In che modo una protesta palestinese a Tel Aviv ha messo in luce i limiti della solidarietà israeliana

di Samah Watad

+972 Magazine, 4 febbraio 2026.  

Una manifestazione di massa contro la criminalità organizzata ha dimostrato che la sofferenza dei palestinesi può essere riconosciuta, purché sia privata di qualsiasi significato politico.

Cittadini palestinesi ed ebrei di Israele partecipano a una protesta contro l’aumento dei crimini violenti nella società palestinese. Tel Aviv, 31 gennaio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90)

Una ragazza mi ha fermato mentre stavo filmando e mi ha detto, quasi casualmente: “Perché parli di palestinesi? La maggior parte delle persone qui non si identifica come palestinese”.

Eravamo nel centro di Tel Aviv sabato sera, durante una delle più grandi proteste che i cittadini palestinesi di Israele abbiano organizzato negli ultimi tempi: una manifestazione di massa – descritta dai commentatori locali come «storica» – contro la criminalità organizzata che sta devastando le nostre comunità nell’impunità più totale. Decine di migliaia di persone (gli organizzatori ne hanno stimate fino a 100.000) erano venute per rivendicare il diritto più fondamentale e urgente: quello di vivere senza paura. 

Eppure, in quel momento, è emersa la contraddizione centrale della protesta. Anche qui, in una marcia contro il nostro pericolo di morte e l’abbandono da parte del governo, definirci palestinesi sembrava disturbante, qualcosa che doveva essere corretto.

La gente aveva guidato per ore dalla Galilea nel nord e dal Naqab nel sud per far sentire la propria voce nel cuore della metropoli israeliana. Era venuta con la consapevolezza che questo governo preferisce guardare i palestinesi uccidersi a vicenda piuttosto che assumersi la responsabilità di smantellare le reti criminali che operano liberamente nelle nostre città.

La presenza di famiglie in lutto ha reso impossibile ignorare questa indifferenza, almeno per chi era presente. Si trattava di genitori, fratelli e figli le cui vite erano state distrutte dalla violenza, che avevano comunque scelto di presentarsi in pubblico e chiedere che fossero accertate le responsabilità.

Cittadini palestinesi ed ebrei di Israele partecipano a una protesta contro l’aumento dei crimini violenti nella società palestinese. Tel Aviv, 31 gennaio 2026. (Avshalom Sassoni/Flash90)

Tra loro c’era Khitam Abu Fanni, madre di Firas Abu Fanni, ucciso lo scorso settembre all’età di 29 anni, lasciando una moglie e un bambino di sette mesi. In piedi sul palco, ha parlato tra le lacrime: “Firas era il mio primogenito. Era il mio pilastro. Aveva così tanti sogni”. Ogni volta che ripeteva la sua richiesta – trovare l’assassino di suo figlio, ottenere giustizia – la folla rimaneva in silenzio di fronte al suo dolore straziante.

Lì vicino, una ragazzina teneva in mano una fotografia di suo fratello. Sopra c’era scritto: “Il sangue di mio fratello non è a buon mercato”. Intorno a lei, migliaia di persone cantavano contro la violenza, contro l’abbandono, contro una realtà in cui la morte dei palestinesi è diventata normale. La protesta era travolgente per la sua portata e il suo dolore: un rifiuto collettivo di accettare un sistema che tratta le nostre vite come sacrificabili.

Eppure, nonostante la portata della manifestazione e la notevole presenza di ben 20.000 ebrei israeliani (secondo gli organizzatori), essa è stata appena menzionata dai principali media israeliani. I principali organi di informazione del paese hanno ridotto l’evento a brevi tratti sprezzanti. 

Channel 12, la rete più seguita di Israele, ha dedicato meno di un minuto alla protesta nella sua edizione del sabato sera. Durante un’intervista con il deputato della Lista Araba Unita Mansour Abbas, il commentatore di estrema destra Amit Segal ha rapidamente spostato la discussione dalla protesta stessa alle manovre politiche.

Questa cancellazione dell’evento dice poco sulla protesta e molto sull’ecosistema mediatico stesso. Per anni, i media israeliani hanno ignorato la crisi della criminalità organizzata nelle comunità palestinesi o l’hanno inquadrata come un “problema culturale”, rafforzando le narrazioni razziste che descrivono i palestinesi come intrinsecamente violenti piuttosto che sistematicamente trascurati dalle autorità. L’inerzia della polizia, l’abbandono da parte dello stato e il libero operare delle reti criminali sono trattati come rumore di fondo, ammesso che vengano riconosciuti. 

Cittadini palestinesi ed ebrei di Israele partecipano a una protesta contro l’aumento dei crimini violenti nella società palestinese. Tel Aviv, 31 gennaio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90)

Una protesta svuotata

Tuttavia, le critiche sono arrivate anche dall’interno della società palestinese, con molti attivisti profondamente delusi da quella che hanno descritto come la vacuità visiva e politica della protesta.

