Tra difficoltà di crescita e resilienza
Psicologa, Psicoterapeuta. AssopacePalestina Milano
24 febbraio 2026.
Non solo i bambini di Gaza, vittime di uno sterminio vero e proprio da parte dell’esercito israeliano, ma anche i bambini dei campi profughi in Cisgiordania, vittime di un’occupazione brutale, devono affrontare nella loro crescita numerose sfide a causa della violenza e dell’insicurezza a cui sono esposti, dalla perdita o incarcerazione di genitori e familiari, alle condizioni di estrema povertà sociale, sanitaria ed educativa.
Medici Senza Frontiere ed organizzazioni palestinesi per la salute mentale hanno osservato, per esempio, come le varie forme di prevaricazioni ed umiliazioni che colpiscono quotidianamente i bambini spesso determinino disturbi post-traumatici da stress ed altre reazioni d’ansia o depressione che facilmente comportano conseguenze anche sullo sviluppo e la vita adulta.
Vedere i loro genitori derisi, maltrattati, arrestati, le case demolite, vivere la mancanza di acqua potabile e corrente, la difficoltà degli spostamenti a causa dei controlli ai checkpoint rappresentano per loro traumi quotidiani. Per non parlare degli arresti quando vengono prelevati all’improvviso, sia di notte che di giorno, e senza spiegazioni, chiusi in carcere e sottoposti a maltrattamenti e abusi per essere indotti a confessare. Un’esperienza terrorizzante.
Talvolta la notte si trasforma in un incubo. I raid notturni delle Forze di Difesa Israeliane possono colpire qualunque casa sia sospettata di nascondere armi, lanciatori di sassi, membri della resistenza. E spesso anche i bambini, svegliati di soprassalto insieme ai loro famigliari, vengono interrogati da soldati minacciosi.
I bambini sono, in tal modo, esposti ad esperienze traumatiche e riportano conseguenze psicologiche durature che, a volte, modellano i loro atteggiamenti per tutta la vita. Frank Roni, uno specialista di protezione dei bambini per l’UNICEF, parla di un “trauma intergenerazionale” nel vivere sotto occupazione, in cui il conflitto in corso, il deterioramento dell’economia e dell’ambiente sociale, l’aumento della violenza impattano pesantemente sui bambini che si formano una mentalità di ghetto e perdono la speranza per il futuro.
I bambini e gli adolescenti sviluppano particolari sintomi di disagio psicologico, come bagnare il letto, incubi, difficoltà di apprendimento, problemi di concentrazione e di memoria e, di conseguenza, fallimento scolastico, o anche un comportamento aggressivo.
Per i bambini palestinesi si parla quindi di traumi acuti, cronici ed estremi (secondo una definizione di Becker, 1995, applicabile al contesto dei campi profughi), a seconda dell’intensità, la durata e l’interdipendenza fra la dimensione psicologica individuale e quella sociale, che minano alla radice l’identità individuale e sociale delle persone (G. Veronese et al. 2010).
A questo punto ci si chiede come fanno i bambini palestinesi a far fronte psicologicamente all’impatto di simili eventi traumatici e a crescere. Ci viene in aiuto il concetto di resilienza e fattori protettivi.
Guido Veronese e Federica Cavazzoni (dell’Università Bicocca), in un intervento sul teatro come forma di resistenza in bambini e adolescenti in Palestina, hanno affermato che “la responsività degli adulti agli eventi critici contribuisce a determinare alcune delle forme di aggiustamento positivo dei bambini agli eventi traumatici e a favorire fenomeni di resilienza nelle condizioni ad alto rischio. Supporto sociale, legami parentali di natura emozionale e fiducia nelle risorse familiari sono considerati fattori essenziali nel regolare la resilienza contro lo stress traumatico (Qouta, Punamaki, El-Sarraj, 2001)”.
Se si affronta infatti la questione della resilienza in un’ottica di sistema, non si può non notare come l’impatto di un evento o esperienza stressante, ossia l’esperienza soggettiva, sia mediata dal contesto circostante.
In questo senso, soprattutto in situazione di conflitto politico sono significativi, oltre alle caratteristiche individuali, anche la qualità del parenting, ossia la capacità di fronteggiare la situazione da parte delle figure di accudimento, nonché l’abilità del sistema culturale, sociale e politico di adottare qualche forma di adattamento al conflitto.
Gli stessi autori di cui sopra, affermano l’importanza di elaborare l’esperienza traumatica all’interno di un discorso del contesto sociale che promuove resistenza e opposizione alle ingiustizie subite nella propria comunità, in modo che il bambino possa trovare quella forza psico-emotiva che gli consenta di contrastare vissuti di impotenza e disadattamento tipici dei traumi continuati e cumulati.
“Nel contesto palestinese più ricerche hanno dimostrato come essere attivamente coinvolti in una qualche forma di resistenza popolare e civica riduca il rischio di morbilità psichiatrica e di sviluppo di patologie” (Veronese et al., 2017; Barber et al., 2014).
Ma, nello stesso tempo, è importante, come afferma ancora Veronese, promuovere interventi atti a potenziare le dimensioni del benessere soggettivo dei bambini ed a riattivare meccanismi di adattamento come, ad esempio, in campo psicologico e delle terapie espressive, con il disegno espressivo, la drammatizzazione, l’arteterapia, i racconti metaforici; in campo scolastico con un maggior accesso alla scolarizzazione; in campo sportivo-ricreativo-artistico con l’offerta ai bambini di attività che diano loro un senso di normalità, speranza, dignità e integrazione.
Ecco perché diventa così importante per AssopacePalestina promuovere progetti come il Summer e il Winter Camp e The Sound of Resistance, che ben rispondono ad alcuni dei suddetti obiettivi e requisiti e si propongono di fornire una valida alternativa alla rabbia e all’odio oltre che al vuoto di opportunità.
