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Leila Shahid

Diplomatica, prima donna ambasciatrice per la Palestina

di Okta Film

Okta Film, 10 marzo 2026,  

Leila Shahid

Il 30 settembre 2025 abbiamo realizzato in Francia la Prova d’ascolto n. 7 con Leila Shahid, prima donna ambasciatrice per la Palestina.
Leila Shahid, nata a Beirut nel 1949, membro dell’influente famiglia Husayni di Gerusalemme, è stata la prima donna ambasciatrice della Palestina. Ha studiato antropologia all’Università Americana di Beirut. Ha poi lavorato nei campi profughi palestinesi fino al 1974, quando ha iniziato il dottorato in Antropologia a Parigi.
Shahid è stata rappresentante ufficiale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in Irlanda dal 1989, nei Paesi Bassi nel 1990 e successivamente dell’Autorità Nazionale Palestinese a Parigi, in Francia, per tredici anni a partire dal 1993.
Dal 2006 al 2015 è stata Delegata Generale della Palestina presso l’Unione Europea, il Belgio e il Lussemburgo.
Leila Shahid è mancata il 18 febbraio 2026 nella sua casa nel sud della Francia.

Nel libro “Palestinesi” (trad. di Marco Dotti, edito da il Saggiatore, Milano 2024) è raccolta la riproduzione integrale della conversazione tra Jean Genet, Leila Shahid e il giornalista radiofonico Rüdiger Wischenbart, a Vienna, il 6 e 7 dicembre 1983. Jean Genet e Leila Shahid si erano recati in Austria per raccontare i massacri di Sabra e Chatila del 1982, in Libano, di cui erano stati testimoni. Jean Genet accettò di essere intervistato con Leila Shahid a patto che le domande avessero come oggetto solo i palestinesi.

LEILA SHAHID. Frammenti dalla sua conversazione

Il reciproco riconoscimento è una falsa questione. A che cosa serve che gli israeliani dicano di riconoscere l’OLP se dei soldati che sono per la maggior parte dei riservisti e quindi, nella vita di ogni giorno, sono medici, professori, studenti, calzolai, elettricisti – quando, mobilitati nell’esercito, sono stati alle porte di Sabra e Shatila e guardavano il campo e hanno visto – e l’hanno ammesso nel rapporto Kahan – hanno visto donne, bambini assassinati davanti a loro. Non hanno reagito! Neppure nei confronti dei bambini! Considerano gli uomini come nemici, perché, almeno potenzialmente, sono dei combattenti. Ma nessun soldato si è rivolto istintivamente verso un bambino per proteggerlo, gridando ai carnefici «è un bambino, non ammazzatelo!». Neppure uno! Nel migliore dei casi, i soldati se ne sono andati a trovare i propri superiori, nel quartier generale di fronte al campo.
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Sì, nel migliore dei casi uno o due saranno andati a dire agli ufficiali: succede qualcosa nel campo. E l’ufficiale gli ha risposto di non impicciarsi, che il fatto non li riguardava. E loro hanno obbedito.
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Perché? La risposta è che dal 1948 al 1982 l’intera politica sionista è stata fondata sul non riconoscimento dell’esistenza di qualcosa che si chiama «essere umano palestinese». Quando Begin afferma: «Sono bestie a due zampe», non è solo Begin a dirlo. È la maggioranza della popolazione israeliana a livello conscio o inconscio. Perché se avessero accettato l’idea che si trattava di uomini come loro, non avrebbero potuto non reagire. Ce ne sarebbe stato uno, almeno, che avrebbe reagito.
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Nel rapporto della Commissione Kahan, un soldato ha raccontato come ha vomitato quando un falangista che aveva preso un bambino proprio davanti agli occhi di un israeliano gli ha detto «lo porto all’ospedale», l’ha preso e l’ha squartato. E questo soldato ha detto «ho vomitato». Ma vomitare non è un atto. Per me il vero riconoscimento è quello che viene dall’individuo e che fa sì che tu non sia più pronto ad accettare che si faccia a un essere umano palestinese ciò che non sarebbe mai fatto a un essere umano ebreo o cristiano, israeliano o occidentale. Questo è un riconoscimento reale. Ma se il riconoscimento si limita a un trattato firmato alle Nazioni Unite non ha grande valore. In Occidente, si è fatta una gran cosa della Commissione Kahan e delle manifestazioni di quattrocentomila persone a Tel Aviv, che rivendicavano una commissione d’inchiesta dopo i massacri di Sabra e Shatila, manifestazioni organizzate da Peace Now. E ogni occasione è buona per ricordarci che questa è la prova della democrazia israeliana. A mio parere – e sono d’accordo con Jean [Genet] – manifestazione e rapporto fanno entrambi parte del massacro.
È quasi la messa in scena di una rappresentazione teatrale il cui soggetto è il massacro, ma il copione sono il resoconto di Kahan e la manifestazione. Non che io metta in dubbio la buona fede dei manifestanti, ma voglio dire che una volta fatta la manifestazione, il cittadino israeliano si è sentito il cuore tranquillo. Il suo esercito, non bisogna dimenticarlo, è costituito in maggior parte di riservisti, quindi di cittadini – non si può dire che l’esercito non li riguarda, perché ciascuno è potenzialmente l’esercito, potenzialmente soldato –, l’esercito ha compiuto un massacro, io ho manifestato, e che non mi si secchi, ho fatto il mio dovere. Ma ho manifestato per un’ora. E questo ti ha dato il privilegio di chiamarti cittadino di una grande democrazia, per il solo fatto di aver manifestato. E l’indomani si continuano ad annettere territori, a espellerne gli abitanti, a distruggere le abitazioni, a torturare persone nelle galere israeliane, a non considerare i cinquemila prigionieri politici di Ansar come prigionieri di guerra. E tu, che cosa fai nel frattempo? Tu non fai niente. La tua coscienza è tranquilla. Hai manifestato, e non fai più niente adesso.

Nello stesso volume è raccolto il testo drammatico e poetico “Quattro ore a Chatila”, con cui Jean Genet ritrova la scrittura, da anni smarrita, per raccontare i due giorni di massacri di civili dei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila (16-18 settembre 1982) per mano delle milizie falangiste con la complicità dell’esercito israeliano.

Scrittore, drammaturgo e poeta, Jean Genet (Parigi 1910 – 1986) fu grande amico di Leila Shahid. A poche ore dalla sua scomparsa, il dattiloscritto del suo capolavoro postumo “Un captif amourex”, ancora inedito in Italia, fu affidato a Leila Shahid.

Mettere tutte le immagini del linguaggio al riparo e servirsene,
poiché si trovano nel deserto in cui vanno cercate… Jean Genet

Questa frase l’ho letta quando il suo amico Jacky mi ha dato il manoscritto. E Jacky, che conosceva Genet perfettamente e lo aveva lasciato la sera prima per non doverlo mai più rivedere, mi disse: «Strano, questa nota scritta a mano ieri non c’era». Guardai. Anche nei caratteri, nel bianco della pagina, c’era la tensione febbrile, il tremito della mano di Jean che stava per morire e aveva bisogno di mettere in esergo al Captif queste poche righe. Le avrò lette mille volte cercando di attraversare il muro della morte che ci separa e chiedendomi: Che cosa ha voluto dire? Leila Shahid

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