Testimonianza di dieci minuti a Beit Il, Palestina

di Majed Bamya, Ramallah

Io non voglio parlare. Troppo doloroso, troppo difficile, o forse perché le parole sembrano insignificanti di fronte a una tale realtà. Ma l’esecuzione sommaria di un Palestinese in un ospedale mi ha spinto a riferire quello che ho visto con i miei occhi ieri.

Ho partecipato alla marcia per commemorare il martire del nostro simbolo, Yasser Arafat, alla sua tomba, fino alla base militare e all’insediamento di Beit El a Ramallah. Protestiamo contro questa occupazione coloniale e i suoi crimini.

Ciò che viene comunemente chiamato “gli scontri”, sono scoppiati. Ma definiamo gli scontri. Giovani muniti di pietre contro le jeep militari blindate, torri, mura, e un arsenale militare. Qui passa la storia che nessuno vi racconta, quella della rivolta di una generazione che viene uccisa impunemente. Nessun soldato o colono israeliano è stato ucciso in queste manifestazioni, mentre la stragrande maggioranza degli 80 martiri palestinesi, dopo un mese, sono stati assassinati perché vi partecipavano. Focalizzando l’attenzione sugli attacchi coi coltelli, la fonte della escalation e non una delle sue conseguenze, Israele sta cercando di impersonare la vittima e farci sembrare gli aggressori, e si è concesso il diritto di commettere esecuzioni sommarie giustificandosi col pretesto di doversi difendere senza portare alcuna prova o spiegazione.

Eravamo in procinto di discutere la situazione e dei giovani senza fiato ci hanno attorniato. I soldati erano fuori portata, e abbiamo guardato in cima alla collina mentre si posizionavano in formazione di battaglia.

Ci siamo chiesti: quando inizierà lo scoppio di gas lacrimogeni, che nei giorni scorsi hanno ucciso almeno due persone e come adattarci al vento per minimizzare le conseguenze.

Di fronte a me, a meno di un metro, un giovane mette la mano al collo, per me il tempo si è sospeso durante questo secondo infinito, so quello che sta accadendo … lui crolla. Macchie di sangue appaiono sul collo. I giovani urlano, chiamano l’ambulanza. Un giovane grida alla folla “cecchini, cecchini, al coperto.” Panico tra la folla. Si parla di altri giovani che crollano senza che si senta un solo colpo di pallottola. Tutti corrono per schivare questi proiettili silenziosi e invisibili. Davanti a noi appare un uomo insanguinato e con la mano deformata, come un puzzle impossibile da ricomporre, chiede un’ambulanza. Dei giovani sfidano i proiettili per portarlo all’ambulanza. I feriti si succedono e non vi è alcuna ambulanza disponibile.

Siamo a centinaia di metri dai soldati e ancora i proiettili piovevano assordanti. Ci allontaniamo e i soldati si avvicinano. Un giovane grida alla gente di mettersi al riparo dietro le auto, ma nulla da fare i feriti continuano a cadere. Abbiamo deciso di nasconderci dietro un edificio. Mentre cominciamo a correre, un giovane due metri dietro di me crolla: un proiettile lo ha colpito alla schiena. I soldati ripiegano. Si tratta di una punizione collettiva, il terrorismo reso possibile dalla totale impunità. Il giovane è a terra. Altri giovani stanno a guardare. Non possono lasciarlo. Ancora una volta il loro coraggio sfida la logica e vanno a metterlo al riparo, ma non c’è un’ambulanza. Una macchina passa di lì, la gente implorail conducente di portare i feriti all’ospedale, anche se questo significa che sarà privato dei primi soccorsi che avrebbe ricevuto in un’ambulanza. L’uomo accetta. Ora siamo nel rifugio. Tutto quello che ho appena descritto ha avuto luogo in 10 minuti. Questi giovani palestinesi non sanno che i mezzi di comunicazione li presenteranno come la minaccia e quelli che sparano a vista sul lato opposto della collina, come gli unici in grado di pretendere la sicurezza che li autorizza ad uccidere. Nella migliore delle ipotesi, nessuno parlerà di queste dimostrazioni, dei nostri feriti e dei nostri morti. Nel peggiore dei casi, si dirà che se la sono cercata. I media palestinesi hanno trasmesso la notizia. 20 persone sono state ferite da arma da fuoco durante la manifestazione. Ma a mia conoscenza nessun dei media internazionali era lì.

Sono animato da una terribile rabbia. Le immagini di questi corpi sanguinanti non sono le prime che vedo, né le ultime, ma qualcosa in questa casualità dei proiettili che penetrano nella nostra carne e nei nostri sogni, senza preoccuparsi dei nostri nomi o della nostra storia e ancor meno della giustizia e dei diritti, mi fa ribellare. Il cecchino sa che non dovrà rispondere delle sue azioni. Un amico mi si avvicina, cercando di placarmi, ma non ci riesce. La stagione di caccia è aperta e la caccia non conosce regole.

Siamo abbandonati al nostro destino. Qualunque cosa facciamo, saremo condannati, siamo responsabili del nostro martirio, e di questa occupazione e si pretende da noi di garantire la sicurezza dell’occupante che semina insicurezza e morte nella nostra terra. Guardo questi giovani e questi bambini che non siamo in grado di proteggere. Guardo quei soldati che si sono impossessati delle nostre colline per privarci dell’orizzonte. Io rifiuterò loro quello che cercano, che la rabbia si trasformi in odio cieco e domerò la mia rabbia in modo che diventi determinazione, anche se fanno di tutto per rendere questo impossibile. La nostra forza è di trovare in questa collera non la follia passeggera dell’odio ma i percorsi della volontà che portano alla speranza.

Più di 80 Palestinesi uccisi in un mese, e più di 2000 Palestinesi feriti dalle pallottole, la maggior parte non ha raggiunto i 18 anni. Sono nati con l’occupazione e l’oppressione e la negazione dei loro diritti, come i loro genitori e nonni. Essi si chiedono se i loro figli potranno conoscere la stessa tragedia e se un giorno vivranno liberi come gli altri popoli del mondo. So la risposta a questa domanda, è scritta a caratteri indelebili nelle mie vene e in ogni strato della mia anima: saremo liberi. Ma in questo preciso momento, di fuoco e di sangue, non so distinguere la strada che porta a quell’orizzonte.

(Traduzione di Diego Siragusa)

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