terra”. Questa esibizione brutalmente sincera di parzialità (“grondante olimpico disprezzo” secondo le parole del vecchio storico palestinese Walid Khalidi) suscita ancora la rabbia araba.

Il seguito fu segnato da fosche pietre miliari, ciascuna rappresentante un’ulteriore escalation. Gli Arabi attaccarono gli Ebrei nel 1920 e nel 1921. Nel 1925 Balfour, ora in pensione, visitò la Palestina, dove fu acclamato dagli Ebrei, che chiamarono un nuovo insediamento nella valle di Jezreel (Marj Ibn Amr in arabo) con il suo nome. Gli Arabi lo ignorarono. Quattro anni dopo ci furono ​​nuovi disordini a Gerusalemme: il motivo, allora come adesso, era l’Haram al-Sharif / Monte del Tempio, il sito della moschea al-Aqsa. Il peggiore spargimento di sangue, però, fu a Hebron, dove gli Arabi uccisero 67 Ebrei ortodossi indifesi che non facevano parte del campo sionista, anche se quella vecchia distinzione stava rapidamente scomparendo. Tre degli assassini del 1929 furono impiccati dagli inglesi nella prigione di Acri, e sono ancora acclamati in una canzone popolare come “martiri” della causa palestinese.

Arthur Balfour visita colonie ebraiche in Palestina nel 1925. Universal Images Group/Getty Images

 

Il 2 novembre 1932, data ormai familiare, il quotidiano arabo Filastin dedicò la prima pagina ad una vignetta satirica in cui appare lord Balfour, incombente su una carta geografica del paese, mentre stringe nella mano la sua “disastrosa promessa”. Nel disegno sono illustrate “le sofferenze inflitte alla Palestina”, i progressi del sionismo sotto la protezione degli Inglesi, rappresentati da un arrogante ufficiale con tanto di stivali da cavallerizzo e da una nave da guerra ormeggiata di fronte ad Haifa. Si vedono dei migranti ebrei marciare baldanzosi verso Tel Aviv, mentre una famiglia di contadini arabi dall’aspetto triste si dirige verso il deserto su un cammello. Il paesaggio è punteggiato dalle conquiste e dalle realizzazioni degli Ebrei: fattorie, macchine agricole e opere pubbliche in fervente sviluppo. In un angolo un gruppo di uomini arabi in abiti europei e fez discutono (presumibilmente senza costrutto) dei cambiamenti a cui stanno assistendo. Sir John Chancellor, fino a poco tempo prima alto commissario del mandato britannico, aveva definito la dichiarazione Balfour un ”errore madornale”. Tuttavia gli eventi fuori dalla Palestina avrebbero ben presto dimostrato che ormai si poteva fare ben poco per rimediare a questo errore.

A metà degli anni trenta, il diffondersi delle leggi anti-semitiche in Europa dell’est e l’ascesa al potere di Hitler produssero un’enorme ondata migratoria –di rifugiati che poi divenivano anche coloni– e la popolazione ebraica in Palestina raddoppiò. La Peel Commission, istituita dagli Inglesi per investigare le cause della rivolta araba del 1937 (nel ventennale della dichiarazione Balfour) ammetteva che le aspirazioni dei due popoli erano “inconciliabili” e proponeva la divisione del territorio in due stati: uno ebraico e uno arabo, ma questa idea fu accantonata a causa della nuova guerra che si profilava all’orizzonte. La Gran Bretagna cambiò politica solo a partire dal 1939, quando pose drastici limiti all’emigrazione degli Ebrei e alla compravendita di terre, mentre faceva promesse di indipendenza della Palestina. Il rapporto ufficiale britannico di quell’anno recitava: “Non poteva essere intenzione degli estensori del Mandato, che dà attuazione alla Dichiarazione Balfour, di convertire la Palestina in uno stato ebraico contro la volontà della popolazione araba”. E aggiungeva: “Il governo di Sua Maestà Britannica……dichiara fermamente di non avere alcun programma politico che preveda la trasformazione della Palestina in uno stato ebraico”. Gli Ebrei, indignati, si schierarono contro questa presa di posizione e molti di essi presero a considerare gli Inglesi loro nemici. Ma la respinsero, stupidamente, anche gli Arabi, facendosi così sfuggire l’ultima opportunità di recuperare almeno in parte quanto era andato perso nei vent’anni seguiti a quella che lo storico palestinese Rashid Khalidi ha definito la “gabbia di ferro” del Mandato.

