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«Senza armi, possiamo fare qualsiasi cosa»: La storia di Rozan al-Najjar

di Ahmed Abu Artema

Palestine Deep Dive, 18 maggio 2026.  

Con il suo coraggio, il suo sacrificio e la sua profonda umanità, questa straordinaria donna palestinese ha dimostrato che anche senza armi una sola persona può resistere all’oppressione e difendere la vita.

In un’epoca di follia, guerra e ascesa di correnti fasciste e razziste, cresce nel mondo il bisogno di conoscere individui ispiratori: persone che hanno dedicato la propria vita a diffondere amore, che non possedevano altro che parole e fede per resistere all’oppressione e che hanno lasciato in eredità una luce.

Per questo motivo, voglio condividere qui la storia di Rozan al-Najjar.

Rozan era una giovane volontaria paramedica palestinese a Gaza. Ha lavorato instancabilmente per salvare la vita di coloro che erano stati feriti dai cecchini israeliani durante la Grande Marcia del Ritorno. Mentre cercava di salvare gli altri, è stata uccisa dai soldati israeliani, diventando un’icona di quel movimento.

Racconto la storia di Rozan non solo perché è fonte di ispirazione, ma perché il mondo ha bisogno di più persone come lei.

A Gaza, sono stato tra coloro che hanno lanciato l’appello per la Grande Marcia del Ritorno nel 2018. Quella che era iniziata come un’idea si è rapidamente trasformata in un movimento di massa, con più di centomila palestinesi che hanno partecipato a manifestazioni non violente vicino alla barriera di separazione per quasi due anni.

I manifestanti non portavano armi. I loro strumenti erano il raduno pacifico, le attività culturali e la presenza collettiva. Il loro obiettivo era protestare contro il lento soffocamento imposto a Gaza e rivendicare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

Giorni di protesta

La sera di venerdì 1° giugno 2018 sono tornato a casa dopo aver partecipato alle manifestazioni per il decimo venerdì consecutivo. Le proteste si erano svolte in cinque punti principali lungo la barriera di separazione.

Quel giorno ero stato a Malaka Square, a est di Gaza City. Mentre tornavo a casa, provavo un certo sollievo. Non c’erano state notizie immediate di vittime e la giornata sembrava più tranquilla rispetto ai venerdì precedenti, spesso segnati da una repressione mortale da parte dell’esercito di occupazione israeliano.

Ma quella sensazione non è durata.

Quando ho aperto i social media, mi sono trovato di fronte a una valanga di post in cui si piangeva Rozan. Era la prima volta che sentivo il suo nome. Eppure la gente non scriveva: “È stata uccisa un’infermiera”. Scrivevano: “È stata uccisa Rozan”. Era chiaro che fosse già molto conosciuta.

Quella notte, le sue parole si diffusero ampiamente: “Sono sul campo per salvare la vita della mia gente. Ho iniziato il mio viaggio qui e lo finirò qui. Lavoro con coraggio e determinazione. Non ricevo uno stipendio, né mi aspetto ricompense o ringraziamenti. Mi basta che Dio mi ricompensi».

In una precedente intervista, Rozan aveva spiegato di essere stata presente a Khuzaʿa, a est di Khan Younis, fin dal primo giorno della Grande Marcia, il 30 marzo 2018. Ha lavorato senza sosta dalla mattina presto fino a tarda sera, curando circa 170 feriti in un solo giorno — 30 dei quali causati da munizioni vere.

Ha descritto uno dei momenti più difficili: curare contemporaneamente due uomini gravemente feriti. Dopo averne salvato uno, è tornata dall’altro — solo per scoprire che era morto prima che potesse raggiungerlo.

Nonostante tali esperienze, non ha mai lasciato il campo.

Coraggio instancabile

La dedizione di Rozan era assoluta. Fin dall’inizio delle proteste, è rimasta sul campo senza interruzioni, spinta da un profondo senso di determinazione.

In un’altra intervista, ha detto: “Sono svenuta a causa dei gas lacrimogeni. Quando mi sono svegliata in ambulanza, sono stata presa dal panico e li ho supplicati di lasciarmi tornare indietro. Non ero venuta per farmi curare, ero venuta per curare gli altri”.

In quell’occasione, si era fratturata il polso. I suoi colleghi cercarono di portarla in ospedale affinché potesse riposare e ricevere cure. Lei rifiutò – rifiutando persino di farsi sistemare la mano – perché temeva che ciò le avrebbe impedito di continuare il suo lavoro.

Riassunse la sua missione in una frase potente: «Senza armi, possiamo fare qualsiasi cosa». Queste parole catturavano lo spirito del movimento – e la sua stessa fede nella resistenza non violenta.

Il giorno dopo la sua uccisione, ho partecipato al suo funerale e ho visitato la casa della sua famiglia a Khan Younis. Sua madre si è presentata davanti alle telecamere tenendo in mano il camice medico macchiato di sangue di Rozan e ha detto: «Questa è l’arma di Rozan – quella che portava con sé e per la quale Israele l’ha uccisa».

