Mondoweiss, 18 aprile 2026.
Randa Abdel-Fattah riflette sulla frammentazione che ha provato dal 7 ottobre, divisa tra la vita quotidiana e la normalizzazione dello sterminio in diretta streaming di vite arabe e musulmane.

Nota dell’editore: Quello che segue è il testo del discorso tenuto dalla dottoressa Randa Abdel-Fattah in occasione della consegna a lei del Premio per la Pace di Gerusalemme (Al Quds) 2026 dell’Australia Palestine Advocacy Network, il 10 aprile 2026.
In un’intervista del 1971, il famoso scrittore palestinese Ghassan Kanafani rifletteva sul suo ruolo di romanziere nel movimento di resistenza palestinese. «Giorno dopo giorno i compagni vengono uccisi», disse, «e poi vengono dimenticati perché altri vengono uccisi. Questo rende difficile continuare a scrivere. È come se il romanziere fosse sospeso e la sua generazione, i suoi compagni, gli passassero accanto, avanzando più velocemente di lui; per questo ci sono momenti in cui un romanziere non riesce a scrivere. D’altra parte ci sono momenti in cui il romanziere non riesce a smettere di scrivere. Il romanziere vive quindi con questo tipo di contraddizione, una sorta di sofferenza».
Ho sentito questa contraddizione, questo tipo di sofferenza, in modo acuto dal 7 ottobre. Ciò che ci si aspetta da noi non è normale. La frammentazione di noi stessi, schegge di dolore, rabbia e impotenza. Andare al lavoro, fare chiacchiere nella fila del caffè, portare i figli al calcio, contare i corpicini sul campo; contare i corpi delle 165 studentesse morte nella scuola di Shajareh Tayyebeh in Iran. Cercare di esistere come se, un milione di volte al giorno, non fossimo confrontati con il fatto che viviamo in un mondo che ha normalizzato l’annientamento in diretta streaming delle vite arabe e musulmane.
Ogni giorno siamo sospesi sopra un bilancio quotidiano di orrore apocalittico, dell’annientamento in diretta streaming di un popolo che ora si è esteso su quattro fronti: Gaza, la Cisgiordania, il Libano e l’Iran.
Ogni volta che mi sedevo per scrivere questa lezione, nel mio feed di novità spuntava la notizia di un altro crimine di guerra israeliano di un sadismo inimmaginabile. Un bambino di 10 mesi torturato con bruciature di sigaretta. Bottiglie di champagne quando viene approvata la legge razzista sulla pena di morte. Un altro rapporto dell’ONU da aggiungere alla pila che documenta la politica sistematica di tortura dei prigionieri palestinesi. Bombe statunitensi e israeliane su ambulanze, giornalisti, centri medici. Trump che minaccia di bombardare l’Iran con armi nucleari. Il Libano colpito da 100 bombe in 10 minuti.
Quale analisi giuridica o geopolitica posso offrire che non sia già stata detta e scritta prima?
E così, come diceva Kanafani, ci sono periodi in cui non si può scrivere né, in effetti, parlare. Ironia della sorte, sono state le parole della Convenzione sul Genocidio a riportarmi alla scrittura e alla parola. La Convenzione definisce il genocidio come atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte. Trovo che un modo per onorare la sofferenza che proviamo, sospesi sopra il genocidio in corso, sia quello di investire la nostra energia emotiva, intellettuale e artistica riflettendo sulle singole parti che compongono la somma incompleta.
Dobbiamo concederci momenti di pausa, per consolidare ciò che si sta svolgendo, le parti accumulate dei crimini in corso, e per testimoniare. Nell’Islam, testimoniare è shahada. Coloro che chiamiamo martiri sono shuhada perché testimoniare è tra i sacrifici più profondi che una persona possa compiere. Richiede la rinuncia ai propri desideri, alle comodità, ai vantaggi e persino alle proprie pretese sulla vita, per il bene degli altri.
