Soldati israeliani sparano a un Palestinese con la sindrome di Down e scappano senza voltarsi indietro.

Testimoni oculari dicono che Arif Jaradat, 23 anni, non stava mettendo in pericolo nessuno quando fu colpito dai soldati israeliani. Jaradat, amato da tutti i bambini del suo villaggio, è morto la settimana scorsa per le ferite ricevute.

Gideon Levy

2 luglio 2016

Arif Jaradat. Tomer Appelbaum (riproduzione)

Arif Jaradat. Tomer Appelbaum (riproduzione)

Ogni volta che Arif Jaradat vedeva dei soldati si metteva a gridare: “Mio fratello Mohammed, no!”. In più di un’occasione, Arif aveva assistito all’arresto del fratello maggiore Mohammed, a casa o per la strada, di notte o di giorno. Ogni volta che vedeva dei soldati lanciava quel suo impaurito lamento, che i fratelli interpretavano come se volesse dire: “No, non prendete Mohammed,”o “No, non arrestate Mohammed.”

In effetti Mohammed è stato arrestato cinque volte ed ha fatto in tutto 52 mesi di prigione, alcuni dei quali in detenzione amministrativa –cioè senza accuse e senza processo– e Arif viveva sempre con la paura che le Forze Armate israeliane venissero ad arrestarlo un’altra volta. La prigionia di Mohammed nel 2006 aveva lasciato un’impressione particolare nell’immaginazione di Arif: i soldati erano piombati in casa nel mezzo di una notte freddissima e avevano cacciato in strada l’intera famiglia –compreso il figlio di 18 mesi di Mohammed– nella cittadina di Sa’ir, vicino a Hebron. Quella notte il suolo era coperto di neve.

L’ultima volta Mohammed era stato arrestato nel 2013. Era successo per la strada e Arif l’aveva visto dal balcone di casa. Terrorizzato, aveva cominciato a gridare ancora una volta “Mio fratello Mohammed, no!”. Aveva gridato allo stesso modo due mesi fa, nel tardo pomeriggio del 4 maggio, quando aveva visto un gruppo di sei o sette soldati che si aggiravano a piedi vicino alla sua casa. Sentendo questo grido, i fratelli si erano subito preoccupati. Poi avevano sentito uno sparo. Accorsi sul posto, avevano visto il loro fratello seduto a terra sanguinante. I soldati se n’erano andati senza preoccuparsi delle sue condizioni e senza chiamare aiuto medico.

Arif è morto un mese dopo, per complicazioni causate dalla sua ferita allo stomaco.

Arif era un ragazzo di 23 anni con la sindrome di Down. È presumibile che il soldato che gli ha sparato se ne fosse accorto, perché la cosa doveva essere evidente a prima vista. I suoi fratelli gridarono in ebraico al soldato: “È un disabile, non sparate.” Ma il soldato sparò ad Arif da una distanza di circa 10 metri. I fratelli trovarono Arif seduto per terra sul pendio roccioso che scende verso la strada da cui era venuto lo sparo, col sangue che gli usciva dallo stomaco, mentre gridava dal dolore.

I suoi sei fratelli e una sorella volevano molto bene ad Arif e lui era molto affezionato a loro. In famiglia lo chiamavano col soprannome “Hubb”, che vuol dire amore. Si portavano dietro Hubb quasi dappertutto. A lui piaceva specialmente accompagnare i fratelli ai matrimoni, dove loro, tra le altre occupazioni, fanno servizi di video-fotografia e lavorano come deejay. In un video filmato due giorni prima che gli sparassero, si vede Arif col microfono che canta ai bambini del quartiere che si sono riuniti intorno a lui per la strada, lo applaudono e lo ricoprono di affetto. Arif sembra felice. Gli piaceva esibirsi per i bambini alle feste. Non si può restare indifferenti di fronte a immagini così toccanti. Pensare che dei soldati gli hanno sparato e l’hanno ucciso, suscita una profonda rabbia e una altrettanto profonda vergogna.

