di Jonathan Cook,
Middle East Eye, 23 gennaio 2026.
Leader europei inetti come Starmer hanno permesso a Israele e agli Stati Uniti di violare il diritto internazionale a Gaza. Ora, di fronte alla Groenlandia e all’Ucraina, stanno soffrendo di una forte crisi di pentimento.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il “cessate il fuoco” di tre mesi a Gaza è stato un grande successo e ora vuole passare alla fase due del suo cosiddetto “piano di pace”.
Ma in cosa consiste questo successo? Da ottobre i soldati israeliani hanno ucciso più di 460 palestinesi, tra cui almeno 100 bambini.
Israele ha raso al suolo altri 2.500 edifici, gli ultimi dei pochi che erano ancora in piedi.
E nel mezzo di una catastrofe umanitaria causata da Israele attraverso il blocco di cibo, acqua, medicine e riparo, almeno otto bambini sono morti assiderati a causa del calo delle temperature invernali.
Segnando il passaggio alla nuova fase, venerdì scorso Trump ha annunciato la creazione di un “Board of Peace” (Consiglio di Pace) per determinare il futuro dell’enclave.
Il termine “pace” è usato qui esattamente nello stesso senso orwelliano di “cessate il fuoco”. Non si tratta di porre fine alle sofferenze di Gaza. Si tratta di creare un controllo narrativo in stile Grande Fratello, vendendo come “pace” la definitiva eradicazione della vita palestinese a Gaza.
Il percorso che si lascia intravedere è che, una volta disarmato Hamas, il Consiglio si occuperà della ricostruzione di Gaza.
L’ipotesi implicita è che la vita tornerà gradualmente alla normalità per i sopravvissuti al genocidio che Israele ha perpetrato per due anni, anche se nessun leader occidentale lo riconosce come genocidio, né si preoccupa di scoprire quanti palestinesi siano stati effettivamente uccisi nell’attacco.
Ma, come vedremo, la pace non è sicuramente l’obiettivo che il Consiglio intende raggiungere. Si tratta di un cinico esercizio di fumo negli occhi.
Il termine “Board” non solo allude alla preferenza di Trump per il linguaggio degli affari rispetto a quello della politica, ma anche alle opportunità commerciali che intende trarre dalla “trasformazione” di Gaza.
Il suo piano è quello di privare le Nazioni Unite – e quindi la comunità internazionale – di qualsiasi controllo sul destino di Gaza.
Siamo tornati all’epoca dei viceré. Il colonialismo è di nuovo in auge.
Topi da laboratorio
Il “Consiglio di Pace” di Trump ha ambizioni molto più grandi della semplice gestione della conquista di Gaza. In realtà, l’enclave e il suo futuro non sono nemmeno menzionati nel cosiddetto ‘Statuto’ del Consiglio inviato alle capitali nazionali.
In un invito trapelato al presidente dell’Argentina, Trump ha definito il Consiglio come un “nuovo approccio audace per risolvere i conflitti globali”.
Lo Statuto afferma che il Consiglio sarà “orientato verso i risultati” e avrà “il coraggio di discostarsi da approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”.
Alcuni di noi avvertono da tempo che Israele e Stati Uniti considerano i palestinesi come cavie da laboratorio, sia per testare armi e tecnologie di sorveglianza, sia per modificare le leggi sviluppate dopo la seconda guerra mondiale per proteggersi dal ritorno di ideologie fasciste, militariste ed espansionistiche.
L’importante struttura giuridica e umanitaria messa in atto nel dopoguerra comprendeva l’ONU e le sue varie istituzioni, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e la Corte Penale Internazionale (CPI).
Israele e Stati Uniti hanno messo a dura prova questo sistema fin dall’inizio del genocidio a Gaza, durato due anni, quando Israele ha bombardato a tappeto le case, le scuole, gli ospedali, gli edifici governativi e i panifici dell’enclave.
Il secondo mandato presidenziale di Trump ha accelerato questo programma.
“La guerra è pace”
Solo questo mese la Casa Bianca ha annunciato che gli Stati Uniti si ritireranno da 66 organizzazioni e trattati globali, circa la metà dei quali affiliati all’ONU.
Nel frattempo, i giudici e i pubblici ministeri della Corte Penale Internazionle (CPI) sono stati sottoposti a draconiane sanzioni statunitensi per aver emesso un mandato di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del suo ex ministro della difesa, Yoav Gallant. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che sta indagando su Israele per genocidio, sembra essere stata costretta al silenzio.
