di Andrea Siccardo,
Altreconomia, 24 marzo 2026.
Dopo aver minacciato querele nei confronti di organizzazioni come ReCommon che ne avevano anticipato il passo indietro, il colosso fossile italiano si è ritirato dal progetto di ricerca di risorse fossili nel tratto di mare antistante la Striscia di Gaza, lanciato a fine ottobre 2023. Una decisione comunicata in sordina al ministero dell’Energia di Tel Aviv.

ENI non parteciperà all’esplorazione e all’eventuale sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque palestinesi. Lo ha riportato il 22 marzo 2026 il quotidiano economico israeliano Globes sostenendo che l’azienda fossile italiana sarebbe uscita dal consorzio composto anche dalla israeliana Ratio energies e dall’inglese Dana petroleum. Nella nota che Ratio energies ha inviato il 20 marzo 2026 alla Borsa di Tel Aviv si legge infatti che “nell’ottobre 2025 ENI, che avrebbe dovuto fungere da operatore per le licenze, ha notificato al commissario per il petrolio del ministero dell’Energia (di Tel Aviv, ndr) la sua decisione di ritirarsi”. Notizia confermata il 24 marzo da parte della stessa azienda. “ENI conferma il suo ritiro dal consorzio aggiudicatario del ‘Blocco G’ deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream e prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione”, spiegano dall’ufficio stampa ad Altreconomia.
Ripercorriamo brevemente le tappe della vicenda. Il 29 ottobre 2023, a meno di un mese dall’inizio dei bombardamenti di Israele su Gaza in risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre, il ministero dell’Energia israeliano indice una gara d’appalto per l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti di gas al largo della Striscia. Ad aggiudicarsi questi contratti sono due consorzi: il primo composto da NewMed energy, dalla società azera Socar e da British petroleum, il secondo invece comprende Dana petroleum (una filiale della South Korean National Petroleum Company), l’israeliana Ratio petroleum e appunto ENI.
L’assegnazione di queste licenze provoca critiche in quanto una parte dei territori assegnati sono compresi nelle acque palestinesi. In particolare, nel cosiddetto “Blocco G” che si trova per il 62% della sua estensione all’interno della zona economica palestinese. Per questo, a inizio febbraio 2024, le organizzazioni per i diritti umani Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestine Center for Human Rights inviano una diffida, tramite lo studio legale statunitense Foley Hoag, alle tre aziende coinvolte nel progetto. Dove si chiede di “desistere dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree del ‘Blocco G’ che ricadono nelle aree marittime dello Stato di Palestina” in quanto queste attività risulterebbero in una violazione del diritto internazionale.
Tuttavia le attività sul campo non sono proseguite. Se NewMed e i suoi partner hanno ottenuto ufficialmente la licenza e hanno avviato le attività di prospezione nel marzo 2025, “Ratio è rimasta indietro a causa delle riserve espresse da ENI riguardo alla situazione della sicurezza”, si legge nell’articolo del Globes. La disputa si è risolta a ottobre 2025 quando ENI ha comunicato al ministero israeliano dell’Energia la scelta di ritirarsi dal consorzio. Questa decisione, sostiene Ratio, è stata comunicata tardivamente alla borsa di Tel Aviv in quanto l’azienda israeliana intendeva raggiungere un accordo con Dana petroleum affinché quest’ultima fungesse da operatore del giacimento di gas, qualora ne venisse individuato uno. “Il raggiungimento di un accordo sulla ripartizione delle quote nella partnership tra Ratio e Dana potrebbe richiedere tempo, poiché l’attenzione della dirigenza della Korea National Oil Corporation è attualmente concentrata sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita la maggior parte delle forniture petrolifere della Corea”, riporta sempre il quotidiano israeliano.
La notizia del ritiro di ENI è stata salutata con favore da parte di organizzazioni ambientaliste e della società civile. “Accogliamo con piacere l’uscita ufficiale di ENI dal consorzio che a ottobre 2023 si era aggiudicato le licenze di esplorazione di gas nelle acque palestinesi”, commenta ad Altreconomia Eva Pastorelli, campaigner di ReCommon. “Alla luce di questa conferma, a cui ReCommon aveva dato risalto già nel dicembre 2025, stona la diffida e la minaccia di un’azione legale da parte di ENI nei nostri confronti, proprio per aver seguito questa vicenda sin dai suoi albori. Ora la comunicazione ufficiale di ENI sembra mettere una parola definitiva sulla questione”.
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Riceviamo dall’ufficio stampa di ENI e pubblichiamo, chiarendo che nell’articolo sopra riportato non vi è alcun riferimento alla licenza “Gaza Marine” evocata dalla società.
“ENI non è coinvolta nella licenza Gaza Marine. ENI, in consorzio con i suoi partner, ha partecipato a una gara internazionale lanciata dal ministero dell’Energia israeliano nel dicembre 2022 per l’assegnazione di licenze di esplorazione offshore; le offerte si sono chiuse il 16 luglio 2023. Il 29 ottobre 2023, ENI è stata assegnataria del blocco di esplorazione G e, ad oggi, non è stata ancora emessa alcuna licenza e non sono in corso attività nell’area. Il blocco G non è collegato a Gaza Marine ed è situato a più di 100 km di distanza da quest’ultimo. ENI opera sempre in conformità con la legge internazionale e le migliori pratiche di sicurezza”.