Due settimane fa, scrivevo su queste colonne di un giovane del villaggio di Awarta, H., che soffre di schizofrenia, che era stato ferito con uno sparo dai soldati e poi era stato incatenato al suo letto di ospedale, senza che ai suoi parenti fosse permesso di vederlo. E ora arriva l’uccisione di Arif, il ragazzo di Sa’ir con la sindrome di Down.

Ci sono sette fratelli nella famiglia. Il padre, Sharif, si è sentito male questa settimana ed è stato portato all’ospedale: non si è ripreso dalla morte del figlio. Tre dei fratelli di Arif –Mohammed, Hasan e Saari– siedono con noi nel soggiorno della loro casa e ci parlano con tristezza del fratello morto. Ci mostrano le sue fotografie prima che fosse colpito, e anche quelle fatte in ospedale. Lo fotografavano continuamente. Qui ha una maglietta decorata con un ritratto di Che Guevara. “Arif il comunista,” dicono sorridendo. Il loro amore per lui traspare da ogni parola che dicono.

Anche Arif aveva una sua particolare storia d’amore. Era innamorato di Jinan, una donna creata dalla sua immaginazione, una che non era mai esistita, a cui cantava canzoni d’amore e di cui diceva di essere fidanzato. Ogni tanto le parlava al telefono –”Pronto, Jinan”– come se lei fosse davvero all’altro capo del telefono.

Fino ai 7 anni aveva frequentato una scuola per esigenze educative speciali nel vicino villaggio di Bani Na’im, ma non c’era più voluto andare dopo che l’autista dello scuola-bus lo aveva picchiato. Da allora stava a casa o si aggirava per il villaggio. Gli piaceva guardare la televisione, ascoltare la musica e giocare col computer. Negli ultimi tempi aveva avuto anche un tablet, che ora i suoi fratelli ci fanno vedere. Ad Arif piaceva anche fare danze debka. E gli piaceva la Coca-Cola, di cui scolava intere bottiglie da un litro e mezzo. “Un amico di tutti,” dice, nel suo ebraico, il fratello Sa’ri.

Nel corso degli anni, vari fratelli di Arif erano stati arrestati per motivi di sicurezza e lui li andava a trovare in prigione. Qualche volta ripeteva ai fratelli tutti i controlli di sicurezza che lui stesso subiva all’entrata del carcere. Aveva molta paura dei soldati e di tutte le persone in divisa.

Mercoledì 4 maggio era un giorno come qualunque altro per Arif. Suo padre l’aveva mandato a comprare le sigarette, lui aveva guardato la televisione, giocato col computer e dopo pranzo era uscito. Verso le cinque e mezzo del pomeriggio, i quattro fratelli che erano a casa sentirono che dalla strada veniva odore di gas lacrimogeni e uscirono di corsa per cercare Arif. Fuori sentirono i fischi dei ragazzi, come succede sempre quando i soldati invadono il villaggio. Nessuno stava lanciando sassi, dicono i fratelli di Arif.

Poi sentirono il grido abituale, “Mio fratello Mohammed, no!”. Videro Arif che gesticolava verso i soldati, come se volesse dir loro di andarsene. All’improvviso –raccontano– Arif smise di camminare e rimase immobile, come paralizzato. Di sicuro, secondo loro, era rimasto attanagliato dalla paura.

Arif stava sul pendio roccioso all’estremità occidentale di Sa’ir. I soldati stavano passando sulla sottostante strada del villaggio, a una decina di metri di distanza da lui. I fratelli si ripararono dietro alle rocce per sfuggire ai gas lacrimogeni. A un certo punto persero di vista Arif che era nascosto dalla presenza delle rocce. Videro soltanto che i soldati andavano via, eccetto uno di loro che era rimasto al suo posto, forse per coprire gli altri. Fu quello a sparare ad Arif.

Poi udirono il colpo e il loro fratello che gridava. Corsero verso di lui mentre i soldati si allontanavano in fretta; uno dei fratelli, Hassan, raccolse Arif, lo portò sulla strada e lo caricò su un’auto. Aveva una ferita d’ingresso sullo stomaco e una grande ferita d’uscita sul fianco. Arif sanguinava, ma era del tutto cosciente. “Fratello, sangue”, mormorò.