Quindi stasera non è una tipica conferenza. Sono io come avvocata, accademica, artista, attivista, madre che cerca di offrirci un po’ di intimità con le parti del tutto come un modo per fermarci e rendere testimonianza insieme. Come un modo per raccogliere le parti al fine di garantire la responsabilità di chi agisce.
Stasera rifiutiamo il macro, l’analisi del quadro generale. Voglio raccontarvi alcune storie, cucire e tessere un mosaico di testimonianze.
Parti di jet e parti del corpo
Genocidio. Atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte. Quand’è che una parte non è un contratto d’armi? Quand’è che una parte non è un componente? Quand’è che una parte di un jet F-35 che sgancia una bomba su un bambino strappandogli un braccio non è un affare d’armi? Cosa rende una parte di un jet letale “non letale”? Mi chiedo se queste domande tormentino di notte la Ministra degli Esteri australiana, Penny Wong.
Secondo documenti trapelati alla fine del 2025, dall’ottobre 2023 sono state inviate dall’Australia a Israele almeno 68 spedizioni di parti di F-35 tramite voli commerciali. Il numero 68 è 1 in più di 67, che è il numero di parole che servì a Balfour per promettere la nostra terra nel 1917. Il numero 68 è 2 in meno del numero 66 e 14 in più del numero 54. Nel febbraio 2026 le autorità israeliane hanno consegnato 54 corpi carbonizzati e 66 scatole contenenti resti umani di palestinesi scomparsi durante il genocidio. I componenti non letali dei jet prendono un corpo palestinese e lo fanno a pezzi in parti irriconoscibili.
“Rinuncio a tutto tranne che alla mia morte”, ha scritto la ventenne studentessa di odontoiatria Zinha Adahdouh su TRT World. “Voglio un sudario completo, voglio le mie braccia, il mio cuore, la mia testa, le mie 20 dita delle mani e dei piedi, e i miei occhi …”
I profughi recitano la preghiera del Fajr in una moschea il 10 agosto 2024. L’esercito israeliano bombarda i fedeli. Più di un centinaio di persone vengono uccise, smembrate o distrutte al punto da renderle irriconoscibili. Mondoweiss riferisce che i medici del Baptist Hospital non sono riusciti a identificare i singoli corpi e così hanno raccolto parti di corpi in sacchetti di plastica e hanno consegnato 70 chili di resti a ciascuna famiglia in lutto. Cosa rende “non letale” una parte di un jet letale? Hassan Ahmad non è riuscito a trovare suo figlio Ali, di 6 anni. Nemmeno una singola parte del corpo. I medici gli hanno consegnato un sacchetto di plastica contenente 18 chili di resti umani. “Questo è tuo figlio; vai a seppellirlo.”
In Frankenstein a Baghdad, un romanzo del 2013 dello scrittore iracheno Ahmed Saadawi ambientato all’indomani dell’invasione dell’Iraq del 2003, un rigattiere raccoglie parti di corpi delle vittime dei bombardamenti, cucendole insieme per formare un cadavere. Quanti Frankenstein emergeranno da Gaza? Dal Libano? Dall’Iran?
Abbassare la temperatura
Parlando in parlamento e rispondendo alle proteste contro la visita di Isaac Herzog, il primo ministro australiano Anthony Albanese ha detto: «Dobbiamo abbassare la temperatura in questo paese. Dobbiamo abbassarla di molto». Il costo climatico dei primi 60 giorni del genocidio israeliano a Gaza è stato equivalente alla combustione di almeno 150.000 tonnellate di carbone. Nel novembre 2024, una nave da carico piena di carbone è arrivata da Newcastle al porto di Hadera, sulla costa vicino a Tel Aviv, per rifornire la più grande centrale elettrica di Israele. Un’inchiesta di Al Jazeera nel febbraio di quest’anno ha rivelato che Israele ha usato a Gaza armi termiche e termobariche vietate a livello internazionale, armi che bruciano a 3.500 °C. A quella temperatura, quasi 3.000 palestinesi sono evaporati. “Dobbiamo abbassare la temperatura in questo paese”, dice Anthony Albanese.
