Un’altra refusenik israeliana.

Il 12 luglio 2017, Noa Gur Golan si è rifiutata di fare il servizio militare nell’esercito israeliano ed è stata in prigione per 5 giorni. Ha fatto una dichiarazione un cui spiega perché ha rinunciato al suo sogno di diventare un pilota: “Mi sono resa conto che, se volevo vivere in pace con me stessa, non potevo essere un soldato.” Prima di dichiarare pubblicamente il suo rifiuto, Noa era stata respinta da due comitati per obiettori di coscienza che non l’avevano riconosciuta come pacifista. Nei prossimi giorni sarà nuovamente condannata a un altro periodo di detenzione.

Qui si può vedere un video con la sua dichiarazione (sottotitoli in inglese).

Qui si possono inviare lettere di solidarietà.

 

La dichiarazione in cui Noa rifiuta il servizio militare

Quando ero piccola, sognavo di diventare un pilota da combattimento dell’esercito israeliano. Oggi ho 19 anni e mi fa male il solo pensiero di far parte di una qualsiasi organizzazione militare.

Per più di un anno ho chiesto di poter dare il mio contributo alla società facendo un servizio civile. Per essere riconosciuta come obiettore di coscienza dall’esercito israeliano ho dovuto presentarmi a un comitato militare. Ma per due volte il comitato ha respinto la mia richiesta, perché i membri del comitato non erano convinti che la mia vera motivazione fossero “ragioni di coscienza”. Il 12 luglio, giorno in cui mi dovrei arruolare, mi rifiuterò di entrare nell’esercito. Sceglierò così di pagare il prezzo per la mia libertà di coscienza e per questo sarò imprigionata non so ancora per quanto tempo.

L’operazione “Scudo Protettivo” è stata la prima guerra che ho conosciuto da adulta. Il ricordo più significativo che mi è rimasto di quella guerra è quello del momento in cui un allarme missilistico è suonato durante la mia attività al “Maccaby Youth Movement”. Mentre portavo i bambini al rifugio, ho capito qual è l’atmosfera in cui crescono i ragazzi di questo paese: crescono in una realtà in cui la violenza è la norma.

Ho capito che i valori ai quali ero stata educata –obbedire alle leggi e contribuire alla società- devono coesistere con altri valori in cui credo profondamente –che ogni vita umana è sacra e che bisogna rifiutare la violenza. Per questo motivo ho cercato un modo per adeguarmi all’esercito, ma poi mi son resa conto che, se volevo vivere in pace con la mia coscienza, non potevo diventare un soldato. Né un soldato-insegnante né un’impiegata. Non posso far parte di nessuna organizzazione militare.

Negli ultimi tre anni, ho avuto la fortuna di incontrare amici che venivano dai Territori Palestinesi, dalla Giordania e da altri paesi. Ho potuto conoscere le persone, le loro storie personali, non accettando quegli stereotipi a cui ci hanno abituati. Così ho capito che non potevo servire la violenza e la morte, ho capito che l’amore che sento per gli amici della mia città di Netanya è identico all’amore che sento per i miei amici di Hebron. Con queste idee in testa, ho capito che non potevo accettare di prender parte all’oppressione di un altro popolo, perché credo che bisogna costruire ponti e non muri.

So bene che la realtà in cui viviamo è piena di complicazioni –gli attacchi terroristici e le guerre- ma credo che i conflitti di ogni genere non si risolvano con le armi e con la violenza. Credo che le vita di ogni persona sia preziosa e che ciascuno di noi debba fare tutto il possibile per cambiare la realtà in cui viviamo oggi.

Non condanno chi –soldato o cittadino- vede la vita in un modo diverso dal mio. Tuttavia voglio credere che in un paese democratico ci debba essere spazio perché tutti possano vivere e lavorare per un futuro migliore. Un futuro in cui tutte le persone che vivono su questo pezzo di terra, Israeliani e Palestinesi, saranno liberi e davvero indipendenti.

Considero il mio rifiuto come un primo passo per indicare un’alternativa alla realtà violenta in cui ci siamo abituati a vivere.

Per ottenere davvero la sicurezza, penso che ci debba essere un’altra strada.

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