Hassan cercò di calmarlo, dicendogli che lo avrebbero portato da un dottore e tutto sarebbe andato bene. Lo portarono alla clinica del villaggio, dalla quale fu mandato d’urgenza con un’ambulanza all’ospedale Al-Ahli di Hebron, dove subì un intervento di sette ore. Alcuni dei suoi organi interni, tra cui l’intestino e il fegato, erano stati squarciati dal proiettile.

Rimase in ospedale 22 giorni, di cui 15 in terapia intensiva. Al 18° giorno gli fu data una Coca-Cola come lui desiderava. Alla fine fu dimesso. A casa si sentiva bene e poteva camminare. Prima di essere dimesso, Arif offrì ai medici una targa di ringraziamento per quello che avevano fatto. A casa poi c’è un’altra targa –offerta ad Arif, dai suoi amici, con amore– per festeggiare il suo ritorno. E c’è una foto di lui con il suo dottore dell’ospedale, il dott. Mohammad Hashlamoun. E anche col medico del villaggio, il dott. Dr. Zuheir Jaradat. Ed ecco una foto di Muntasar, un caro amico di Arif, che piange vicino al suo letto di ospedale. Dopo il ritorno a casa, Arif andava ogni settimana all’ospedale per i controlli e veniva seguito ogni giorno alla clinica locale. La vita era tornata normale.

Ma mercoledì 17 giugno prima del tramonto, più di un mese dopo che era stato ferito, Arif sentì un dolore lancinante allo stomaco. I familiari lo portarono all’ospedale dove gli fecero un’iniezione e lo mandarono a casa. Ma un’ora dopo il dolore ritornò con tutta la sua violenza. Arif fu portato alla clinica e da lì di nuovo all’ospedale. Gli fu diagnosticato un blocco intestinale causato dalla ferita. Gli furono dati dei farmaci nella speranza di poter evitare un intervento. L’ostruzione si allentò. Gli facevano una radiografia ogni due ore. L’ultima radiografia, fatta alle 3:30 del pomeriggio, mostrava un miglioramento.

E poi, alle 7 del pomeriggio, Arif si alzò dal letto, vomitò e si accasciò di fronte ai familiari inorriditi. Non fu possibile rianimarlo e fu dichiarato morto. Il giorno successivo fu sepolto nel suo villaggio.

Questa settimana, l’Unità Portavoce dell’esercito israeliano (IDF) ha dichiarato, in risposta a una domanda di Haaretz: “Il 4 maggio 2016, nel corso di attività operative nel villaggio di Sa’ir, forze dell’IDF hanno incontrato violenti disordini. Un approfondimento del caso ha chiarito che i militari videro un Palestinese che stava per lanciare una bottiglia Molotov e aprirono il fuoco per sventare la minaccia. Subito dopo, i soldati si diressero verso l’uomo ferito per fornirgli soccorso medico, ma il medesimo fu portato via da elementi palestinesi prima che i militari raggiungessero la scena. L’approfondimento ha anche chiarito che i soldati non potevano individuare le condizioni di salute del Palestinese.”

Sembra proprio che l’IDF stia mentendo. Giacché, se Arif avesse tentato di tirare una Molotov contro i soldati, essi lo avrebbero arrestato immediatamente, come fanno di solito in questi casi. Il fatto che i soldati avessero fretta di allontanarsi dimostra che non c’era nessuna bottiglia Molotov nelle mani del giovane con la sindrome di Down.

I fratelli di Arif giudicano risibile qualunque tentativo di montare accuse di alcun tipo contro di lui. Sono convinti che, oltre a gridare, non abbia fatto nient’altro. Dicono anche che un uomo dei servizi di sicurezza israeliani, che non si era identificato, li chiamò in seguito minacciandoli perché non facessero accuse pubbliche circa l’uccisione del loro fratello.

Siamo andati sul posto della sparatoria. Una piacevole brezza serale soffiava dalla valle. Non sono rimaste tracce di sangue sulle rocce, perché quelli del quartiere le hanno tolte. Questo è il punto dove lui stava e dove è caduto, questo è il punto dove stava il soldato che gli ha sparato a sangue freddo ed ha causato la sua morte, prima di squagliarsela.

Gideon Levy

Corrispondente di Haaretz

http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.728126

Traduzione di Donato Cioli

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