Algoritmi
È il giorno 915 del genocidio israeliano. Più altri 78 anni. Ogni volta che inizio un discorso cerco su Google quanti giorni sono passati dal 7 ottobre. L’algoritmo ormai mi conosce. Comincio a digitare quanti e subito mi propone la mia solita domanda di ricerca.
L’algoritmo sa. Prevede. È stato addestrato a prevedere che io voglia sapere quanti giorni di genocidio. Lo stesso algoritmo che è stato addestrato dal genocidio. Chi è il tuo papà? Palantir. Google. Lavender. Agenti dei servizi segreti israeliani hanno testimoniato che usando Lavender “dedicavano 20 secondi a ciascun bersaglio e ne facevano dozzine ogni giorno. Ci faceva risparmiare un sacco di tempo.” L’algoritmo prevede la mia domanda, la completa automaticamente e mi fa risparmiare tempo di digitazione perché è stato addestrato da programmi che fanno risparmiare tempo nell’uccidere arabi e musulmani. Algoritmo è il nome latinizzato di Al-Khwarizmi, uno studioso persiano del IX secolo della Casa della Saggezza di Baghdad e padre dell’algebra e dell’algoritmo. Hanno ucciso migliaia di studiosi con un algoritmo che fa risalire le sue origini a un musulmano persiano. E ora quell’algoritmo guida le bombe che cadono su scienziati e studiosi in Iran. L’algoritmo che torna a casa, riempiendo automaticamente la terra con il nostro sangue.
Keffiyeh
Nel novembre 2023, i sionisti ebrei erano “indignati” e sentivano il loro “spazio sicuro” minacciato da tre attori di una produzione teatrale della Sydney Theatre Company che indossavano keffiyeh palestinesi durante il saluto finale. Dimissioni dal consiglio di amministrazione, 1,5 milioni di dollari ritirati dai donatori ebrei, una frenesia di contenimento dei danni, scuse servili.
Il Gabbiano [film da un dramma di Čechov] potrebbe essere stato l’inizio della guerra sionista post 7 ottobre contro le keffiyeh. Ma le basi erano state gettate prima del 7 ottobre.
Alla fine del 2017 la Polizia del Nuovo Galles del Sud ha condotto un’esercitazione antiterrorismo che ha coinvolto 200 agenti di polizia e personale dei servizi di emergenza alla Stazione Centrale di Sydney. Due agenti, indossando kefiah, sono saliti su un treno, fingendo di essere “delinquenti armati attivi”. Hanno sventolato la bandiera dello Stato Islamico, hanno simulato accoltellamenti e sparatorie e hanno tenuto in ostaggio i passeggeri del treno sotto la minaccia delle armi. Il Tribunale civile e amministrativo del NSW ha ritenuto che l’esercitazione diffamasse razzialmente i palestinesi e gli arabi e li dipingesse come potenziali terroristi. La difesa della polizia del NSW è stata che le sciarpe erano state acquistate da un negozio di articoli militari in liquidazione e facevano parte di un “mix non specifico di capi di abbigliamento in stile criminale/terroristico”. Hanno sempre usato il corpo palestinese come manichino terroristico.
Ogni volta che una kefiah viene indossata in pubblico, un sionista piange. Quindi costruiamo il percorso verso la liberazione con un milione di kefiah.
Caccia
I sionisti vogliono che non abbiamo voce, né autonomia. Non hanno una risposta convincente alla lotta di liberazione di un popolo indigeno e quindi cercano di darci la caccia ed eliminarci. Uso la parola “caccia” deliberatamente e non come mero espediente retorico. Essa coglie i rapporti di potere e le tecnologie della violenza coloniale dispiegate contro i palestinesi (e ora i libanesi e gli iraniani), specialmente dopo il 7 ottobre. Distruggere, in tutto o in parte. Per farlo bisogna dare la caccia alle parti. I palestinesi – dipinti come “animali umani” – vengono letteralmente cacciati a Gaza: droni che imitano le grida dei bambini per attirare le persone sotto il fuoco dei cecchini; bambini colpiti al cranio o al petto come selvaggina; civili confinati in zone sempre più ristrette prima di essere uccisi.