Fotografia: Middle East Eye/Mohammed Asad

Rozan proveniva da una povera famiglia di rifugiati originaria del villaggio di Salama, da cui erano stati sfollati con la forza dalle milizie sioniste nel 1948. Il suo sogno era quello di tornarci un giorno, e questo sogno era una delle motivazioni alla base della sua partecipazione alla Marcia del Ritorno.

Fin dall’infanzia, sognava di diventare un medico. La povertà le ha impedito di realizzare questo sogno, ma la sua determinazione ad aiutare gli altri non è mai venuta meno.

Si iscrisse a un corso di primo soccorso e risparmiò la sua piccola paghetta fino a quando non poté comprarsi un kit medico. Una volta ottenuto quello che voleva, andò direttamente sul campo per aiutare i feriti.

La sua compassione era evidente fin da piccola. Pensava costantemente ai poveri e agli emarginati. Una volta disse a sua madre che avrebbe voluto avere abbastanza soldi affinché nessuno fosse nel bisogno, per poter rendere felici tutte le persone povere.

Durante le vacanze piangeva, sconvolta dal fatto che alcune famiglie potessero permettersi più abiti mentre altre non potevano permettersene nemmeno uno.

Il suo senso di giustizia si sviluppò presto. Mentre guardava un film storico, rimase profondamente colpita da una scena che mostrava la tortura di Bilal [compagno di Maometto, NdR]. Chiese a sua madre se fosse stato torturato a causa della sua fede o perché era nero, rivelando una profonda consapevolezza dell’ingiustizia.

Una volta sua madre le chiese, quasi per scherzo, se intendesse risolvere da sola tutti i problemi del mondo. Rozan rispose: «Questi poveri non sono esseri umani proprio come noi?»

Un’eredità duratura

La gentilezza di Rozan si estendeva a ogni aspetto della sua vita. Condivideva tutto ciò che aveva. Se mangiava qualcosa fuori casa, ne conservava una parte per portarla alla sua famiglia.

Si prendeva cura dei suoi fratelli più piccoli come se fosse la loro madre: li sorvegliava in spiaggia, rinunciava al proprio divertimento per garantire la loro sicurezza e li copriva di notte mentre dormivano.

Un giorno, da bambina, sentì per caso suo padre dire che non aveva soldi per sfamare la famiglia. Cominciò a piangere e poi gli offrì i suoi piccoli risparmi – solo pochi dollari – insistendo affinché li prendesse per aiutare a sostenere la famiglia.

Rifiutava i pettegolezzi e i giudizi. Se qualcuno parlava male degli altri, lei obiettava con forza, chiedendo: «Siete forse degli dei per giudicare le persone?».

Evitava anche l’attenzione. Sua madre ricordava che interrompeva le interviste e correva verso il rumore degli spari se pensava che qualcuno potesse aver bisogno di aiuto. Era solita dire:

«Non voglio che le persone mi conoscano. Voglio che Dio mi conosca».

Dopo la sua morte, ho visitato la sua pagina Facebook, leggendo i suoi post per capire il suo spirito. I suoi scritti erano sinceri, sensibili e profondamente allineati con la giustizia. Esprimeva costantemente solidarietà verso i poveri e rifiutava l’ingiustizia.

Il suo ultimo post, scritto il 31 maggio – poche ore prima di essere uccisa – recitava: «La tua coscienza sarà confortata finché Dio conoscerà la tua intenzione. Sii buono».

Una perdita profonda

La sua perdita ha colpito profondamente le persone. Anche mesi dopo, la sua storia continua a risuonare.

Le indagini, tra cui quella del New York Times in collaborazione con Forensic Architecture, hanno concluso che è stata colpita da un cecchino israeliano mentre era chiaramente identificabile come paramedica e che né lei né chi le stava intorno rappresentavano una minaccia.

Eppure, anche senza tali indagini, i palestinesi conoscono intimamente questa realtà, avendo vissuto sotto decenni di violenza e perdite.

Nel 2019, mentre ero in visita negli Stati Uniti, ho soggiornato presso una donna ebrea americana. Ho organizzato una telefonata tra lei e la madre di Rozan. Durante la chiamata, la donna è scoppiata in lacrime e ha chiesto: “Perché Israele commette questi atti a nostro nome?”

La vita di Rozan solleva domande dolorose, ma offre anche una risposta potente. Ha vissuto una vita breve, ma piena di significati. Si è dedicata interamente ad aiutare gli altri, incarnando compassione, dignità e altruismo. Era presente in questo mondo, eppure portava in sé uno spirito che sembrava andare oltre.

Rozan è un’icona di bellezza e purezza. Israele odia la bellezza perché gli ricorda la sua bruttezza. Non c’è nulla di più brutto che instaurare un regime omicida, razzista e coloniale. Lei ci ha mostrato che anche in un mondo lacerato dalla violenza, dall’ingiustizia e dall’odio, è ancora possibile scegliere l’amore. E così facendo, ha lasciato qualcosa di duraturo: la prova che senza armi possiamo comunque cambiare il mondo.

Ahmed Abu Artema è uno scrittore palestinese, sognatore e attivista per i diritti umani. È uno dei fondatori della Grande Marcia del Ritorno.

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Traduzione a cura di AssopacePalestina

Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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