I Palestinesi vivono nei campi rifugiati da 65 anni: per quanti altri ancora?

Intervista a Pierre Krähenbühl, commissario Onu per l’agenzia UNRWA, che si occupa dei rifugiati palestinesi.

di GIAMPAOLO CADALANU La Repubblica

30 maggio 2016

palestinian_refugeesPierre Krähenbühl è una smentita vivente al luogo comune che vuole gli svizzeri freddi. L’empatia che mette nel suo incarico di commissario generale dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, filtra da ogni parola. Ed è accorato il suo allarme per il pericolo che l’emergenza profughi siriani finisca per danneggiare la causa dei “suoi” assistiti.
Qual è la situazione dei rifugiati palestinesi?
“Oggi sono cinque milioni e stanno attraversando la peggiore crisi esistenziale dal 1948. Ci sono stati altri momenti critici, la guerra civile in Libano, le due intifada, ma adesso sono 50 anni di occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme est, dieci anni di blocco su Gaza, quasi sei anni di guerra in Siria. I rifugiati palestinesi sono nel mezzo, con l’assoluta mancanza di un orizzonte politico, che sia il cosiddetto processo di pace o la discussione sulla soluzione a due stati. I giovani che crescono in un contesto come questo, rifugiati palestinesi di quindici/sedici anni che vivono a Gaza per esempio, sono passati attraverso tre guerre. In grande maggioranza non hanno mai lasciato la striscia, escono da nove anni di scuole Unrwa ma hanno pochissime possibilità di trovare un lavoro. Il tasso di disoccupazione al 65 per cento è il più alto del mondo. E stanno ancora riprendendosi emotivamente dalle ultime distruzioni”.

Oltre a Gaza, com’è la situazione?
“Se si va in Cisgiordania, c’è l’ampliamento degli insediamenti, la distruzione delle case, le restrizioni di movimento, pochissime opportunità di lavoro. In Siria, dove in generale i palestinesi erano benvenuti e se la potevano cavare da soli, ora non c’è più lavoro, le loro case spesso si ritrovano in mezzo ai combattimenti, con il fronte che si muove, e i gruppi armati si insediano nei campi profughi. E’ un ambiente molto difficile per i civili”.

Che cosa deve succedere perché questa realtà cambi?
“Se nulla cambia politicamente, niente può migliorare. Mettiamola così: se i servizi dell’Unrwa restano senza finanziamenti e non possono andare avanti, è una ragione in più per incoraggiare la partenza dei palestinesi dal Medio Oriente. In Europa si parla di siriani, iracheni, afgani, africani. Ma i palestinesi non sono partiti perché speravano in una soluzione politica che non è arrivata, e intanto stavano ricevendo l’istruzione da Unrwa. Ma che succederà se questo servizio non ci sarà più?”.

Ci sono analisti secondo cui questo sostegno è semplicemente sbagliato. La comunità internazionale dovrebbe lasciare a Israele la responsabilità della popolazione dei territori occupati, così che paghi il prezzo dell’occupazione. Che ne pensa?
“Bisogna ricordare che l’Unrwa è stata creata nel 1949, prima dell’occupazione dei Territori palestinesi. Il mandato è sostenere i rifugiati. Il dilemma che lei presenta è preso in considerazione da molte agenzie umanitarie. L’Unrwa fornisce servizi che in linea di principio dovrebbero essere forniti dalla potenza occupante. Noi portiamo avanti il nostro mandato, ma vogliamo anche richiamare sempre l’attenzione sul fatto che dopo 65 anni di Unrwa non possiamo immaginare di andare avanti così per altri 65 anni, semplicemente perché non si trovano le energie e la volontà per una soluzione politica. Ogni giorno vediamo il costo umano dei problemi politici non risolti. Se qualcuno potesse provare che la sospensione degli aiuti umanitari è in grado di stimolare la soluzione politica, allora credo che dovremmo sospenderli immediatamente. Ma non credo che ci siano prove di questo”.

Il suo sembra un atteggiamento possibilista. Suggerirebbe di provare?
“No, non è compito mio dare questo genere di suggerimenti. Ma posso sottolineare ancora dove sono le priorità. E la priorità numero uno è senz’altro la ricerca di una soluzione politica. So che non c’è un solo palestinese che vorrebbe vivere altri 65 anni in queste condizioni, anche con il sostegno dell’Unrwa”.