Danno la caccia ai giornalisti – inviando minacce intimidatorie ai loro telefoni – e poi colpiscono, seppellendo testimoni palestinesi, arabi e musulmani nelle terre insanguinate di Palestina, Libano e Iran.
Nei corridoi dei luoghi di lavoro e delle istituzioni di questa colonia di insediamento fondata grazie alla caccia e l’espropriazione dei popoli indigeni, nelle redazioni dei media mainstream, nelle riunioni dei consigli di amministrazione dei festival letterari, nelle aule delle università e delle scuole, negli uffici dei dipartimenti dell’istruzione, negli studi legali, nei centri medici, la caccia sionista opera come una tecnologia di potere che cerca di sorvegliare, neutralizzare e infine eliminare le voci palestinesi e antisioniste dalla vita pubblica.
La caccia inizia con l’inseguimento, il monitoraggio, il lancio delle reti.
Un ciondolo con la mappa della Palestina. Un volontario di 16 anni. Come un cacciatore che usa un cannocchiale per scrutare il terreno alla ricerca della preda, il minuscolo ciondolo viene individuato. La preda viene eliminata, cancellata dalla newsletter digitale. Avvisi allarmati diffusi dalle Biblioteche Pubbliche del Victoria riguardo alla mascotte della biblioteca, Pip l’Anguria. Un telecronista di cricket licenziato per aver twittato su Gaza perché i sionisti si sono lamentati che la sua voce fosse pericolosa. Due grandi pezzi di stoffa bianca coprono la bandiera palestinese in un arazzo che raffigura materiale di protesta e bandiere da tutto il mondo in una mostra alla National Gallery Australia. “Nessun orgoglio nel genocidio” sulla chitarra di un musicista aborigeno. Licenziato dal suo lavoro. Un murale di John Farnham ricoperto di vernice nel Queensland. Una bandiera palestinese rimossa da una ghirlanda di bandiere del mondo in una fotografia scolastica dell’Harmony Day. Il feed Twitter di uno scrittore aborigeno monitorato. Un tweet. La rete è stata gettata. Il loro premio di 15.000 dollari della borsa di studio black&write è stato revocato. Preda catturata. Un musicista, uno studente, un DJ, un pianista, un conduttore radiofonico, un ballerino, un comico, un docente, un artista, un Australiano dell’Anno, un accademico, un medico, un’infermiera, un redattore, uno scrittore, un avvocato. Cambia il singolare in plurale. Molti plurali.
Le squadre di caccia sono spietate, implacabili, organizzate. Il lavoro preparatorio è fondamentale. Implica la creazione delle condizioni che rendono la preda vulnerabile: isolarla; restringere le sue zone di sicurezza; e coltivare un’atmosfera di negabilità plausibile in cui gli spettatori arrivino a credere che la caccia sia in realtà una forma di difesa preventiva e che la preda stessa costituisca la minaccia. Crisi dell’antisemitismo. Discorso d’odio. Minaccia alla coesione sociale. Divisivo. È così che si prepara il terreno di caccia. Le istituzioni che dovrebbero proteggerci e difenderci vengono gradualmente indotte a prendere le distanze, invertendo i rapporti di potere in modo che la preda – quella che indossa il ciondolo, che canta dal fiume al mare, che partecipa a una protesta, che twitta parole invece di sganciare bombe – sia costretta a giustificare perché è lei ad attaccare, minacciare, causare danno. I media e gli attori politici lavorano in stretta collaborazione per assemblare l’arsenale schierato contro di noi – etichette come antisemita, pericoloso, provocatorio, odioso e minaccioso – rendendo difficile per chi detiene il potere rifiutare le munizioni che alla fine vengono utilizzate. Quando il colpo viene sparato, le vittime sono già sufficientemente demonizzate da rendere la loro cattura possibile e giustificabile. La caccia è completa.
Eppure… le armi schierate contro di noi alla fine falliscono. Anche nella morte, il cacciatore perde, perché il palestinese continua a vivere come martire. Ad ogni caccia, le tattiche dei sionisti, dei politici suprematisti bianchi, dei media e delle istituzioni vengono messe a nudo. Possono darci la caccia, ma più siamo, più sarà difficile. Non possono catturarci tutti.
