del Dott. Abdellatif El-Menawy,
Arab News, 21 settembre 2026.
Le elezioni spiegano la tempistica e l’intensità del linguaggio utilizzato. Non spiegano però l’ideologia che vi sta dietro, le strutture governative già create né le condizioni che potrebbero far apparire la partenza come l’unica scelta rimasta.
Per gran parte dell’anno scorso, l’idea di allontanare i palestinesi da Gaza sembrava essere stata relegata dai possibili scenari ufficiali ai margini della politica israeliana. Ora è tornata alla ribalta con qualcosa di più concreto di uno slogan: cifre, un calendario, possibili destinazioni e una proposta di ministero governativo.
Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha presentato un piano denominato «Disengagement 710». Esso prevede che 250.000 palestinesi lascino Gaza nel primo anno, 1,11 milioni entro tre anni e circa 1,86 milioni entro sette. Ben-Gvir vuole che il prossimo governo israeliano istituisca un ministero dedicato a quella che definisce «emigrazione volontaria».
Il ministro della Difesa Israel Katz ha rafforzato il messaggio, sostenendo che non esiste «una vera soluzione per Gaza» senza tale migrazione e affermando che Israele è pronto a trasferire i palestinesi via mare o via aerea, qualora si trovassero paesi idonei.
È difficile non cogliere la motivazione elettorale. Israele voterà il 27 ottobre e Gaza è diventata un banco di prova per la fedeltà ideologica all’interno della destra. Ben-Gvir ha bisogno di distinguersi dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dagli altri partiti nazionalisti in competizione per gli stessi elettori. Più la proposta è radicale, più diventa facile accusare i rivali di debolezza.
Netanyahu, nel frattempo, affronta le elezioni con le sue credenziali in materia di sicurezza ancora compromesse dagli attacchi del 7 ottobre 2023. Ha bisogno degli elettori di estrema destra e, forse, dei seggi di Ben-Gvir per formare un’altra coalizione. Consentire ai suoi alleati di riesumare l’idea di allontanare gli abitanti di Gaza aiuta a mantenere mobilitato quell’elettorato senza che Netanyahu debba adottare formalmente l’intero programma.
Ciò rende la nuova campagna in parte una messinscena politica. Ma sarebbe pericoloso concludere che si tratti solo di teatro.
La retorica elettorale non nasce in un vuoto ideologico. La convinzione che i problemi di sicurezza e demografici di Israele possano essere risolti riducendo la popolazione palestinese esiste da decenni nell’estrema destra israeliana. Ciò che è cambiato è che idee un tempo confinate ai margini sono entrate nel linguaggio del governo. Katz non è un attivista marginale: è il ministro della Difesa e membro del partito Likud di Netanyahu.
C’è anche una base amministrativa. Il Ministero della Difesa israeliano ha istituito nel 2025 un ufficio per supervisionare l’«emigrazione volontaria» da Gaza. Netanyahu ha dichiarato di sostenere la possibilità che gli abitanti di Gaza se ne vadano volontariamente, sebbene abbia definito irrealistiche le proposte di ricostruire insediamenti ebraici all’interno di Gaza. La distinzione è importante, ma lo è anche il fatto che il principio di una partenza su larga scala abbia già ricevuto sostegno ai massimi livelli del governo.
Il termine «volontario» ha un grande peso politico e giuridico. In circostanze normali, le persone hanno il diritto di emigrare. I palestinesi non dovrebbero essere imprigionati all’interno di Gaza né vedersi negata la libertà di movimento. Ma l’esodo non può essere significativamente descritto come volontario se le persone sono costrette a scegliere tra andarsene e vivere a tempo indeterminato tra le rovine, senza un alloggio sicuro, ospedali funzionanti, cibo adeguato o alcuna prospettiva credibile di ricostruzione.
Il crollo, avvenuto la scorsa settimana a Gaza City, di un condominio danneggiato dalla guerra ha messo in luce questa realtà. Le famiglie vivevano all’interno di una struttura notoriamente pericolante perché non avevano altro posto dove andare. Più di 2 milioni di persone rimangono ammassate in tende, rifugi temporanei o edifici danneggiati, mentre la ricostruzione è appena iniziata.
Il diritto internazionale umanitario vieta il trasferimento coatto, individuale o di massa, di civili protetti dai territori occupati. «Coazione» non significa necessariamente caricare le persone sugli autobus sotto la minaccia delle armi. Anche un clima coercitivo può precludere una scelta autentica.
Ecco perché le condizioni materiali all’interno di Gaza non possono essere separate dalle proposte di migrazione. Se la ricostruzione viene ostacolata mentre vengono offerti incentivi a partire, l’«emigrazione volontaria» rischia di diventare uno sfollamento forzato con un altro nome. Un territorio può essere spopolato gradualmente, attraverso l’esaurimento e la disperazione, senza un solo ordine formale di espulsione.