Nel summit mondiale sull’aiuto umanitario ci sono state diverse agenzie Onu che hanno lanciato l’allarme per i fondi. Com’è la situazione per l’Unrwa?
“Le agenzie umanitarie hanno sempre bisogno di denaro. Noi come Unrwa spendiamo 1,2 – 1,3 miliardi di euro l’anno, e dobbiamo contattare i paesi membri dell’Onu, per ricordargli che ci hanno dato un mandato e devono darci le risorse. Ma è importante sottolineare i risultati, più che le necessità finanziarie. Sottolineare cioè che l’Unrwa ha 700 scuole per 500 mila bambini e bambine in Medio Oriente. Se fossimo in Usa, sarebbe il sistema scolastico più grande, dopo New York e Los Angeles. E il nostro sistema non è attivo in quartieri cittadini, ma in luoghi come la Siria, oppure sotto occupazione. Milioni di palestinesi hanno ricevuto l’istruzione da questo sistema in oltre 60 anni. E’ un investimento in stabilità. Non è solo azione umanitaria in cui distribuiamo sacchi di farina. Lo stesso vale per l’assistenza sanitaria: abbiamo 130 cliniche in Siria, Libano, Giordania e Palestina. Si occupano di tre milioni di pazienti palestinesi ogni anno. Forniscono una misura di dignità per i palestinesi, e dunque sono uno strumento di stabilità in Medio Oriente. C’è una necessità, ma vorrei dire ai paesi donatori che le necessità finanziarie sono un problema per la stabilità. L’anno scorso siamo andati a un passo dal chiudere le scuole: questo ha creato ansia nella comunità palestinese e preoccupazioni nei paesi ospiti, che non vogliono vedere i ragazzi in giro a non far nulla”.

A questo proposito, parliamo di radicalismo. Come si lavora con questa prospettiva?
“L’investimento nella scuola è fondamentale. Anche se non possiamo escludere al 100 per cento che una persone istruita possa cadere vittima di cattive influenze, facendo scelte radicali, siamo però sicuri che non ci sia futuro né modo per contenere la tendenza verso la radicalizzazione senza una buona istruzione. Decisive sono le condizioni in cui la gente vive. Il blocco di Gaza, per esempio, ha distrutto interi sistemi sociali, negando ogni prospettiva ai giovani: come si fa a evitare la radicalizzazione in questo contesto? Dobbiamo dirlo chiaramente: il lavoro dell’Unrwa non basta, senza soluzioni politiche”.

Sono più di 5 milioni

SONO oltre cinque milioni, sospesi in un limbo, spesso da tutta la vita. Non conoscono stabilità, a volte sono sballottati da una meta provvisoria all’altra o considerati merce di scambio in negoziati all’insegna del cinismo. E ormai molti palestinesi preferiscono non illudersi, dopo aver visto il sogno di una patria impallidire e diventare un miraggio.
Ora però le conseguenze della guerra civile siriana rischiano di far precipitare anche la loro situazione precaria. L’attenzione della comunità internazionale, com’era inevitabile, si è concentrata sull’emergenza dei rifugiati in fuga dagli scontri, paesi costieri come la Turchia hanno avviato sulla pelle dei disperati trattative che vanno ben oltre l’accoglienza immediata. E d’improvviso la situazione dei palestinesi è sparita dall’elenco delle crisi.

La loro tragedia è diventata “troppo vecchia”, siamo arrivati al paradosso che non è più nemmeno ragione fondante per i movimenti islamici radicali. Se fino a pochi anni fa la questione palestinese era alla radice del terrorismo medio orientale, adesso persino il fronte jihadista ne sembra infastidito, e preferisce far riferimento a un futuro di conquista globale, dove la ummah, la comunità musulmana, si misura sulle sorti dell’intero pianeta.

Per questo sulle sponde del Giordano come nelle baracche di Gaza o nei campi all’estero la preoccupazione è forte. Intervistato da Repubblica, il responsabile delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi lancia un allarme molto preciso: attenzione, la precaria stabilità garantita dalle scuole e dalle cliniche dell’Unrwa è in pericolo. Le risorse sono sempre più limitate, ma se i meccanismi di assistenza sotto la bandiera blu venissero a mancare l’emergenza profughi si trasformerebbe in catastrofe.

Se viene meno il radicamento parziale garantito dall’Unrwa, seicentomila palestinesi oggi rifugiati in Siria, cinquecentomila accolti dal Libano, 2,2 milioni ospiti della Giordania si affiancherebbero ai 942 mila registrati in Cisgiordania e ai 1.350 mila della Striscia di Gaza. E queste sono solo le cifre ufficiali Onu, a cui si deve aggiungere l’inevitabile contagio sui palestinesi residenti nei Territori (dunque non registrati come rifugiati) ma legati alle persone raccolte nei campi.

Il grido d’allarme lanciato da Pierre Krähenbühl è acuto: a meno di nuovi interventi, siamo vicini a una nuova crisi di dimensioni epocali, che finirà per stravolgere del tutto anche la vita dell’Europa. Ma gli accenti accorati del commissario Onu non nascondono le radici reali del disastro umanitario prossimo venturo: per la politica dei rinvii e dei ricatti, incapace di trovare una prospettiva e una speranza per il popolo senza patria, il bilancio di oltre sessant’anni di assistenza è una condanna senza appello.

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