Tortura
La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, pubblica un rapporto che documenta la tortura sistematica dei palestinesi da parte di Israele. Quella stessa Albanese la cui partecipazione a una tavola rotonda ha spinto l’Università di Adelaide a cancellare la prenotazione della sede dove doveva tenersi l’evento. Nel suo libro Draw your weapons Sarah Sentilles racconta che i governi che torturano sviluppano “tecniche pulite”, una sorta di tortura furtiva che impiega oggetti di uso quotidiano che possono fungere da strumenti di tortura per eludere il rilevamento da parte dei gruppi di monitoraggio. Le squadre di interrogatori sono quindi addestrate a metodi che non lasciano segni. Gli schiavisti americani crearono modi per torturare gli schiavi che non lasciassero segni non per eludere la responsabilità, poiché non ce n’era alcuna, ma perché le cicatrici avrebbero svalutato la commerciabilità dello schiavo, segnalando ai potenziali acquirenti che lo schiavo era un problema.
A Gaza, a Israele non importa di essere smascherato perché gli è stata concessa l’impunità per tutti i suoi crimini e non gli importa dei corpi mutilati perché l’unico palestinese di valore per un israeliano è quello morto ed è per questo che i palestinesi vengono torturati alla luce del sole.
Media
In una puntata del programma televisivo nazionale Q&A della Australian Broadcasting Corporation (ABC), nel marzo 2022, un membro del pubblico filo-russo, di nome Shasha, ha posto una domanda su come la Russia venisse dipinta dai media come il cattivo e l’Ucraina come il buono. Per la prima volta nella storia di Q&A, l’allora conduttore Stan Grant, “a disagio” per la domanda di Shasha, ha invitato Shasha a lasciare lo studio: “Sasha, qui si sta parlando di famiglie che soffrono e di persone che stanno morendo. Tu hai approvato ciò che sta accadendo, pur sapendo che ci sono persone che muoiono.” Difendendo la decisione di espellere Sasha dal pubblico, Grant ha detto: “Non possiamo tollerare nessuno che approvi o sostenga la violenza e l’uccisione di persone.”
Sono passati quattro anni e non riesco a dimenticare questo momento. Rimarrà sempre impresso nella mia memoria.
Lo stesso giorno in cui la Knesset ha approvato la legge sulla pena di morte per i palestinesi, l’ambasciatore israeliano in Australia è stato invitato a parlare al National Press Club; il suo discorso pieno di menzogne e di difesa dell’apartheid e del genocidio è stato trasmesso in streaming dall’ABC. Era del tutto coerente con la copertura dell’ABC del genocidio israeliano dal 7 ottobre. «Non possiamo tollerare nessuno che approvi o sostenga la violenza e l’uccisione di persone», disse una volta Stan Grant pensando che avremmo dimenticato. Ma è solo un frammento di un tutto che ho colto. Un promemoria del fatto che non possiamo tollerare nessuno che approvi, sostenga la violenza e l’uccisione di persone – a meno che quelle persone non siano palestinesi. I media stanno recitando la loro parte nel teatro del genocidio di Israele. Un giorno raccoglieremo tutte queste parti e le presenteremo a un tribunale e diremo: gli stenografi di Israele hanno le mani sporche di sangue.
Guarigione
Nel marzo di quest’anno, Brothers for Life, un’organizzazione israeliana che fornisce servizi di supporto alle IOF (Israel Occupation Forces), ha finanziato una “delegazione di guarigione” di soldatesse israeliane in Australia. Durante il loro soggiorno a Melbourne, le soldatesse hanno preso parte ad attività come lo yoga con i cuccioli, una sfida culinaria in stile MasterChef, visite scolastiche e gite di un giorno alle sorgenti termali, alle cantine e alle spiagge per il surf. Il 30 marzo 2026, il New Arab ha pubblicato un articolo intitolato: “Tra le macerie di Gaza, le famiglie cercano di proteggere i propri figli dal suicidio”. Suppongo sia antisemita insistere sul fatto che soldati e soldatesse che hanno spinto dei bambini al suicidio non meritino lo yoga con i cuccioli e le sorgenti termali.