Tuttavia, un’operazione di allontanamento di massa non è né imminente né facile da eseguire. Rimangono tre ostacoli principali.
Il primo è l’assenza di paesi di destinazione disponibili. L’Egitto rifiuta qualsiasi trasferimento di abitanti di Gaza nel Sinai, considerandolo sia una minaccia alla sicurezza nazionale egiziana sia un tentativo di liquidare la causa palestinese. La Giordania teme che accogliere sfollati da Gaza creerebbe un precedente per pressioni simili sui palestinesi della Cisgiordania. Altri stati non hanno mostrato alcuna disponibilità ad accogliere centinaia di migliaia di persone la cui partenza potrebbe diventare definitiva.
Il secondo ostacolo è la resistenza regionale. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Indonesia e Pakistan hanno condannato congiuntamente le proposte di allontanamento della popolazione di Gaza. Hanno avvertito che trasformare tali dichiarazioni in politica minerebbe la stabilità regionale e contraddirebbe lo stesso quadro di riferimento per Gaza del presidente Donald Trump.
Il terzo e più importante ostacolo è Washington. Lo stesso Trump ha dato un impulso senza precedenti all’idea dell’espulsione nel febbraio 2025, quando ha proposto che gli Stati Uniti assumessero il controllo di Gaza e trasferissero i suoi abitanti. In seguito ha fatto marcia indietro sotto la pressione araba e internazionale. Il suo successivo piano di pace affermava che nessuno sarebbe stato costretto ad andarsene, che chi avesse scelto di partire avrebbe potuto tornare e che gli abitanti di Gaza avrebbero dovuto essere incoraggiati a rimanere.
Ciò crea una tensione reale tra Washington e la destra israeliana. Trump è fortemente impegnato a favore di Israele, ma uno sfollamento di massa potrebbe distruggere il suo piano regionale, allontanare i partner arabi e rendere impossibile qualsiasi accordo diplomatico più ampio. I ministri israeliani potrebbero sperare che l’entusiasmo iniziale del presidente possa essere ravvivato. Per ora, tuttavia, non dispongono della chiara approvazione americana necessaria per l’attuazione.
L’ambiguità di Netanyahu potrebbe quindi essere deliberata. Non avallando pienamente né respingendo decisamente le proposte, egli soddisfa diverse esigenze contemporaneamente: rassicura la destra, mette alla prova i limiti di Washington ed evita la responsabilità immediata per un piano che manca di destinazioni e di legittimità internazionale.
Ma l’ambiguità comporta un pericolo intrinseco. La ripetizione normalizza ciò che prima era inaccettabile. Una proposta introdotta come slogan elettorale può diventare una richiesta della coalizione, poi una commissione governativa, una voce di bilancio e infine una politica operativa. Il teatro politico a volte prepara il pubblico a ciò che verrà dopo.
Gli indicatori critici non sono quindi ulteriori discorsi. Lo sono invece se Israele istituisce formalmente e finanzia un ministero per l’emigrazione; se vengono negoziati accordi con gli stati di accoglienza; se i palestinesi che se ne vanno conservano un diritto al ritorno applicabile; se i materiali per la ricostruzione entrano a Gaza su larga scala; e se le rinnovate operazioni militari vengono utilizzate per concentrare i civili vicino ai punti di uscita.
Quindi, il rinnovato dibattito sullo spopolamento di Gaza è solo retorica elettorale o è tornata una vera e propria crisi? La risposta onesta è: entrambe le cose.
Le elezioni spiegano la tempistica e l’intensità del linguaggio. Non spiegano però l’ideologia che sta dietro, le strutture governative già create o le condizioni che potrebbero far apparire la partenza come l’unica scelta rimasta.
Gaza non si trova ancora di fronte a un piano attuabile per l’allontanamento immediato dell’intera popolazione. Ma sta affrontando qualcosa di grave: la graduale trasformazione dello sfollamento da fantasia estremista a opzione politica discussa dai ministri in carica. Il pericolo maggiore potrebbe non essere un’espulsione drammatica avvenuta in un solo giorno. Potrebbe trattarsi di un processo più lento in cui Gaza rimane inabitabile, la sua popolazione se ne va una famiglia alla volta e il diritto al ritorno promesso scompare silenziosamente.
Il dott. Abdellatif El-Menawy ha seguito conflitti in tutto il mondo. È autore di “The Copts: An Investigation into the Rift between Muslims and Copts in Egypt” (I copti: un’indagine sulla frattura tra musulmani e copti in Egitto).
Traduzione a cura di AssopacePalestina
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