Il futuro prospettato da Israele è terrificante.

di Ramzy Baroud.

The Palestine Chronicle, 15 febbraio 2017

Il checkpoint di Qalandiya. (Foto: Tamar Fleishman, PC)

Le prove empiriche della storia insieme a un po’ di buonsenso sono sufficienti a descrivere il tipo di opzioni che Israele riserva al futuro dei Palestinesi: apartheid permanente o pulizia etnica, o un insieme di entrambe.

L’approvazione del ”Regularization Bill” del 6 febbraio è quanto basta per immaginare il futuro previsto da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti senza un permesso ufficiale su terra di proprietà privata palestinese.

Tutti gli insediamenti –quelli ufficialmente riconosciuti e gli avamposti non autorizzati– sono illegali per la legge internazionale. Questa sentenza è stata emessa parecchie volte dalle Nazioni Unite e, più recentemente, è stata enunciata con chiarezza inequivocabile nella risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Per tutta risposta Israele ha annunciato la costruzione di oltre 6000 unità abitative sui territori palestinesi occupati, la costruzione di un insediamento nuovo di zecca (il primo in 20 anni) e la nuova legge che apre la strada all’annessione di gran parte della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente la legge è “il colpo di grazia alla soluzione dei due stati” ma ciò non è importante, e comunque non è mai importato ad Israele. Parlare di una soluzione era solo fumo negli occhi da parte di Israele. Tutti i “negoziati di pace” e l’intero “processo di pace,” anche quando era al suo zenith, raramente hanno rallentato i bulldozer israeliani, la costruzione di ulteriori “case ebraiche” o hanno messo fine all’incessante pulizia etnica dei Palestinesi.

Diana Buttu ha illustrato su Newsweek come la costruzione degli insediamenti sia sempre accompagnata dalla demolizione di case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017 secondo l’OCHA (Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Occupati).

Da quando Donald Trump è entrato in carica come presidente americano, Israele si è sentito liberato dall’obbligo di usare un linguaggio ambiguo. Per decenni le autorità israeliane hanno parlato con passione di pace, e hanno fatto tutto quello che potevano per ostacolarne il raggiungimento. Adesso semplicemente non se ne occupano più. Punto.

Hanno perfezionato il loro esercizio di equilibrismo solo perché dovevano farlo, perché Washington se lo aspettava, lo richiedeva. Ma Trump ha dato loro carta bianca: fate come volete; gli insediamenti non sono ostacoli alla pace, Israele è stato “trattato molto molto ingiustamente” ma io correggerò questa ingiustizia storica, e così via.

Quasi subito dopo l’inaugurazione presidenziale di Trump del 20 gennaio, sono cadute tutte le maschere.

Il 25 gennaio, il vero Benjamin Netanyahu è riemerso, smettendo del tutto di recitare e dichiarando con invidiabile sfacciataggine: “costruiamo e continueremo a costruire” insediamenti illegali.

A questo punto di cosa parlare ancora con Israele? Di niente. L’unica soluzione che importava ad Israele era la sua “soluzione,” sempre guidata da un cieco supporto americano, dall’inanità europea e sempre imposta ai Palestinesi e agli altri paesi arabi, con la forza se necessario.

I difensori della grande farsa della soluzione dei due stati, che avevano astutamente creato il “processo di pace” e ubbidivano a ogni cenno di Israele, sono adesso disorientati. Sono stati esclusi dagli atroci piani di Israele che ha colpito la loro soluzione direttamente in fronte, lasciando ai Palestinesi la scelta tra sottomissione, umiliazione o imprigionamento.

Ha ragione Jonathan Cook. La nuova legge è il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o perlomeno della sua maggior parte. Una volta che i piccoli avamposti saranno stati legalizzati, bisognerà fortificarli, e poi “ovviamente” allargarli e proteggerli. L’occupazione militare, che è in atto da 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. Nei Territori Palestinesi Occupati, agli Ebrei continuerà ad essere applicata la legge civile e ai Palestinesi occupati quella militare.

Questa è proprio la definizione di Apartheid, casomai qualcuno abbia ancora dei dubbi.

Per soddisfare i “bisogni di sicurezza “ dei coloni, verranno costruite altre strade “solo per Ebrei”, verranno eretti altri muri, altre barriere verranno tirate su per tenere i Palestinesi lontani dalle loro terre, dalle scuole, dalle loro fonti di reddito, altri checkpoint, altre sofferenze, altro dolore, altra rabbia e altra violenza.

Questa è la visione di Israele. Persino Trump comincia ad averne abbastanza della sfacciataggine e impudenza di Israele. In un’intervista al giornale Israel Hayom ha chiesto a Israele di ”essere ragionevole quando si tratta della pace.”

“C’è ancora molta terra e ogni volta che ne prendete per gli insediamenti ne resta meno,” ha detto Trump. Sta facendo marcia indietro sulle promesse fatte di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti e sull’espansione incontrollata degli insediamenti e altro, perché ha capito che Netanyahu e i suoi sostenitori americani lo hanno portato su un precipizio e adesso gli chiedono di buttarsi.

Comunque importa poco. Che Trump continui sulla sua posizione radicalmente pro-israeliana, oppure ricada nell’inconcludente posizione del suo predecessore Barack Obama, è improbabile che la realtà cambi, poiché in definitiva solo a Israele è permesso di influire sui risultati.

La legge approvata dal Parlamento israeliano è davvero la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui si può apertamente dichiarare che il cosiddetto “processo di pace” era un’illusione fin dall’inizio, poiché Israele non ha mai avuto nessuna intenzione di concedere la Cisgiordania e Gerusalemme Est ai Palestinesi.

In tutto questo, la dirigenza palestinese non è certo senza colpe.

Il più grosso errore che la dirigenza palestinese ha fatto (a parte la sua deplorevole spaccatura interna) è stata di aver fiducia negli Stati Uniti, il principale spalleggiatore di Israele, nel dirigere un “processo di pace” che ha dato a Israele tempo e risorse per completare i suoi progetti coloniali, distruggendo al contempo i diritti e le aspirazioni politiche palestinesi.

Ritornare agli stessi canali di una volta, usare lo stesso linguaggio, cercare la salvezza sull’altare della stessa vecchia “soluzione dei due stati,” non porterà a nient’altro che un ulteriore spreco di tempo ed energia.

Ma le umilianti opzioni date da Israele ai Palestinesi possono anche essere lette in un modo diverso. Infatti è l’ostinazione israeliana che ora lascia ai Palestinesi (e agli Israeliani) una e una sola scelta: o uguale cittadinanza in un unico stato o un orribile apartheid e ancora più pulizia etnica.

Per dirlo con le parole dell’ex Presidente Jimmy Carter: “Israele non troverà mai pace fino a che non permetterà ai Palestinesi di esercitare i loro fondamentali diritti umani e politici.”

Quel “permesso” israeliano deve ancora arrivare, lasciando alla comunità internazionale la responsabilità morale di pretenderlo.

http://www.palestinechronicle.com/israels-vision-for-the-future-is-terrifying/

Traduzione di Alice Censi

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