Africa ExPress, 1° maggio 2026.
Onore alla Flotilla, ai rapiti dai pirati della marina israeliana e agli ostinati che proseguono la loro coraggiosa rotta verso Gaza, ovvero verso la fine del mondo. Verso le macerie di un genocidio, impenetrabili perfino ai signori dello spettrale Board of Peace, che volevano farne il cantiere di un mondo post-Onu, post-Convenzione di Ginevra, post-Dichiarazione dei Diritti umani. Buon vento a loro – le piazze di tutto il mondo si sono riempite di ragazzi che la Flotilla ha risvegliato alla vita civile, ormai nella sua dimensione globale contemporanea.
Ma c’è un’altra Flotilla di cui bisognerebbe parlare, di cui si parlerà, forse, sempre di più. È questa sorta di Flotilla interna a Israele, che è stata la III edizione del Peoples’ Peace Summit. Che si è chiusa ieri, l’ultimo giorno d’aprile, all’Expo Centre di Tel Aviv, enorme spazio che normalmente ospita grandi eventi musicali o fiere commerciali.
Ancora una volta promossa dalla coalizione It’s Time, che riunisce più di 80 associazioni israelo-palestinesi. (L’anno scorso a Gerusalemme erano “solo” una sessantina). Tutto esaurito. Il link per vederne e ascoltarne le due ore della sessione conclusiva, in streaming registrato si trova in rete, digitando semplicemente ItsTimeNow.
Dovrebbe emergere alla superficie di tutti i giornali, questo movimento che sta crescendo in numero, chiarezza e coesione, contro l’attuale governo israeliano ma anche contro ogni coalizione alternativa che si ponga in continuità con la politica israeliana basata sull’occupazione e il disconoscimento del diritto all’autodeterminazione palestinese.
E invece per ora se ne parla poco: anche se stupisce di più, anche fra i movimenti solidali con la causa della liberazione palestinese e del diritto internazionale, chi non ne parla per il partito preso di considerarlo un movimento “normalizzatore”. Se “pace” si oppone a “guerra”, è facile obiettare subito che fra Israele e Palestina non c’è una guerra, ma un genocidio coloniale.
Ed è giusto: anzi di più – si tratta di “una tragedia universale” (Jean-Pierre Filiu). Perché il nostro consenso all’annientamento di Gaza e alla pulizia etnica sempre più vigorosa del resto della Palestina occupata ha creato “un’enorme frattura nell’ordine morale del mondo” (Didier Fassin), “una rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945” (Pankaj Mishra).
Eppure, “guerra” è la condizione vissuta da chi in Israele vive. È addirittura il mantra della destra da Jabotinsky a Netanyahu. È il loro motto: vivere in armi, portarsi dietro il mitra e il muro di ferro per fare grande Israele. E allora non bisognerà prestare attenzione al senso che la parola “guerra” ha per gli ebrei israeliani che gridano basta, alla via che questo grido apre a molte altre parole?
Ho elencato le parole che ho sentito pronunciare con vigore in quelle due ore finali da sempre più oratori, sempre più giovani e decisi. Ascoltatele, contiamo insieme quante volte compaiono, parole come “occupazione”, “annessione”, “apartheid”, “autodeterminazione”, “dal fiume al mare, libertà per tutti”, “verità”, e anche “genocidio”.
Diecimila persone – ma molti non hanno trovato i biglietti. Stanno navigando sopra il mare di sangue con cui il genocidio di Gaza, l’annessione della Cisgiordania, la distruzione dell’identità di Gerusalemme Est, il massacro dei civili in Libano, hanno sommerso la coscienza di Israele. Tentano di emergere, non per salvarsi ma per salvare l’umanità – anche la nostra – violata in Palestina: e gridano basta. E lo fanno anche con le parole di Mandela e quelle di Marwan Barghouti: il primo giorno di libertà sarà l’ultimo dell’occupazione.
Roberta De Monticelli. Già ordinaria di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto.