Nel novembre del 1947, a trent’anni dalla Dichiarazione Balfour e all’indomani dell’Olocausto, l’opinione pubblica al di fuori del mondo arabo e musulmano si schierò tutta a favore della creazione di uno stato ebraico. Mentre la marina britannica respingeva le navi cariche di rifugiati che cercavano disperatamente di raggiungere le coste palestinesi e le bande paramilitari sioniste (Stern e Irgun) prendevano di mira le forze britanniche, gli Ebrei rappresentavano già un terzo della popolazione totale del territorio. Soprattutto negli Stati Uniti i sionisti erano considerati dei progressisti che combattevano contro l’imperialismo britannico e contro i suoi reazionari lacchè arabi. Nel primo periodo della guerra fredda, sia Stati Uniti che URSS sostennero il piano delle Nazioni Unite per dividere il territorio in due stati separati, uno ebraico e uno arabo. Il piano fu respinto dai Palestinesi che rifiutavano di arrendersi a quelli che essi ritenevano colonizzatori stranieri che avevano trasformato il loro paese ignorando la loro presenza. Fu un altro errore, forse comprensibile, ma senz’altro un errore. L’indipendenza di Israele divenne la catastrofe dei Palestinesi, la Nakba: metà della popolazione araba fu scacciata o costretta a fuggire. La Palestina araba fu cancellata da Israele e dalla Giordania. Le Nazioni Unite non avrebbero mai approvato una simile risoluzione se non ci fosse stata la dichiarazione inglese del novembre 1917. Balfour rappresenta ancora oggi la parola chiave che legittima il sionismo ed è il simbolo di tutte le disgrazie del popolo palestinese. Difficile pensare che tutto ciò possa cambiare.

I preparativi per il centenario hanno creato qualche difficoltà al governo britannico che continua a sostenere la posizione dei due stati come soluzione al conflitto, una posizione risalente ai tardi anni ‘80, le cui radici tuttavia sono riconducibili al 1967, anno in cui l’anniversario di Balfour fu oscurato dalla guerra dei sei giorni. La prova di forza di Israele arrivò a riunificare sotto il suo governo tutta la Palestina del Mandato britannico più la penisola del Sinai egiziano e le alture del Golan in Siria. La vittoria militare tuttavia fu la parte più facile.

È interessante che ci siano stati due eventi epocali a distanza di cinquant’anni l’uno dall’altro: uno fu il primo trionfo politico del sionismo, l’altro fu l’inizio dell’occupazione che, negli anni, lo avrebbe indebolito minacciando di isolare Israele. L’estate scorsa il giornalista ebreo-americano J.J. Goldberg scriveva in proposito: “Se la Dichiarazione Balfour rappresenta il momento in cui l’obiettivo di uno stato ebraico ottiene per la prima volta un riconoscimento e una legittimazione internazionale, il 1967 è il momento in cui la legittimazione e il riconoscimento cominciano a calare, lasciando gradualmente il posto a 50 anni di disagio. In altre parole, la Dichiarazione Balfour diede il via a un processo diplomatico che portò l’opinione pubblica internazionale a sostenere quel che fino ad allora era stato il sogno folle di una rinascita della nazione ebraica. La guerra dei sei giorni ha invece scatenato una serie di eventi che potrebbero concludersi con la fine del sogno.”