Musei, arte e cultura
Il governo del Victoria ha stanziato 7 milioni di dollari per la creazione di un Quartiere delle Arti Ebraiche (JAQ) a Melbourne. Il JAQ è guidato dal Gandel Centre of Judaica e dal Kadimah Jewish Cultural Centre. «Dopo mesi in cui i creativi ebrei sono stati esclusi e vittime di doxxing dal 7 ottobre», ha detto Josh Burns senza un briciolo di ironia, «ora non è il momento di nascondersi – è il momento di investire nell’arte, nella cultura e nella comunità ebraica». Anche il governo Albanese ha stanziato 18 milioni di dollari, da non confondere con gli 8,5 milioni di dollari destinati al Museo ebraico di Sydney. Da non confondere con i 57.500.000,00 dollari assegnati all’Executive Council of Australian Jewry. Da non confondere con i 4,4 milioni di dollari per istituire un Centro nazionale di educazione sull’Olocausto a Canberra.
Cosa ottengono le centinaia di palestinesi e i loro alleati, compresi gli ebrei antisionisti, dopo essere stati pubblicamente diffamati, doxxati, licenziati, cancellati da gruppi coordinati della lobby sionista? La comunità ebraica ottiene milioni di finanziamenti governativi. Noi ci rallegriamo e lanciamo campagne di raccolta fondi su Instagram.
Ma i siti artistici e culturali, i musei e gli archivi sono importanti. Non dovrei essere così meschina. Quindi lasciate che vi racconti una storia sulla cultura e il patrimonio. Il 12 settembre 2025, l’esercito israeliano ha avvertito che stava per attaccare l’edificio al-Kawthar, una torre che custodiva migliaia di tesori antichi a Gaza. I tesori antichi – ceramiche fragili, mosaici raffinati, scheletri secolari – erano, a quanto pare, “infrastrutture terroristiche di Hamas”. Esperti internazionali hanno fatto appello a Israele affinché concedesse un giorno in più per consentire l’evacuazione. Volontari e operatori umanitari si sono affrettati a evacuare 6 camion carichi di preziosi manufatti. Immagino questi volontari che si precipitano freneticamente nell’edificio, tenendo in equilibrio antichi e fragili mosaici su cui hanno camminato re e sultani, cercando di sistemarli delicatamente sul retro del camion, per trovare un luogo sicuro in una città dove non c’è alcun luogo sicuro.
Con tracce archeologiche risalenti ad almeno il 1300 a.C., le bombe israeliane hanno distrutto oltre 150 siti patrimonio dell’umanità. «La città che rappresenta il male assoluto deve essere distrutta», ha detto il tenente colonnello e rabbino del comando settentrionale. Quali siti malvagi dovrei elencare: la chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, che risale al 425 d.C., la terza chiesa più antica del mondo. La Grande Moschea di Omari del VII secolo, ritenuta la prima moschea di Gaza, insieme alla sua biblioteca del XIII secolo contenente rari manoscritti islamici. Uno dei gioielli di Gaza, il Qasr al-Basha, costruito a metà del XIII secolo e risalente a 700 anni fa. Bombardato e raso al suolo, le migliaia di reperti in esso contenuti sono, come migliaia di corpi umani, sepolti e dispersi sotto le macerie.
L’UNESCO è stata fortemente coinvolta in processi e azioni legali riguardanti la distruzione del patrimonio culturale in Mali e in Bosnia. Ha chiesto un intervento urgente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per proteggere i siti culturali dagli attacchi dello Stato Islamico in Siria e in Iraq. È stata accusata di essere “notevolmente silenziosa” in relazione alla distruzione di siti antichi e del patrimonio a Gaza. Non ha invocato pubblicamente la Convenzione dell’Aia del 1954, che ha citato praticamente in ogni conflitto importante dalla sua ratifica. Chi non invoca l’Aia dovrebbe finire all’Aia.