Il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte di Trump e la sua imminente conquista della Groenlandia sono prove sufficienti che il già disfunzionale “ordine internazionale basato sulle regole” è ormai in frantumi. Sia l’ONU che la NATO, la cosiddetta alleanza “difensiva” dell’Occidente, sono alle corde.
Il presidente degli Stati Uniti spera che il suo “Consiglio di Pace” sferri il colpo di grazia, soppiantando l’ONU e il sistema di diritto internazionale che l’ONU dovrebbe difendere.
La ricostruzione di Gaza potrebbe essere il suo primo compito, ma Trump ha aspirazioni molto più grandi.
Il Consiglio è al centro di un nuovo ordine mondiale che sta prendendo forma a immagine e somiglianza di Trump. I miliardari e i loro seguaci decideranno apertamente il destino delle nazioni deboli, basandosi sul puro istinto predatorio dell’élite al potere di fare soldi.
In una lettera arrogante inviata al primo ministro norvegese nel fine settimana, Trump ha comunicato, dopo essere stato scavalcato per il premio Nobel per la pace: “Non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace”. In tal caso, ci si potrebbe chiedere, qual è lo scopo di un “Consiglio di Pace”?
La risposta è che il momento di Orwell è davvero arrivato: “La guerra è pace”.
Portare a termine il lavoro
Trump, ovviamente, si è posto al vertice di questa nuova impresa commerciale imperiale, una versione aggiornata della Compagnia delle Indie Orientali, la gigantesca società militarizzata autorizzata dalla regina Elisabetta I d’Inghilterra che ha saccheggiato gran parte del globo per più di due secoli, seminando morte e miseria al suo passaggio.
In qualità di presidente, Trump seleziona personalmente gli altri membri: secondo quanto riferito, avrebbe mandato inviti a circa 60 leader nazionali. Può porre fine alla loro partecipazione ogni volta che lo ritiene opportuno. Decide quando il Consiglio si riunisce e di quali argomenti discute. Solo lui ha diritto di veto.
Il suo mandato come presidente, a quanto pare, potrebbe estendersi anche oltre il suo mandato come presidente degli Stati Uniti.
Ai membri viene concesso un mandato di tre anni. Un seggio permanente nel nuovo organo creato da Trump e alternativo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU può essere acquistato per 1 miliardo di dollari in “contanti”.
Il leader dell’estrema destra ungherese Viktor Orban è stato tra i primi a partire nella corsa all’adesione. Mercoledì 21 gennaio si è unito a lui Netanyahu. Tra gli altri partecipanti iniziali figurano gli Emirati Arabi Uniti, il Vietnam, l’Uzbekistan, il Kazakistan, il Marocco, la Bielorussia e l’Argentina.
Secondo quanto riportato, Vladimir Putin starebbe valutando la possibilità di partecipare al tavolo delle trattative.
L’importanza di questo fatto non è sfuggita alla comunità diplomatica. Uno ha dichiarato alla Reuters: “È una ‘Nazioni Unite di Trump’ che ignora i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite”.
Allo stesso modo, nel disperato tentativo di mantenere la sua linea, il ministero degli Esteri francese ha rilasciato una dichiarazione malinconica che “ribadisce l’attaccamento [della Francia] alla Carta delle Nazioni Unite”.
Ma il documento fondatore dell’ONU, con i suoi impegni formali di non aggressione, autodeterminazione, obblighi multilaterali e protezione dei diritti umani, è stato messo nel tritacarte della Casa Bianca.
I gangster non hanno tempo per le regole.
Per decenni Israele ha sognato questo momento: quello di abbattere con una palla da cannone l’ONU e le sue istituzioni giuridiche e umanitarie.
Con un numero record di risoluzioni dell’ONU contro il suo operato, Israele ritiene che l’organismo mondiale abbia troppo spesso limitato il suo margine di manovra. Ora spera che Trump lo liberi per portare a termine il suo piano a lungo accarezzato di sradicare il popolo palestinese dalla sua patria.
Come per festeggiare, martedì i bulldozer israeliani hanno invaso la Gerusalemme Est occupata per demolire gli edifici dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati che è stata la principale fonte di aiuti per la popolazione di Gaza.
L’UNRWA ha definito l’azione di Israele un “attacco senza precedenti” che “costituisce una grave violazione del diritto internazionale e dei privilegi e delle immunità delle Nazioni Unite”.
