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La Corte Penale Internazionale deve indagare sull’uso genocida della violenza sessuale da parte di Israele

di Triestino Mariniello e Mariagiulia Giuffré

Al Jazeera, 22 giugno 2026.  

Si sta accumulando un numero crescente di prove che dimostrano la natura sistematica delle aggressioni sessuali contro i detenuti palestinesi.

La sede della Corte Penale iIternazionale all’Aia, nei Paesi Bassi, 12 marzo 2025. [Wolfgang Rattay/Reuters]

Già prima degli eventi dell’ottobre 2023, le organizzazioni per i diritti umani avevano documentato per decenni le accuse di violenza sessuale e abusi nei confronti dei detenuti palestinesi sotto custodia israeliana. A partire dall’ottobre 2023, queste organizzazioni hanno segnalato un marcato aumento della frequenza e della gravità di tali violazioni, documentando brutali aggressioni perpetrate da guardie carcerarie e soldati israeliani.

Il documentario recentemente pubblicato da Al JazeeraBodies of Evidence, offre testimonianze personali scioccanti di sopravvissuti palestinesi e ulteriori dettagli sul funzionamento interno del sistema che ha permesso di commettere torture sessuali contro donne, uomini e bambini palestinesi.

Con l’accumularsi di queste prove, sta emergendo un quadro inquietante di un modello più ampio di violenza sessuale nel sistema detentivo israeliano, finalizzato all’umiliazione, al dominio, alla disumanizzazione e alla distruzione. Appare sempre più evidente che Israele ha trasformato la violenza sessuale in un’arma nell’ambito della sua campagna genocida contro il popolo palestinese.

Dal 1967 Israele utilizza un vasto sistema detentivo per controllare la popolazione palestinese occupata. Secondo le stime, oltre 750.000 palestinesi sono stati detenuti nelle carceri israeliane da allora. Attualmente, vi sono almeno 9.500 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, tra cui più di 360 minori. Circa 3.500 palestinesi sono sottoposti a “detenzione amministrativa” – ovvero senza accusa né processo. Inoltre, vi sono oltre 1.300 palestinesi provenienti da Gaza detenuti in centri di detenzione militari.

Le testimonianze dei sopravvissuti dimostrano che gli abusi non si limitano ai centri di detenzione, ma si verificano in ogni fase della detenzione: dall’arresto durante le irruzioni nelle abitazioni, le irruzioni negli ospedali, i controlli ai posti di blocco e le operazioni militari, fino al trasferimento, all’interrogatorio, alla reclusione e alla comparizione davanti ai tribunali militari.

Di conseguenza, la responsabilità è condivisa tra vari attori all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano: l’esercito, la polizia, il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che fa capo al Ministero della Sicurezza Nazionale, e il servizio di intelligence Shin Bet, che opera sotto l’autorità del primo ministro.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha recentemente indicato vari funzionari israeliani come “collaboratori” negli abusi contro i prigionieri palestinesi, tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, il commissario capo dell’IPS Kobi Yaakobi, il consulente legale dell’IPS Eiran Nahon e il direttore sanitario dell’IPS, il dottor Liav Goldstein.

I detenuti palestinesi hanno riferito di essere stati sottoposti a vari abusi: spogliamento, bendaggio degli occhi, ammanettamento, percosse, privazione del cibo, privazione del sonno, aggressioni mirate ai genitali, violenza sessuale, stupro con oggetti o cani, umiliazioni davanti ai soldati e ad altri detenuti, negazione delle cure mediche e ostacolo all’esame legale.

Dopo il 7 ottobre 2023, l’esercito israeliano ha iniziato a detenere in massa palestinesi provenienti da Gaza e a inviarli in campi di detenzione gestiti dai militari. Sde Teiman, una base militare israeliana trasformata in centro di detenzione, è diventata tristemente nota per gli abusi diffusi; un video trapelato in cui si vedevano soldati aggredire un detenuto palestinese ha suscitato la condanna internazionale, ma non ha portato ad alcuna assunzione di responsabilità.