In quell’occasione i Palestinesi, che dal 1948 venivano ricordati solo come “profughi arabi”, tornarono di nuovo al centro dell’attenzione. La resistenza all’occupazione e gli attentati terroristici, come quello delle olimpiadi di Monaco, guadagnarono la prima pagina dei giornali. La simpatia per la causa palestinese crebbe con la guerra del Libano del 1982. Ma fu solo nel 1987, con la prima Intifada, quando tutto il mondo vide i bambini palestinesi sfidare il poter armato israeliano, che la “guerra delle pietre” mise in seria difficoltà Israele. A seguito di questi eventi, Yasser Arafat dichiarò unilateralmente l’indipendenza della Palestina, ciò che portò poi agli accordi di Oslo del 1993. Dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, gli accordi di Oslo furono spazzati via dall’espansione degli insediamenti, dalla malafede, dagli attentati kamikaze e da una seconda Intifada armata che scoppiò disastrosamente in seguito al fallimento dei colloqui di Camp David del 2000. La morte di Arafat nel 2004 segnò il punto più basso per la causa palestinese e ben poco è cambiato con il suo successore Mahmoud Abbas, eccetto il fatto che la presa di potere di Hamas a Gaza nel 2007 ha rappresentato un elemento di grande divisione interna. Quando nel 2012 Abbas riuscì ad ottenere per la Palestina lo status di osservatore all’ONU, la Gran Bretagna rifiutò di allinearsi con le 136 nazioni che votarono a favore, e si schierò fedelmente a fianco degli USA.

Lo scorso anno, dopo consultazioni piuttosto nervose a Whitehall, la presa di posizione iniziale del governo fu goffamente difensiva: la Gran Bretagna avrebbe solo “commemorato” non “celebrato” la ricorrenza, essendo la Dichiarazione Balfour viziata in quanto non sosteneva i diritti politici degli Arabi insieme a quelli degli Ebrei. Ma la Gran Bretagna non avrebbe chiesto scusa. Farlo, fu detto all’ambasciatore palestinese Manuel Hassasian, avrebbe aperto un vaso di Pandora di richieste riguardo a Cipro, al Kashmir e ad altre ferite ancora aperte dell’imperialismo britannico. Un importante rappresentante politico mi ha detto: “Non possiamo sostenere Israele con fanfare e rulli di tamburi, ma nemmeno possiamo cospargerci il capo di cenere per la gioia dei sostenitori della Palestina. La cosa da fare è trovare la giusta via di mezzo fra queste due posizioni”.

All’indomani del referendum sull’uscita dalla UE, c’è stato un piccolo ma significativo mutamento nella posizione della Gran Bretagna. Theresa May, nel tentativo di assumere un atteggiamento più ‘globale’ dopo gli esiti della Brexit e l’elezione di Trump a presidente USA, ha criticato il segretario di stato di Obama, John Kerry, per aver manifestato la preoccupazione che l’espansione degli insediamenti da parte di Israele stesse producendo “un solo stato e una perpetua occupazione”. Le osservazioni di Kerry facevano seguito alla risoluzione n. 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si ribadiva che gli insediamenti israeliani violano il diritto internazionale; la risoluzione era appoggiata dalla Gran Bretagna e, stranamente, gli USA non avevano posto il veto. Questa mossa fu interpretata come un ultimo colpo basso di un Obama frustrato prima di andarsene e come un tentativo (fin ad ora non riuscito) di mettere in sicurezza la politica estera statunitense dalle manovre di Trump.

May è stata fortemente criticata per essersi tanto adoperata al fine di entrare nelle grazie del nuovo presidente. Ha poi invitato Netanyahu a Londra in occasione del centenario della Dichiarazione Balfour, evento che la Gran Bretagna -ha aggiunto la premier- si appresta a celebrare “con orgoglio”, parole che hanno ricevuto un’enorme attenzione, come sempre accade con argomenti delicati come questo. Queste due parole sono tuttora il mantra ufficiale del ministero degli esteri e vengono mormorate con fare impacciato da imbarazzati funzionari.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Gerusalemme, maggio 2017. Sebastian Scheiner/AP

La risposta del Regno Unito alla richiesta di scuse formali per la Dichiarazione Balfour, avanzata con il sostegno di 13.600 firmatari di una petizione indirizzata al parlamento, è arrivata lo scorso aprile: “Siamo orgogliosi del nostro ruolo nella creazione dello stato di Israele. Dare una patria al popolo ebraico nella terra in cui affondano le sue radici storiche e culturali è una cosa giusta e sacrosanta che va a compensare secoli di persecuzioni.” Una posizione che Alistair Burst, ministro per il Medio Oriente, ha successivamente corretto con discrezione, parlando di “orgoglio e tristezza”.

