Scheda informativa sui prigionieri palestinesi

Scheda informativa sui prigionieri palestinesi

in occasione della giornata per i prigionieri palestinesi
e dello sciopero della fame “Libertà e Dignità”

 Nel corso degli anni, Israele ha tenuto centinia di migliaia di Palestinesi in carcere, per periodi che vanno da diversi mesi a diversi decenni. Da quando, nel 1967, Israele ha occupato la Cisgiordania con Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, circa 800.000 Palestinesi sono stati detenuti nelle carceri israeliane.

Questo numero rappresenta il 20% di tutta la popolazione palestinese dei Territori Occupati e addirittura il 40% della popolazione maschile. Ogni famiglia palestinese è stata colpita dal dramma di avere uno o più dei suoi componenti in prigione. I Palestinesi, quindi, sono stati oggetto di uno dei più alti tassi di carcerazione del mondo, e rappresentano l’esempio più impressionante di carcerazione di massa per motivi politici di tutta la storia contemporanea.

Solo a partire dall’inizio del 2017, le autorità israeliane di occupazione hanno arrestato 1.597 Palestinesi, tra cui 46 donne e 311 minori di 18 anni. Nel 2016, Israele ha arrestato 6.440 Palestinesi. Oggi ci sono circa 6.500 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

La politica israeliana di fare arresti arbitrari di massa ha lo scopo di intimidire la popolazione civile e di stroncare la resistenza palestinese. È parte integrante del regime instaurato da Israele per impedire che si realizzi il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e per perpetuare l’occupazione coloniale e militare di Israele.

Questa politica si realizza con la complicità del sistema giudiziario israeliano. I tribunali militari israeliani hanno una percentuale di condanna dei Palestinesi che negli ultimi anni ha oscillato tra il 90 e il 99%. Questo dato va confrontato con la quasi totale impunità concessa agli Israeliani che commettono reati contro i Palestinesi. Il sistema giudiziario israeliano è illegittimo e viola la legge internazionale per aver condannato praticamente ogni Palestinese arrestato dalle forze di occupazione isrealiane, compresi minori, difensori dei diritti umani, parlamentari, accademici, leader politici, manifestanti, semplici spettatori, familiari di prigionieri, militanti a cui viene applicata la cosidetta detenzione amministrativa, cioè la carcerazione senza accuse e basata su prove segrete. Questi tribunali sono strumenti dell’occupazione e non organismi per l’attuazione della giustizia.

Israele ha trasferito forzosamente prigionieri palestinesi entro carceri israeliane che si trovano al di fuori del territorio occupato, in violazione del Diritto Internazionale Umanitario. I prigionieri palestinesi vengono privati dei loro più fondamentali diritti, sia a seguito di misure punitive arbitrarie, sia per le pesanti restrizioni al loro diritto di ricevere visite e avere contatti con le famiglie. Dal 1967, più di 200 Palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane, o per assassinii extragiudiziali avvenuti sotto tortura o per negligenza medica intenzionale. Queste violazioni sono equivalenti a crimini di guerra e a crimini contro l’umanità, come previsto dalla Statuto di Roma.

I numeri dei prigionieri palestinesi

In aprile 2017

Dal settembre 2000
Numero dei prigionieri

6.500

100.000

Palestinesi arrestati

Numero dei prigionieri donna

56

tra cui 13 minori

1.500

Numero di minori

300

15.000

Numero di carcerati in detenzione amministrativa

500

27.000

ordini di detenzione amministrativa

Numero di detenuti appertenenti al PLC (Parlamento Palestinese)

13

70

Numero di prigionieri detenuti da prima degli Accordi di Oslo

29

 

Numero di prigionieri detenuti da più di 20 anni

44

 

Numero di prigionieri morti

 

210

 

 

Dati forniti dalla Commissione OLP per gli Affari dei Detenuti ed ex-Detenuti, dall’Associazione dei Prigionieri Palestinesi e dall’Ufficio Statistico Palestinese.

Questi numeri impressionanti suggeriscono l’esistenza di una politica mirata a intimidire e limitare fortemente la libertà dei Palestinesi. (Rapporto dell’Osservatore Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati nel 1967. 19 ottobre 2016)

Lo sciopero della fame “Libertà e Dignità”

Il 17 aprile, Giornata per i Prigionieri Palestinesi, segna anche l’inizio di uno dei più grandi scioperi della fame degli ultimi 20 anni. È guidato dal leader detenuto Marwan Barghouthi e vi hanno aderito più di mille prigionieri che intendono protestare contro la privazione di quei diritti fondamentali che sono loro garantiti dalla legge internazionale. Il Diritto Internazionale Umanitario mira innanzitutto a proteggere coloro che non prendono parte alle ostilità, cioè i civili, e tutti quelli che sono hors de combat come i prigionieri. Invece di garantire questa protezione ai prigionieri palestinesi, Israele li ha presi come obiettivo principale delle sue violazioni e della sua politica di punizioni collettive.

Lo sciopero della fame è una conseguenza delle molteplici e sistematiche violazioni commesse dall’occupazione israeliana nei confronti dei diritti dei prigionieri e delle gravi infrazioni delle Convenzioni di Ginevra, inclusi –tra l’altro– arresti arbitrari di massa, trasferimenti forzosi di prigionieri nelle carceri che si trovano in Israele, torture, trattamenti disumani e degradanti, così come negligenze mediche intenzionali e misure punitive arbitrarie. I prigionieri, inoltre, subiscono violazioni dei loro diritti di visita e di contatto con i familiari. Negli ultimi anni, Israele ha limitato o revocato alcuni diritti faticosamente conquistati dai prigionieri mediante scioperi della fame. Dopo che le autorità israeliane di occupazione hanno ripetutamente rifiutato di prendere in esame le legittime richieste, basate sul diritto internazionale, dei prigionieri palestinesi, i prigionieri stessi hanno deciso di dare il via al loro sciopero della fame “Libertà e Dignità” per porre fine a questi abusi.

