I resti dell’aeroporto internazionale Yasser Arafat di Rafah

Striscia di Gaza, 21 Maggio 2014 – Maya ISM Gaza Team

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L’aeroporto è stato inaugurato dal Presidente Yasser Arafat nel 1998, costruito con i fondi di vari paesi europei e bombardato nel dicembre del 2001 da incursioni aeree e terrestri dall’esercito israeliano, doveva essere stato maestoso e arredato con cura perché ci sono le pareti distrutte di almeno una decina di edifici di architettura marocchina, con pareti in mosaico di vari colori e anche una moschea, della quale rimane una cupola dorata completamente intatta simbolo della speranza di un popolo che chiede solo di vivere in pace nella propria terra.

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L’obiettivo degli israeliani di distruggere definitivamente quel sito e ciò che rappresenta è chiaro, ovvero un luogo di scambi, relazioni e di libertà di movimento.

Gli accordi di Oslo sono firmati nel 1993 dal Presidente del OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina)Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Nello specifico l’accordo prevede il ritiro delle forse israeliane dalla striscia di Gaza e dalla West Bank e affermava il diritto palestinese ad un proprio governo in queste zone attraverso la realizzazione di un governo temporaneo.
Ventuno anni dopo la situazione in Palestina è peggiorata giorno dopo giorno e questo luogo pesantemente bombardato 13 anni fa e rimasto in questo modo ne è la prova, rimangono ancora gli scheletri di una decina di scheletri di edifici che resistono all’oblio della memoria.

Questo luogo desertico unisce il passato e il presente, lo dimostrano i beduini che usano questi edifici per tenere i loro cammelli e piantare alberi di ulivo, di grano e di alcune verdure e lo dimostrano anche le piante di fichi d’india dai quali spuntano dei fiori gialli in contrasto con il paesaggio lunare. Questa pianta è cara ai palestinesi perché resiste alla terra rocciosa e arida, un po’ come fanno loro che resistono nelle situazioni più difficili.

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Ovviamente anche un paesaggio spettrale di questo tipo è regolarmente controllato da una torretta e dalle apparecchiature israeliane, in modo da evitare gli attacchi dei cammelli, delle lucertole e i dei pochi beduini che la abitano. Nulla sfugge al loro controllo.

Dei ragazzi si avvicinano e non capiscono che senso abbia andare a vedere l’ennesimo luogo distrutto dai bombardamenti israeliani, scherzano sul fatto che non partono aerei da lì e noi gli rispondiamo che pensavamo che il nostro volo partiva da lì.
Ma questo ex aeroporto è un simbolo dell’occupazione militare e “culturale” israeliana che cerca e di controllare un territorio e i suoi abitanti, che decide chi far entrare e chi far uscire.
L’aeroporto rappresenta il punto di unione e scambio tra vari paesi, rappresenta la possibilità di scegliere dove e quando partire.
Dal dicembre del 2001 agli abitanti della striscia di Gaza questo è negato perché lo stato di Israele ha deciso che loro non hanno più diritto a spostarsi e che neanche le persone di altri paesi hanno diritto ad entrare, se non con particolari e ristretti permessi. E’ stato deciso che non solo le persone, ma neanche le merci (alimenti, medicine, giochi, ecc.) hanno possibilità di movimento ne in entrata e ne in uscita.

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Le persone e le merci sono equiparate, anzi le merci hanno più valore rispetto ai gazawi perché la maggior parte sono prodotte in Israele e farle entrare nella striscia di Gaza è fonte di guadagno per lo stato di Israele.
I resti di questo aeroporto, le piattaforme israeliane che si intravedono in mare, il muro di separazione, le torrette di avvistamento con l’adiacente zona cuscinetto mostrano chiaramente la totale chiusura via aerea, via mare e vie terra di questa striscia di terra e l’impossibilità di muoversi di questa gente.
Chi avrebbe mai pensato che si potesse chiudere il mare, l’ aria e la terra? Nella striscia di Gaza questo è possibile. DSC00115
La striscia di Gaza rappresenta il totale controllo di uno Stato su un popolo, quello palestinese, e il muro e le torri che vediamo tra i resti di questo aeroporto ce lo ricordano chiaramente.

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