La Brexit ha anche affossato l’inchiesta in corso da parte della commissione degli affari esteri sulla politica del Regno Unito riguardo al conflitto israelo-palestinese. La commissione è stata sciolta per legge, insieme al parlamento, allorché sono state indette nuove elezioni. Il suo presidente Crispin Blunt sperava di poter pubblicare, simbolicamente il 2 novembre, la relazione finale dei lavori e mettere così in discussione le posizioni del governo. Blunt era malvisto da Israele e relativi sostenitori. Il suo sostituto, Tom Tughendat, è molto più in sintonia con la politica israeliana e pone l’accento sull’instabilità nell’area medio orientale. Egli sostiene che le primavere arabe e le loro conseguenze sanguinose “hanno dimostrato che il conflitto israelo-palestinese è irrilevante”. Si dice che non ci sia “molta voglia” di riaprire la commissione d’inchiesta sotto la sua presidenza.

Sir Vincent Fear, già console generale britannico a Gerusalemme Est e sostenitore del Progetto Balfour, non ha mai creduto che valesse la pena presentare delle scuse per la Dichiarazione, ma ritiene che sia più importante il riconoscimento dello stato di Palestina da parte del Regno Unito. “Riconoscimento significa che quando Abbas, o chiunque verrà dopo di lui, farà domanda di ammissione della Palestina all’ONU come stato membro, la Gran Bretagna dovrebbe votare a favore,” dice. “Questo ci metterebbe in una posizione ben diversa rispetto agli USA e rafforzerebbe il principio che le infrazioni del diritto internazionale vanno sanzionate. Inoltre una simile scelta potrebbe indurre altri paesi dell’Unione Europea a considerare seriamente questa opportunità di riconoscere la Palestina”. I funzionari del Foreign Office, tuttavia, insistono che il riconoscimento potrebbe avvenire solo quando e se questo si dimostrasse un buon metodo per accelerare il processo di pace, tralasciando di dire che una decisione di questa portata naturalmente può dipendere solo da Washington. È tuttavia possibile che lo scontento nei confronti della posizione del Regno Unito spinga il parlamento a rilasciare una dichiarazione pre-centenario che quanto meno ribadisca il sostegno per uno stato di Palestina accanto a quello israeliano.

In un mondo post coloniale e multilaterale come quello del 2017, la Gran Bretagna non ha più il potere, nel bene e nel male, di promulgare dichiarazioni unilaterali che rispondono ai propri interessi, ma che hanno conseguenze enormi su altri popoli senza che essi siano stati consultati. Le lancette dell’orologio non si possono più riportare indietro. Oggi non è possibile concepire, neanche per scherzo, una “dichiarazione Johnson [ministro degli esteri britannico]” che abbia anche una frazione infinitesimale dell’impatto avuto dalla Dichiarazione Balfour.

Negli ultimi anni il consolato inglese di Gerusalemme Est ha aiutato i contadini palestinesi nella raccolta delle olive nelle aree più vulnerabili della Cisgiordania minacciate dagli insediamenti, evidenziando come il sostegno pratico sia molto più utile dei gesti simbolici o delle scuse formali. Tuttavia non sembra che le “buone pratiche” della Gran Bretagna, in un periodo che vede il suo prestigio internazionale affievolirsi, possano servire granché a risolvere l’interminabile conflitto che essa stessa ha contribuito a creare un secolo fa.

Ian Black è stato redattore capo per il Medio Oriente e redattore diplomatico per il Guardian. Il suo ultimo libro “Enemies and Neighbours: Arabi ed Ebrei in Palestina e Israele, 1917/2017” verrà pubblicato da Allen Lane nel Regno Unito il 2 novembre e da Grove Atlantic negli USA il 7 novembre.

https://www.theguardian.com/news/2017/oct/17/centenary-britains-calamitous-promise-balfour-declaration-israel-palestine

Traduzione di Antonella Micone, Simonetta Madussi e Nara Ronchetti

A cura di AssoPacePalestina

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