di Gideon Levy,
Haaretz, 6 maggio 2026.
Il sionismo, nella sua essenza, è la fede nella supremazia ebraica tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e, proprio come qualsiasi altra ideologia che sostenga la supremazia razziale, nazionale o religiosa, è illegittimo.

Non è facile essere israeliani e antisionisti. È quasi impossibile. In Israele questa combinazione è percepita come tradimento, eresia, priva di qualsiasi legittimità. È così fin dai tempi del buon vecchio Israele dell’era Mapai [il partito di Ben Gurion, NdT], molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir.
Fin dai tempi dell’Unione Sovietica, non c’è stato nessun altro stato con un’ideologia così esclusiva e rapace, un’ideologia che proibiva qualsiasi dubbio o negazione, come lo stato sionista di Israele. Anche essere un esule antisionista non è facile, specialmente per un principe dell’aristocrazia sionista.
Omer Bartov è un rinomato storico israeliano-americano, ricercatore sul genocidio ed esperto dell’Olocausto che insegna alla Brown University, a Providence, nel Rhode Island. Dopo due anni di riflessioni, Bartov è giunto alla conclusione che Israele ha effettivamente perpetrato un genocidio nella Striscia di Gaza.
Ha pubblicato due editoriali sul New York Times che riflettevano il percorso da lui intrapreso riguardo all’etichetta di genocidio, suscitando reazioni in tutto il mondo. Uno dei libri scritti da suo padre, l’autore e giornalista Hanoch Bartov, si intitola “Ligdol Ulikhtov Be’Eretz Yisrael” (“Crescere e scrivere nella Terra d’Israele”). Il libro più recente di Omer Bartov è “Israel: What Went Wrong?” – l’intero percorso, in poche parole.
In occasione dell’uscita del libro, Bartov ha rilasciato un’intervista a Haaretz in cui si è affrettato a dichiarare di non essere antisionista, tanto dolorosa e difficile è tale ammissione. “Sono cresciuto in una famiglia sionista. Per me era ovvio che Israele fosse il mio posto”, ha detto, per spiegare perché non è “anti”. Ma ha lasciato quella casa decenni fa, e le sue dichiarazioni fanno riflettere sulle sue preoccupazioni, o forse sulla sua vergogna, nell’ammettere di essere antisionista, cosa che apparentemente manca ancora di legittimità.

Bartov afferma che il sionismo è destinato a scomparire, che Israele non può esistere come stato normale sotto questa ideologia e che se il sionismo può portare a un genocidio a Gaza, non può più reggere come ideologia. È difficile trovare affermazioni più coraggiose e corrette – o più antisioniste – di queste.
Se è così, perché Bartov è riluttante a definirsi antisionista? Non c’è prova migliore di questa dell’indottrinamento radicato nel profondo del cuore di ogni ebreo cresciuto qui. Un intellettuale israeliano espatriato, critico e acuto, non osa definirsi antisionista anche se le sue argomentazioni dimostrano che lo è.
È imperativo rompere questo tabù. A un israeliano, anche a un israeliano in esilio, è permesso essere antisionista e rimanere comunque legittimo. Il sionismo è un’ideologia che può essere messa in discussione, come qualsiasi altra ideologia. Alla sua base c’è la fede nella supremazia ebraica tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e – proprio come qualsiasi altra ideologia che sostiene la supremazia razziale, nazionale o religiosa – è illegittima.
L’approccio di Bartov è diverso dalle tendenze antisioniste che fioriscono oggi in tutto il mondo. Egli è convinto che qualcosa sia andato storto nel paese puro e innocente che un tempo era il suo, e che qualcosa si sia distorto nella sua pura ideologia sionista. C’era un’ideologia che portava alla creazione di uno stato altamente morale, e improvvisamente qualcosa è andato storto. Questa affermazione può forse alleviare le angosce del doloroso addio di Bartov al sionismo, ma è dubbio che sia la verità.
Bartov dice di non credere in quel tipo di storia in cui, alla fine, si dice: “Abbiamo sempre saputo che sarebbe andata così”. Ma dopotutto è iniziato così. La continuazione non era inevitabile, ma perché fosse diversa, ci sarebbe dovuta essere una correzione, e ciò non è mai avvenuto.
Il sionismo ha voltato le spalle alla popolazione indigena che viveva in Palestina sin dai suoi primi giorni – fin dai tempi della «conquista del lavoro», che invitava gli ebrei a lavorare nell’agricoltura e nell’industria – ciò che rappresentava in realtà la prima espropriazione sionista. Molto prima delle rivolte arabe del 1929 e dell’Olocausto, il movimento cercava di espropriare ed espellere la popolazione locale.
Allora come oggi; Yigal Allon, come Bezalel Smotrich. Quello fu l’inizio, ed era viziato. Caro Bartov, il sionismo non è diventato qualcos’altro; è sempre stato così. Vorrei che fosse diventato qualcosa di diverso. Forse non è ancora troppo tardi.
Traduzione a cura di AssopacePalestina
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