Temendo che alcuni partiti e movimenti politici potessero cercare di monopolizzare il raduno e utilizzarlo per promuovere i propri fini piuttosto che mantenere l’attenzione sul problema urgente in questione, gli organizzatori avevano esplicitamente richiesto di non indossare simboli di partito o magliette di movimenti. Ma hanno anche chiesto di non esporre bandiere palestinesi, nemmeno quella con il cocomero, un simbolo spesso abbastanza sottile da sfuggire alla censura israeliana. Tuttavia, mentre i simboli palestinesi sono stati accuratamente esclusi, alcuni partecipanti ebrei israeliani sono arrivati con bandiere israeliane, apparentemente ignari (o indifferenti) alla sensibilità di coloro le cui comunità stanno sanguinando.

Come ha sostenuto il giornalista Mustafa Qablawi in un popolare post su Instagram, questa assenza ha svuotato la protesta. I palestinesi non vengono uccisi nel vuoto: la violenza è radicata in una realtà politica plasmata dalla discriminazione, dai fallimenti cronici delle forze dell’ordine e dall’incuria dello stato. Privare la protesta dell’identità palestinese significa privarla della sua vera essenza.

Anche prima della protesta, avevo messo in discussione la sua ubicazione. Perché Tel Aviv? Quando ho chiesto ad alcuni degli organizzatori, la loro risposta è stata pragmatica: Tel Aviv avrebbe “attirato l’attenzione degli israeliani”, hanno detto. Ma oltre a sacrificare la possibilità di rafforzare le nostre città e i nostri villaggi come spazi di organizzazione politica, Tel Aviv è anche la città in cui molti palestinesi spesso si sentono politicamente invisibili, un luogo che si presenta come pluralistico e liberale, ma che inevitabilmente fallisce nel soddisfare i propri standard.

Decine di migliaia di israeliani partecipano a una protesta contro l’aumento dei crimini violenti nella società palestinese. Tel Aviv, 31 gennaio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90)

Durante la protesta, mi è diventato sempre più chiaro che protestare a Tel Aviv come palestinese comporta una condizione tacita: il compromesso. Alzare una bandiera palestinese è considerato troppo controverso, tanto da alienare gli israeliani “di centro-sinistra” che vogliono “sostenere gli arabi” e da invitare la repressione della polizia, cosa che abbiamo visto ripetutamente nelle proteste guidate dai palestinesi ad Haifa, Nazareth e Umm Al-Fahm.

Questa volta, gli organizzatori hanno rispettato questi vincoli, senza ricevere nulla in cambio. Nessuna copertura mediatica significativa. Nessuna risposta politica. Nessuna protezione. Gli omicidi sono continuati lo stesso giorno e nei giorni successivi, portando il bilancio delle vittime della criminalità organizzata quest’anno a più di 30.

Il prezzo del compromesso

Prima di partecipare alla protesta di sabato, ero scettica, ma ho pensato che forse la leadership vedeva qualcosa che io non vedevo. Forse era il momento di mobilitarsi, non di analizzare troppo. Ma due incontri alla manifestazione hanno solo rafforzato la mia sensazione che qualcosa non andasse.

In primo luogo, due donne ebree israeliane si sono avvicinate a me e a un mio amico e ci hanno detto che erano lì per sostenere gli “arabi” e il loro diritto a non essere uccisi dalle bande criminali. Quasi senza soluzione di continuità, hanno aggiunto che speravano che votassimo per i Democratici, il partito sionista di centro-sinistra guidato dall’ex generale dell’esercito Yair Golan. La facilità con cui il dolore palestinese è stato inserito nella campagna elettorale era sconcertante, a ricordarci che anche gli israeliani che vengono a protestare per noi spesso faticano a vederci al di là della nostra utilità demografica o politica, figuriamoci come palestinesi.

Un pupazzo caricaturale del primo ministro Benjamin Netanyahu durante una protesta contro l’aumento dei crimini violenti nella società palestinese. Tel Aviv, 31 gennaio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90)

Prima di andarmene, ho girato un breve video in inglese, dicendo: “Più di 50.000 palestinesi si sono riuniti oggi nel centro di Tel Aviv”. Un uomo mi ha interrotto: “Hai dimenticato di dire che anche gli ebrei israeliani sono qui a protestare con voi”. Ho concordato e l’ho registrato di nuovo.

Poi, una giovane donna della mia età mi si è avvicinata. Sinceramente perplessa, mi ha chiesto: “Perché dici palestinesi? Non credo che la maggior parte delle persone qui si identifichi come palestinese”. “Come lo sai?”, le ho chiesto. “Vivo qui”, ha risposto con sicurezza. “Lo so”.

Probabilmente pensava che fossi una giornalista straniera; non le era venuto in mente che dei palestinesi potessero venire a Tel Aviv e insistere nel definirsi tali. E forse aveva ragione: non c’erano bandiere, simboli, riferimenti visivi. Come ha detto poi un mio amico, la protesta sembrava strana, quasi straniera.

Quella frase mi è rimasta impressa: “Perché dici palestinesi?” La verità è che definirci tali non è casuale. È il fulcro della nostra lotta.

Quando non riusciamo a riconoscere con disinvoltura la nostra identità nazionale durante una protesta contro la miseria delle nostre vite, viene alla luce qualcosa di molto più profondo, non solo sulla società israeliana, ma anche sui limiti imposti alla presenza, al dolore e all’immaginario politico dei palestinesi.

Samah Watad è una giornalista palestinese e ricercatrice investigativa con sede in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali.

https://www.972mag.com/tel-aviv-palestinian-society-crime-protest-solidarity

Traduzione a cura di AssopacePalestina

Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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