di Fabio Ancora,
Quello che resta, 8 marzo 2026.
L’archeologia come dispositivo di potere
C’è uno strumento più potente dei missili con cui Israele può superare in profondità il più remoto dei bunker di Teheran. Un’arma che pur non essendo guidata da innovativi sistemi di intelligenza artificiale come Lavender o Gospel sperimentati a Gaza e riproposti oggi in Iran, scandisce con precisione algoritmica la superiorità dell’oppressore sull’oppresso. Non è fatta di acciaio, non contiene uranio, non distrugge interi quartieri residenziali. Eppure può essere letale quanto una bomba sganciata su dei civili. Diversamente dalla guerra convenzionale che ha un inizio ma anche una fine (si spera), il suo intento è quello di instaurare un nuovo regime di verità.
Questo strumento è l’archeologia. Lo stato di Israele lo utilizza sin dalla sua nascita per occupare, ben oltre la superficie dei territori occupati, l’intera stratigrafia della Palestina storica. Foucault lo chiamerebbe un dispositivo di sapere-potere, una pratica di conoscenza che lungi dall’essere innocente e oggettiva, ambisce a fondare una nuova verità storica. Eyal Weizman, architetto e storico israeliano, l’ha definita politica della verticalità: ossia la capacità di Israele di controllare oltre la superficie lo spazio aereo, le falde acquifere sotterrane, le infrastrutture e il sottosuolo con il relativo patrimonio archeologico sedimentato.
Attraverso l’archeologia Israele ha esteso il suo schiacciante predominio spaziale ad una sfera storico-culturale: i villaggi palestinesi preesistenti all’occupazione furono considerati come un velo superficiale al di sotto del quale giaceva la più antica storia del popolo ebraico. Così molti villaggi e insediamenti israeliani furono costruiti sopra siti che si riteneva custodissero tracce di un passato ebraico, spesso adottandone i nomi biblici. A essere privilegiati furono gli strati più profondi associati alla narrazione biblica. Gli strati superiori relativi ai periodi musulmani e ottomani sono stati spesso considerati irrilevanti e lasciati deteriorare.
Uno dei casi più emblematici è il sito archeologico di Sebastia, a pochi chilometri da Nablus, in Cisgiordania, uno dei luoghi in cui si palesa con evidenza la strumentalizzazione politica dell’archeologia. Corrispondente a Samaria, la capitale del Regno del Nord di Israele (IX sec. a.C.), Sebastia fu ricostruita da Erode il Grande in onore di Augusto. Nei primi anni del Duemila il sito è stato valorizzato grazie al lavoro dell’archeologo francescano Padre Michele Piccirillo e oggi ospita rovine romane, bizantine e la presunta tomba di San Giovanni Battista. Nonostante si trovi nel cuore della Cisgiordania l’autorità palestinese non ha giurisdizione sugli scavi: qualsiasi attività di ricerca deve passare per l’approvazione dell’amministrazione militare israeliana. Accanto al sito archeologico si trova il villaggio palestinese di Sebastia a cui però sono preclusi la gestione del sito e l’accesso ai proventi turistici. A fine 2025, le autorità israeliane hanno emesso ordini di esproprio su circa 1.800 ettari, tra uliveti, case e siti archeologici.
Secondo Pro Terra Sancta “tra gli spazi oggi minacciati dalla confisca c’è anche la piccola casa con giardino dove, insieme al Mosaic Centre, è stata realizzata la parte accessibile della guesthouse di Sebastia. Questa struttura nasce dal recupero di antiche case e ambienti medievali riportati alla luce nel cuore del villaggio grazie a oltre quindici anni di lavori di restauro, che hanno permesso di riscoprire una cappella del XII secolo, stanze della fortezza e altri edifici crociati, mamelucchi e ottomani”.
La stratigrafia del suolo si è così trasformata in una stratigrafia politica. Per questa idea di archeologia scavare non significava soltanto conoscere il passato. Significava selezionarlo. In una terra in cui la legittimità politica si fonda sull’antichità della presenza, l’archeologia diventa il mezzo più potente per dimostrare la continuità storica di un unico popolo. Ogni regime di potere produce il proprio regime di verità. Ogni verità si rivela come il prodotto di una narrazione che affonda e inchioda la propria coerenza su un’arché (principio) inconfutabile. La storia come stratificazione e contaminazione di civiltà, idee, popoli cede il posto al dogma di una purezza irreale e distopica che abbandona ogni cautela di storicità per legittimare l’etnonazionalismo e perpetuare l’occupazione.