Israele ha la responsabilità di tutelare la vita dei prigionieri palestinesi e deve essere diffidato dall’adottare misure punitive contro gli scioperanti della fame, così come dal fare ricorso all’alimentazione forzata che rappresenta un “trattamento crudele, disumano e degradante” secondo le parole dell’Osservatore Speciale ONU sulla tortura ed altri trattamenti o punizioni crudeli, disumane e degradanti. Israele, che è la potenza occupante, deve prendere in considerazione le legittime richieste dei prigionieri palestinesi per tutta la durata della loro detenzione, e non eccitare gli animi contro di loro e provocare così una escalation.

“Il solo modo per porre fine agli scioperi della fame non è quello di alimentare a forza gli scioperanti, ma quello di far fronte alle violazioni dei diritti umani che ne sono la causa e contro le quali essi stanno protestando.” Dichiarazione congiunta dell’Osservatore Speciale ONU sulla tortura ed altri trattamenti e punizioni crudeli, disumane e degradanti e dell’Osservatore Speciale ONU sul diritto alla salute. 28 luglio 2015.

Le responsabilità internazionali

Le Nazioni Unite continueranno ad avere la responsabilità della questione palestinese fino a che questa non sarà risolta in ogni suo aspetto, secondo la legge internazionale e le delibere attinenti. Il rispetto della legge internazionale e il raggiungimento della pace in Medio Oriente sono passi indispensabili per garantire la pace e la sicurezza internazionali.

La libertà e la dignità dei prigionieri palestinesi sono parte integrante del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, come sancito nella Carta delle Nazioni Unite. La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che il diritto alla autodeterminazione è un diritto valido erga omnes, cioè tale che, in virtù della sua importanza, tutti gli stati debbano avere un interesse legale al suo rispetto.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’Assemblea Generale ONU, così come le Alte Parti Contraenti e la Corte Internazionale di Giustizia, hanno riaffermato che la Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 sulla Protezione dei Civili in Tempo di Guerra si applica ai Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est. Mentre Israele, come potenza occupante, ha l’obbligo di rispettare scrupolosamente la suddetta Convenzione del 12 agosto 1949, l’articolo 1 condiviso dalle varie Convenzioni di Ginevra stabilisce che “le Alte Parti Contraenti si impegnano a rispettare e a garantire in ogni circostanza il rispetto di questa Convenzione.” Gli stati terzi hanno quindi l’obbligo legale internazionale non solo di astenersi dall’incoraggiare violazioni della legge umanitaria internazionale commesse da altri, ma devono anche prendere provvedimenti per porre fine a violazioni in atto e per prevenire che queste si verifichino, in modo da assicurare il rispetto delle Convenzioni.

La liberazione dei prigionieri palestinesi è anche un indispensabile preludio alla pace, un forte segnale di riconoscimento dei diritti di un popolo e delle sue istanze di libertà, ed è anche l’indicatore più importante della volontà di porre fine all’oppressione e all’occupazione e della volontà di fare la pace.

La solidarietà internazionale

C’è stata una crescente solidarietà internazionale a favore dei prigionieri palestinesi, compresi quelli più vulnerabil e rappresentativi come i minori, le donne, i malati, i difensori dei diritti umani, i parlamentari, e contro le peggiori violazioni dei loro diritti, come la tortura e i trattamenti disumani e degradanti. Svariati scioperi della fame degli ultimi anni sono riusciti a mobilitare il sostegno internazionale per i diritti dei prigionieri e per la loro indispensabile liberazione. Questa solidarietà è culminata con il lancio della Campagna Internazionale per la Liberazione di Marwan Barghouthi e di tutti i prigionieri palestinesi, campagna che ha preso l’avvio dalla cella di Nelson Mandela a Robben Island, con la partecipazione dell’icona anti-apartheid Ahmed Kathrada e di Fadwa Barghlouthi e con il sostegno del Governo Palestinese, di leader palestinesi di ogni parte politica e di organizzazioni palestinesi e internazionali per la difesa dei diritti umani. La Campagna e il suo documento costitutivo, la Dichiarazione di Robben Island, hanno ricevuto il sostegno di 8 Premi Nobel per la Pace, di 120 governi di tutto il mondo e di centinaia di leader, parlamentari, accademici, artisti, nonché di migliaia di cittadini. La campagna, che si ispira alla campagna per la liberazione di Mandela, è diventata la più grande manifestazione del sostegno internazionale alla giusta causa palestinese. Così come avvenuto in Sud Africa, la mobilitazione internazionale è cruciale per ottenere la liberazione dei prigionieri, passo indispensabile per la libertà del popolo palestinese e per la pace.

“Così come l’impegno internazionale portò alla liberazione di Nelson Mandela e di tutti i prigionieri anti-apartheid, noi crediamo che la comunità internazionale debba contribuire ad assicurare la liberazione di Marwan Barghouthi e di tutti i prigionieri palestinesi, essendo questa una parte integrante della sua responsablità ad assistere il popolo palestinese nella realizzazione dei suoi diritti.” Dichiarazione di Robben Island.

Dal Ministero Palestinese per gli Affari Esteri, la Commissione per i Prigionieri e l’Associazione dei Prigionieri, nel 4° giorno dello sciopero della fame.  19 aprile 2017.

Traduzione di Donato Cioli

 

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