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Gli stati membri dell’UE non hanno bisogno di “consenso” per chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni

di Tamam Abusalama

Al Jazeera, 10 luglio 2026.  

Mentre i ministri degli Esteri si riuniscono per discutere di Gaza e Cisgiordania, i governi nazionali non possono nascondersi dietro la paralisi dell’UE.

Attivisti filopalestinesi protestano contro gli attuali rapporti dell’Unione Europea con Israele, nei pressi della sede del Consiglio Europeo a Bruxelles, Belgio, il 17 giugno 2026. [Olivier Hoslet/EPA]

Il 13 luglio i ministri degli Esteri dell’Unione Europea sono chiamati a riunirsi nuovamente in occasione del Consiglio Affari Esteri a Bruxelles. L’ordine del giorno prevede uno «scambio di opinioni su Gaza e la Cisgiordania» e dovrebbe vertere sul commercio con gli insediamenti, sull’Accordo di Associazione UE-Israele, su eventuali sanzioni nei confronti del ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir e su proposte volte a limitare, piuttosto che vietare, le merci provenienti dagli insediamenti israeliani illegali.

Se i tentativi precedenti sono indicativi, la riunione di luglio seguirà uno schema familiare: esitazione, eufemismi e nessuna azione significativa per chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni. L’ostacolo dichiarato sarà probabilmente una «mancanza di consenso». In pratica, questa frase è diventata il modo preferito dal blocco per mascherare l’inazione collettiva.

La Germania e l’Italia, sostenute da diversi stati dell’Europa Orientale, hanno ripetutamente bloccato azioni significative in risposta alle violazioni di Israele. Altri stati membri, nel frattempo, sono rimasti in gran parte paralizzati, scaricandosi la responsabilità tra i governi nazionali e le istituzioni dell’UE invece di adottare misure decisive.

Eppure l’UE e i suoi stati membri continuano a invocare il linguaggio del diritto internazionale, rifiutandosi al contempo di applicarlo quando si tratta di Israele. Il divario tra principio e pratica, tra retorica e azione, non è più un’incoerenza diplomatica. È diventato una politica.

Ciò sta diventando sempre più difficile da giustificare e da nascondere.

Secondo quanto riportato in una nota legale del 2017 ora trapelata, l’UE era già stata informata di disporre di basi giuridiche per sospendere l’Accordo di Associazione, il quadro politico e commerciale che regola le relazioni dell’Unione con Israele. Un’altra indagine ha dimostrato che Israele ha danneggiato o distrutto infrastrutture finanziate dall’UE a Gaza e in Cisgiordania per un valore di oltre 150 milioni di euro (172 milioni di dollari) senza doverne rispondere, mentre i prodotti provenienti dagli insediamenti continuano a entrare nei mercati europei con etichette fuorvianti. Allo stesso tempo, le Nazioni Unite e gli organismi per i diritti umani hanno continuato a documentare gravi violazioni, tra cui un rapporto del giugno 2026 redatto da un organismo delle Nazioni Unite per i diritti umani che descriveva il prendere di mira deliberatamente i bambini palestinesi in Palestina come un atto equivalente a un genocidio, oltre che a crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Il recente episodio che ha coinvolto la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha messo in luce fino a che punto l’UE si sia piegata alle pressioni israeliane. Le notizie secondo cui, in una riunione a porte chiuse, la Kallas avrebbe paragonato le pratiche israeliane all’apartheid hanno scatenato una reazione furiosa da parte dei funzionari israeliani, con il ministro degli Esteri israeliano che ha dichiarato di voler interrompere ogni contatto con lei fino a quando non avesse ritrattato le sue affermazioni. La risposta della Commissione europea è stata quella di inviare un altro commissario in Israele per rassicurare i funzionari sul fatto che le relazioni sarebbero rimaste intatte.

Questo è il vero messaggio proveniente da Bruxelles: preservare i legami con Israele conta più della solidarietà interna, del rispetto di sé o dell’impegno dichiarato dall’UE nei confronti del diritto internazionale e dei propri valori.

La pressione a livello dell’UE è essenziale, e denunciare la complicità delle istituzioni e dei leader dell’UE deve rimanere una priorità. Ma la responsabilità non può fermarsi qui.

Anche gli stati membri, specialmente quelli che sostengono di difendere i diritti dei palestinesi e il diritto internazionale, devono essere ritenuti responsabili della loro continua complicità.

La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) è stata chiara nel luglio 2024: l’occupazione israeliana del territorio palestinese è illegale. Viola il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e deve cessare. L’attività di insediamento deve cessare immediatamente, e le politiche di Israele violano il divieto internazionale di segregazione razziale e di apartheid.

La Corte non si è limitata a Israele. Ha stabilito che ogni stato, non solo Israele, è giuridicamente tenuto a non riconoscere la legittimità dell’occupazione, a non fornire aiuto o assistenza per sostenerla e a cooperare per porvi fine.

Gli stati membri dell’UE non hanno solo l’obbligo giuridico di agire. Dispongono anche di strumenti che non richiedono un consenso a livello dell’Unione.

Gli stati membri possono sospendere la cooperazione bilaterale, comprese le agevolazioni in materia di visti e gli scambi culturali o scientifici; applicare regimi nazionali di controllo delle esportazioni per bloccare i trasferimenti di armi, attrezzature militari e beni a duplice uso verso Israele; e adottare misure nazionali per vietare il commercio con gli insediamenti illegali. Possono inoltre imporre sanzioni mirate, tra cui divieti di viaggio e congelamento di beni, nei confronti di individui implicati in gravi violazioni del diritto internazionale.

Possono esercitare pressioni sull’UE affinché attivi lo «Statuto di Blocco» contro le sanzioni statunitensi rivolte a chi persegue la responsabilità dinanzi alla Corte Penale Internazionale (CPI), garantendo al contempo il proseguimento dei finanziamenti alla società civile palestinese. Possono perseguire la responsabilità attraverso i tribunali nazionali, sostenere l’esecuzione dei mandati di arresto della CPI e contribuire all’attuazione delle sentenze e dei pareri consultivi della Corte Internazionale di Giustizia (CIG). Possono inoltre intervenire formalmente nel caso di genocidio del Sudafrica dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia.

L’UE e i suoi stati membri hanno trascorso due anni e mezzo a cercare motivi per non agire. Il Consiglio di luglio dovrebbe mettere chiaramente in luce questa realtà, soprattutto considerando che l’Irlanda ricoprirà la presidenza di turno dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 e dispone del potere istituzionale per tradurre le proprie parole in azioni concrete.

Il problema non è più se l’Unione disponga degli strumenti giuridici necessari. Li ha. La questione è se gli stati membri continueranno a delegare la responsabilità a Bruxelles o agiranno finalmente nell’ambito delle proprie competenze.

Tamam Abusalamaè un’attivista palestinese-belga, esperta di comunicazione e campagne, attualmente alla guida dell’Iniziativa dei Cittadini Europei “Giustizia per la Palestina”.

https://www.aljazeera.com/opinions/2026/7/10/eu-states-do-not-need-consensus-to-hold-israel-accountable

Traduzione a cura di AssopacePalestina

Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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