Non trattenete il respiro aspettando che il “Consiglio di Pace” sollevi qualche obiezione.
Decenni per ricostruire
L’emarginazione dell’ONU da parte di Trump significa che le valutazioni sulla realtà che Gaza deve affrontare, dopo due anni di campagna di distruzione genocida da parte di Israele, possono essere tranquillamente messe da parte.
Trump ha fissato un termine di cinque anni per la trasformazione di Gaza. Ma i conti semplicemente non tornano.
L’ONU ha avvertito che, anche se Israele interrompesse domani il suo blocco, ci vorrebbero decenni per ricostruire Gaza, praticamente da zero, per ospitare i suoi 2,1 milioni di abitanti sopravvissuti.
Secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nella migliore delle ipotesi potrebbero volerci sette anni per rimuovere circa 60 milioni di tonnellate di macerie. Altre indagini condotte dall’ONU suggeriscono un calendario più realistico di 20 anni, di cui 10 per rimuovere gli ordigni inesplosi.
Il braccio commerciale e di sviluppo dell’ONU avverte inoltre che Israele ha cancellato 70 anni di sviluppo umano a Gaza e distrutto quasi il 90% dei terreni coltivabili, provocando “il peggior crollo economico mai registrato”.
Le scuole, le università, gli ospedali, le biblioteche e gli uffici governativi di Gaza sono tutti scomparsi. E la cosiddetta “Linea Gialla” di Israele, che divide Gaza in due, ha annesso quasi il 60% di quello che era già un territorio minuscolo, uno dei più densamente popolati del pianeta.
Il fatto è che questi enormi ostacoli al ripristino di una vita a Gaza che si avvicini alla “modernità” sono appena accennati nel piano di pace di Trump. C’è una buona ragione per questo: al di là delle fanfare, il piano non ha nulla di sostanziale da dire sul benessere della popolazione di Gaza.
O, per dirla in modo più schietto, il piano di Trump per Gaza non si interessa alla popolazione di Gaza perché non prevede che essa rimanga ancora a lungo nell’enclave.
L’obiettivo appena velato di Israele negli ultimi due anni è stato quello di una pulizia etnica totale di Gaza. Il bombardamento a tappeto aveva lo scopo di rendere il territorio completamente inabitabile.
Il piano di Trump non è in contrasto con questa ambizione. Anzi, la integra. Il suo “Consiglio di Pace” è il mezzo per arrivare alla destinazione finale voluta da Israele.
Approfondire la complicità
La prima funzione pratica del “Consiglio di Pace” sarà quella di consolidare la complicità degli stati occidentali e arabi nella distruzione di Gaza da parte di Israele. Nessuno potrà sottrarsi alle proprie responsabilità per i successivi sviluppi.
Il vero potere decisionale, tuttavia, non risiederà nel Consiglio, ma in un organo esecutivo composto da sette figure vicine a Trump. Il “Consiglio di Pace” sarà presumibilmente chiamato ad approvare – e finanziare – qualsiasi decisione presa da quest’ultimo.
Questo “Comitato Esecutivo Fondatore”, così come il “Consiglio di Pace”, non avrà rappresentanti palestinesi.
I palestinesi saranno invece presenti solo in un comitato tecnocratico e di servizio, chiamato Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza. Esso supervisionerà, al posto di Hamas, l’amministrazione degli affari quotidiani nella cosiddetta Zona Rossa, dove la popolazione di Gaza è rinchiusa.
Infine, una “Forza Internazionale di Stabilizzazione”, una forza di pace delle Nazioni Unite rinnovate, sarà guidata da un maggiore generale statunitense e presumibilmente collaborerà strettamente con l’esercito genocida di Israele.
Anche supponendo che Trump abbia a cuore il benessere dei palestinesi – cosa che non è vera – nessuno di questi organismi potrà compiere progressi finché Israele non darà la sua approvazione.
Nel frattempo, il loro ruolo sarà quello di fornire una parvenza di legittimità all’ulteriore inazione, mentre altri sopravvissuti di Gaza moriranno a causa delle condizioni da età della pietra create per loro da Israele.
“Controversia immobiliare”
Da notare i tre veri detentori del potere nominati nel “Comitato Esecutivo Fondatore”: Jared Kushner, Steve Witkoff e Tony Blair. Il destino di Gaza è effettivamente nelle loro mani.