L’importanza di documentare questi abusi ripetuti risiede anche nello schema che essi rivelano. I rapporti, le testimonianze dei sopravvissuti e le informazioni raccolte dalle organizzazioni per i diritti umani smentiscono l’affermazione secondo cui tali incidenti sarebbero atti isolati commessi da poche “mele marce”. Al contrario, indicano uno schema più ampio di violenza sistematica perpetrata dalle autorità statali.

Dal punto di vista giuridico, la distinzione è cruciale: un atto isolato di violenza sessuale viene trattato in modo molto diverso dalle aggressioni ripetute e diffuse. Un singolo atto di violenza sessuale commesso nel contesto di un’occupazione belligerante può costituire un crimine di guerra. Tuttavia, quando tali atti sono sistematici, possono costituire crimini contro l’umanità. Quando la tortura sessuale viene inflitta a membri di un gruppo protetto, con l’intento di distruggere tale gruppo in tutto o in parte, può anche costituire genocidio.

In contesti di genocidio, la violenza sessuale ha lo scopo di attaccare l’individuo attraverso il gruppo e il gruppo attraverso l’individuo. Trasforma lo stigma in un’arma. Trasforma il corpo nel campo di battaglia per la distruzione del gruppo.

Le testimonianze dei sopravvissuti palestinesi mostrano chiaramente all’opera la disumanizzazione – il fondamento ideologico del genocidio. L’azione genocida inizia modificando il modo in cui viene percepito un gruppo preso di mira. Alla vittima viene prima sottratta l’individualità, poi la dignità, infine l’umanità. Fin dall’inizio del genocidio a Gaza, i palestinesi sono stati definiti «animali umani» da alti funzionari israeliani. Di conseguenza, la violenza è diventata non solo ammissibile, ma anche celebrata.

I resoconti di soldati che ridono, filmano, applaudono, deridono e si vantano di violenze sessuali e di altro tipo hanno rilevanza giuridica. Essi suggeriscono non solo che gli abusi siano avvenuti, ma che siano stati normalizzati.

La Convenzione sul Genocidio non definisce il genocidio solo come uccisione. Esso comprende anche il causare gravi danni fisici o mentali ai membri di un gruppo protetto, l’infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a provocare la distruzione del gruppo e l’imporre misure intese a impedire le nascite all’interno del gruppo.

La violenza sessuale può rientrare in queste categorie. Non è necessario che provochi la sterilizzazione per essere rilevante ai fini del divieto previsto dalla Convenzione sulle misure volte a impedire le nascite. La tortura sessuale può causare danni fisici permanenti agli organi riproduttivi, aumentando i rischi di infertilità, complicazioni durante la gravidanza e problemi cronici di salute riproduttiva.

Può inoltre portare a gravi traumi psicologici e a difficoltà nell’intimità, nelle relazioni e nella futura genitorialità. La violenza mirata ai genitali, lo stupro con oggetti, l’elettrocuzione, la nudità forzata, le minacce di esposizione sessuale e la distruzione psicologica della vita sessuale e familiare possono quindi essere tutte pratiche compiute con l’intento di annientare la capacità del gruppo di riprodursi biologicamente e socialmente.

Il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda lo ha riconosciuto nella storica sentenza Akayesu. In quel caso, il Tribunale ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio quando commessi con intento genocida. In altre parole, ha ammesso che la violenza sessuale può essere un metodo di distruzione di un gruppo. In Ruanda, è stata infatti utilizzata con l’intento di distruggere il popolo tutsi.

In Bosnia, la violenza sessuale è stata utilizzata come arma di persecuzione etnica, con l’intento di contribuire alla distruzione o all’allontanamento di gruppi mirati da aree specifiche. In Myanmar, i crimini di genere contro i Rohingya sono parte integrante della campagna genocida.