Coloni
Sto esaminando dei documenti che mi sono stati donati da un attivista arabo negli anni ’90. All’interno c’è un fascicolo ingiallito contenente il Rapporto dell’inchiesta nazionale australiana sulla violenza razzista del 1991. Leggo le appendici che documentano un catalogo di segnalazioni di violenza razzista contro gli aborigeni. Investire un uomo con un’auto, molestare e aggredire famiglie nelle loro case con mazze da baseball, sparare a un ragazzino al ginocchio e a una donna incinta allo stomaco, uccidendo il bambino. Avvelenare una brocca di alcol e uccidere 5 persone, tenere fermo un uomo e dipingerlo di bianco dal petto in giù. Riuscite a vedere lo schema dei coloni qui e dei coloni là, coloni ubriachi di impunità e supremazia razziale? Vernice bianca qui, la Stella di David incisa sul volto di un uomo palestinese là. Ricordate la farina avvelenata dalle IOF a Gaza? Le sparatorie contro donne incinte in Cisgiordania? Le vessazioni contro le famiglie nelle loro case e sulle loro terre? Gli israeliani che investono i palestinesi con le loro auto?
Australia e Israele. Democratici, liberi, civilizzati, con pari diritti. «Non credo a ciò che dici», disse James Baldwin, «perché vedo ciò che fai».
Commissioni reali
Nell’agosto del 1929 ci fu una rivolta al Buraq/Muro del Pianto che si estese ad altre città e paesi in tutta la Palestina. Il potere del mandato britannico modificò le leggi e il sistema giudiziario per processare coloro che erano stati arrestati con l’accusa di omicidio, al fine di «garantire un processo privo di politica», sopprimendo qualsiasi motivazione politica alla rivolta. I giudici palestinesi locali furono rimossi e furono ammessi solo giudici britannici con la motivazione di evitare qualsiasi «danno alla sicurezza pubblica».
I termini di riferimento della Commissione d’Inchiesta sui disordini furono deliberatamente limitati all’esame delle sole cause immediate, escludendo le motivazioni politiche più ampie; e se questo vi sta cominciando a sembrare stranamente familiare alla luce della retorica politica australiana sulla “coesione sociale”, della Commissione Reale sull’antisemitismo e la coesione sociale che non ha ascoltato un solo palestinese e sembra non lo farà, delle inchiesta parlamentari sull’antisemitismo, allora è giusto che sia così. Durante l’intero processo, i giudici britannici hanno negato alla difesa il permesso di presentare qualsiasi materiale o di condurre qualsiasi interrogatorio che ponesse le rivolte in una prospettiva politica. Ogni volta che veniva introdotto un qualsiasi tipo di contesto politico, la corte obiettava in base alla regola secondo cui l’introduzione di questioni politiche era inammissibile.
C’è una continuità tra questa soppressione razzista del nostro diritto di dare un nome alla nostra realtà politica, di testimoniare e di analizzare, e la soppressione razzista dei nostri diritti e delle nostre voci oggi. La regista, sceneggiatrice e produttrice americana Ava Duvernay scrive: “Continuo a pensare al momento in cui il linguaggio interrompe il contatto visivo con la verità. Quando distogliamo lo sguardo e le parole perdono il loro significato perché smettono di rispondere a ciò che vedono”. La nostra resistenza si fonda sul mantenimento dell’equilibrio tra linguaggio e verità. Ogni giorno vediamo persone comuni che si rifiutano di distogliere lo sguardo dai crimini della macchina di morte israelo-statunitense. Vediamo palestinesi, libanesi, iraniani in mezzo alle bombe e alla carneficina lottare per il diritto di ogni singola anima di essere onorata come un mondo a sé stante.