È stato Jared Kushner, genero di Trump e rampollo di una famiglia di imprenditori immobiliari, che nel lontano febbraio 2024 – molto prima che Trump entrasse in carica – ha definito il genocidio di Israele a Gaza come “una disputa immobiliare”.
Fu allora che Kushner lanciò per la prima volta pubblicamente l’idea di trasformare l’enclave in una proprietà “molto preziosa” sul lungomare, una volta che fosse stata “ripulita”.
Steve Witkoff, magnate immobiliare di New York e inviato speciale di Trump, ha trascorso lunghi mesi con Kushner – mentre Israele era impegnato a ripulire la Vecchia Gaza – lavorando a un prospetto di 40 pagine per la loro proposta di una Nuova Gaza.
A ottobre, nel programma televisivo statunitense 60 Minutes, il panico era impresso sul volto di Kushner quando Witkoff ha osservato che i due avevano lavorato a un “piano generale” per la ricostruzione di Gaza per due anni, molto prima che Gaza fosse rasa al suolo dall’esercito israeliano.
Ha aggiunto: “Jared ha insistito su questo”.
La gaffe di Witkoff ha suggerito che il team di Trump sapeva fin dall’inizio della campagna di bombardamenti israeliana che l’intenzione era quella di sradicare l’intera Gaza piuttosto che solo Hamas. Hanno quindi iniziato a lavorare su un piano aziendale per trarre profitto dalla carneficina.
Attraverso il cosiddetto GREAT Trust – un acronimo molto intelligente che sta per Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation (Ricostruzione, accelerazione economica e trasformazione di Gaza) – hanno ripensato l’enclave come una sfarzosa località balneare e un polo tecnologico in grado di generare miliardi di dollari di entrate annuali.
Un video surreale pubblicato da Trump sui social media quasi un anno fa ha dato un’idea iniziale di ciò che la coppia potrebbe avere in mente. Mostrava il presidente degli Stati Uniti e Netanyahu che sorseggiavano cocktail su sedie a sdraio in costume da bagno tra i grattacieli sul lungomare di Gaza, sottoposto a pulizia etnica.
La popolazione di Gaza – impoverita e malnutrita da decenni di isolamento e blocco, anche prima del genocidio – è vista come un ostacolo alla realizzazione del piano.
I palestinesi dell’enclave devono prima essere reinsediati altrove, a condizioni che non sono ancora chiare, apparentemente nemmeno a chi ha formulato il piano.
Adulare i dittatori
A far capolino nel Comitato Esecutivo, come una moneta falsa, c’è anche Tony Blair, l’ex primo ministro britannico che ha ingannato il Parlamento e l’opinione pubblica per sostenere l’adesione all’invasione illegale dell’Iraq da parte del presidente George W. Bush nel 2003.
La successiva, lunga e violenta occupazione guidata dagli Stati Uniti ha portato al collasso della società irachena, a una feroce guerra civile settaria, allo sviluppo di un vasto programma di tortura da parte degli Stati Uniti e alla morte di oltre un milione di iracheni.
Sembrano proprio le qualifiche di cui Trump ha bisogno: qualcuno che supervisioni il suo piano per Gaza.
La sua amministrazione sta quindi vendendo Blair come una persona affidabile, uno statista apparentemente esperto nel navigare il divario tra le richieste imperiose di Israele e le speranze disperate della leadership palestinese.
Le competenze di Blair, ci viene assicurato, saranno di fondamentale importanza quando il Comitato rivolgerà la sua attenzione alla ricostruzione di Gaza.
In realtà, l’ultima persona di cui Gaza ha bisogno è Blair, come lui stesso ha dimostrato durante i suoi disastrosi otto anni da inviato speciale in Medio Oriente, inserito a forza dagli Stati Uniti nel 2007 per conto di un organismo internazionale poco rimpianto e ormai defunto noto come il Quartetto.
All’epoca, la maggior parte degli osservatori pensava erroneamente che il mandato di Blair sarebbe stato quello di rilanciare un “processo di pace” moribondo tra Israele e i palestinesi.
Ma Blair ha evitato di esercitare qualsiasi pressione diplomatica su Israele ed è rimasto in silenzio su quello che allora era un blocco di Gaza appena istituito nel 2007, che ha rapidamente distrutto la sua economia e lasciato gran parte della sua popolazione indigente e malnutrita.