Come ampiamente riportato, il sistema giudiziario israeliano non è disposto e probabilmente nemmeno in grado di perseguire alcun crimine grave, compresa la violenza sessuale, commesso da cittadini israeliani contro i palestinesi. Commissioni d’inchiesta indipendenti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato che il sistema di giustizia militare israeliano presenta carenze strutturali, procedurali e istituzionali che compromettono un’efficace assunzione di responsabilità per le presunte violazioni del diritto internazionale. Laddove un sistema giudiziario è strutturato in modo tale da proteggere di fatto i presunti autori dei reati anziché garantire giustizia alle vittime, esso non riesce a scoraggiare gravi violazioni e consente così il protrarsi di comportamenti illegali, comprese le forme più gravi di abuso.

Laddove sussista un quadro coerente di gravi accuse, è necessario avviare un’indagine urgente al livello giuridico appropriato. La Corte Penale Internazionale (CPI) deve indagare sulle violenze sessuali contro i palestinesi non solo come crimini di guerra. Alla luce della natura diffusa e sistematica di tali violenze, l’Ufficio del Procuratore della CPI deve considerare questi atti come potenzialmente costituenti crimini contro l’umanità. Alla luce del contesto caratterizzato dalla devastazione di Gaza, dalle detenzioni di massa, dagli sfollamenti forzati, dalla fame, dalla disumanizzazione e dalla tortura sistematica, deve inoltre indagare sulla violenza sessuale come potenziale atto di genocidio.

La natura sistematica delle presunte violenze sessuali contro i palestinesi richiede che le indagini non si limitino ai diretti o effettivi autori di questi crimini. Laddove tali atti siano denunciati all’interno di carceri o strutture di detenzione militari, l’ambito investigativo deve estendersi all’intera catena di responsabilità, incluse le singole guardie o i soldati accusati di aver commesso gli abusi, i superiori diretti responsabili della loro condotta e i comandanti a livello di struttura che sovrintendono alle operazioni di detenzione.

Nel caso della detenzione militare, ciò può includere i comandanti di unità, le autorità della polizia militare e il Procuratore Generale Militare israeliano responsabile della supervisione delle indagini e dei procedimenti penali all’interno del sistema di giustizia militare.

Laddove la detenzione sia gestita da strutture carcerarie civili, come l’IPS, la responsabilità può estendersi anche ai direttori di carcere, ai comandanti regionali e agli alti funzionari amministrativi responsabili della politica e delle condizioni di detenzione.

A livello di politica e supervisione, l’esame può inoltre includere le autorità dell’apparato della difesa e, se del caso, i funzionari a livello ministeriale responsabili dell’amministrazione penitenziaria, della politica di detenzione e dell’approvazione delle pratiche sistematiche che incidono sui detenuti.

Se la Corte Penale Internazionale (CPI) non persegue penalmente questi atti criminali, la conseguenza non è solo l’impunità, ma l’erosione della funzione deterrente del diritto penale internazionale stesso. In contesti in cui gravi violazioni sono ampiamente e ripetutamente documentate, la persistente mancata azione penale rischia di normalizzare modelli di abuso e di radicarli nella prassi istituzionale.

L’assenza di una responsabilità effettiva crea quindi le condizioni in cui l’impunità si autoalimenta: un ambiente permissivo in cui le violazioni possono ripetersi con un ridotto timore di indagini o sanzioni. In questo senso, l’impunità non è semplicemente la conseguenza degli abusi, ma il terreno fertile in cui essi possono persistere ed espandersi, comprese le forme più gravi di maltrattamento come la tortura sessuale.

Triestino Mariniello è professore di diritto presso la Liverpool John Moores University nel Regno Unito. È inoltre membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza dinanzi alla Corte Penale Internazionale (CPI).

Mariagiulia Giuffréè una studiosa di diritto internazionale specializzata in diritto internazionale ed europeo, diritti umani e diritto dell’immigrazione.

https://www.aljazeera.com/opinions/2026/6/22/the-icc-must-investigate-israels-genocidal-use-of-sexual

Traduzione a cura di AssopacePalestina

Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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