Quando penso a quanto si sono spinti gli inglesi per sopprimere le testimonianze, per separare il linguaggio dalla realtà, allora capisco che ogni parte della nostra esistenza come palestinesi è profonda perché la nostra banale sopravvivenza, le realtà materiali delle nostre vite quotidiane, sia sotto l’occupazione, l’apartheid, nei campi profughi o nella diaspora, è sempre stata mistificata, negata, deliberatamente oscurata. Persino la terra sta rispondendo: proprio questa settimana Haaretz ha riportato che gli alberi europei piantati dai sionisti sulle rovine distrutte dei nostri villaggi stanno morendo in massa. Ghada Sasa la definisce una “intifada della terra”. E così, ogni volta che alzate la voce, che reagite, fate parte della lotta per sradicare questi invasori che persino la terra rifiuta. State offrendo una testimonianza, una dichiarazione di impatto della vittima, insistendo sulla libertà di narrare, accusare, denunciare. State insistendo sul fatto che la liberazione arriva quando ogni parte del nostro insieme insiste sul diritto di vivere selvaggia, senza essere messa a tacere, senza controllo, senza disciplina.
Non siamo i primi
Se posso offrire qualcosa da questo mosaico è ricordare che non siamo i primi. «Pensi che il tuo dolore e la tua sofferenza siano senza precedenti nella storia del mondo», disse il grande romanziere afroamericano James Baldwin, «ma poi leggi. Sono stati i libri a insegnarmi che le cose che mi tormentavano di più erano proprio quelle che mi legavano a tutte le persone che erano vive, che erano mai state vive».
Il gaslighting [manipolazione psicologica] va avanti da oltre 100 anni. Leila Khaled, una rifugiata della Nakba, era spietata nei confronti di coloro che sostenevano che “la gente di Haifa avesse lasciato la propria città volontariamente”. “Le azioni sioniste”, scrisse dal suo campo in Libano, dopo aver catalogato i crimini della Nakba, “erano più eloquenti delle parole sioniste”.
Voglio stamparlo su volantini e farlo piovere su ogni sede parlamentare, ogni luogo di lavoro, ogni redazione.
Da 100 anni ci manipolano sul sionismo – come identità, autodeterminazione, socialismo, libertà – e noi ripetiamo, da 100 anni, che se hai uno stivale chiodato d’acciaio sul mio collo e insisti che sia una pantofola di seta, la tua definizione non va presa sul serio.
Ogni generazione riceve il testimone della liberazione solo per un breve istante. Scrivendo del primo martire della Palestina, lo sceicco Izz al-Din al-Qassam, Leila Khaled rifletteva nella sua autobiografia del 1973: “La sua generazione ha iniziato la rivoluzione; la mia generazione intende portarla a termine.” Questo è tutto il mantra di cui abbiamo bisogno. Trovate i vostri eroi, ereditate il loro coraggio, continuate la loro lotta rivoluzionaria nel corso della vostra vita. Perché ogni generazione mobilita la propria volontà e i propri sforzi per portare avanti la nostra lotta nel tempo che le è stato concesso. Questa non è una romanticizzazione. Non siamo mai stati così vicini alla liberazione proprio perché non siamo mai stati così vicini all’annientamento: questa è la verità devastante.
Se il genocidio è definito da atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, allora la resistenza al genocidio è definita da atti commessi con l’intento di opporsi e resistere, in tutto o in parte. Ecco perché ogni piccolo atto di resistenza conta. Stiamo raccogliendo i frammenti e le parti della nostra resistenza, avvicinandoli fino a formare un tutto.
È in questi frammenti – nelle parti, nei cocci, nelle piccole insistenze di vita e dignità – che deve essere riposta la speranza, e dove devono essere sostenute la nostra giusta rabbia, la nostra azione e la nostra energia.
Randa Abdel-Fattah è Future Fellow presso il Dipartimento di Sociologia della Macquarie University, Sydney, Australia. Le sue aree di ricerca riguardano la Palestina, l’islamofobia, la razza, la guerra al terrorismo e l’attivismo dei movimenti sociali. La dottoressa Abdel-Fattah è anche una delle più importanti sostenitrici della causa palestinese in Australia, ex avvocata civilista e autrice pluripremiata di 12 libri pubblicati in oltre 20 paesi e tradotti in più di 15 lingue.
Traduzione a cura di AssopacePalestina
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