Accaparrarsi il gas di Gaza
Una delle battaglie chiave di Blair come inviato è stata quella di fare pressione su Israele – scavalcando i palestinesi – affinché consentisse a un consorzio guidato dai britannici per trivellare alla ricerca di gas naturale nelle acque territoriali di Gaza, dove è nota l’esistenza di grandi riserve.
Secondo alcuni rapporti, Blair cercò di convincere Israele ad approvare un accordo da 6 miliardi di dollari promettendo che il gasdotto sarebbe arrivato direttamente al porto israeliano di Ashkelon. Israele sarebbe stato l’unico cliente autorizzato ad acquistare il gas palestinese e avrebbe quindi potuto dettare il prezzo.
Israele, preferendo mantenere il suo controllo sul popolo di Gaza, rifiutò.
Blair ha affermato di aver promosso il progetto del gas di Gaza su richiesta dei palestinesi. Ma nemmeno la leadership palestinese dell’Autorità Palestinese, con sede in Cisgiordania, lo amava. Nel 2011 Nabil Shaath, allora uno dei consiglieri più fidati del leader palestinese Mahmoud Abbas, disse di Blair: “Ultimamente parla come un diplomatico israeliano, vendendo le loro politiche. Pertanto non è utile per noi”.
Un altro funzionario lo definì “un ostacolo alla realizzazione dello Stato palestinese”.
Come Blair, Trump non ha alcun interesse a che i palestinesi possano mai beneficiare delle proprie risorse. Ma senza dubbio sarà desideroso di sfruttare l’“esperienza” dell’ex primo ministro britannico come inviato per aiutare a saccheggiare i suoi giacimenti di gas.
La centralità di Israele nella visione morale del mondo di Blair è stata sottolineata in un commento da lui fatto nel 2011 sulla Primavera Araba, in cui i popoli di tutto il Medio Oriente hanno cercato di liberarsi dalla morsa tossica dei tiranni. L’ex primo ministro britannico ha visto queste rivolte democratiche principalmente come un potenziale «problema per Israele».
Il nuovo ordine mondiale di Trump
Blair ha negato qualsiasi coinvolgimento personale nel piano di Kushner e Witkoff per la Gaza Riviera – ora talvolta denominato Sunshine Project – che prevede resort di lusso sul mare e una “zona di produzione intelligente” intitolata al miliardario Elon Musk.
Ma una versione trapelata lo scorso luglio suggerisce che le impronte di Blair siano ovunque nel piano, compreso un progetto di “trasferimento volontario” che prevede di acquistare i terreni dei proprietari palestinesi con somme irrisorie purché lascino Gaza.
È emerso che due membri chiave del suo think tank, il Tony Blair Institute for Global Change e il Boston Consulting Group, avevano collaborato dietro le quinte al progetto con uomini d’affari israeliani.
Questa settimana una dichiarazione dell’Istituto ha accolto con favore il ruolo di Blair nel comitato esecutivo di Trump, sottolineando: “Per Gaza e la sua popolazione, vogliamo una Gaza che non ricostruisca Gaza com’era, ma come potrebbe e dovrebbe essere”.
È difficile credere che il “dovrebbe” di Blair abbia un significato diverso dal sogno di Israele di una Gaza senza palestinesi e dalla visione di Trump di una Gaza come parco giochi per ricchi.
Il modello per un nuovo ordine mondiale trumpiano si sta delineando a Gaza. La strada del presidente degli Stati Uniti verso la conquista del Venezuela e della Groenlandia si sta aprendo ora in questo minuscolo territorio palestinese.
I leader europei inetti, come il britannico Keir Starmer, che hanno aiutato ad armare Israele e gli hanno fornito una copertura diplomatica mentre radeva al suolo l’enclave, sono stati quelli che hanno incoraggiato Trump.
Coloro che ora cercano di affermare il primato del diritto internazionale e dell’“ordine mondiale basato sulle regole” – sia in Groenlandia che in Ucraina – sono stati quelli che hanno aiutato Washington a distruggere quell’ordine. Ora stanno soffrendo di una forte crisi di pentimento.
Potrebbero ancora ostacolare l’ultimo, sinistro progetto vanitoso di Trump rifiutandosi di aderire al “Consiglio di Pace” e difendendo invece le Nazioni Unite e le sue istituzioni giuridiche come la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale.
Lo faranno? Non ci scommetterei.
https://www.middleeasteye.net/opinion/trumps-board-peace-nail-gazas-coffin
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.