Un viaggio di conoscenza in Palestina di Stefania Spiga

“Goditela, perché ti mancherà” così mi aveva salutato Matteo, partito in Palestina qualche anno prima di me, con la stessa organizzazione AssoPace di Luisa Morgantini, già Vicepresidente del Parlamento Europeo.
Questo post non vuole essere un mero reportage di viaggio e nemmeno una didascalica enumerazione di luoghi visitati. A distanza di pochi mesi, ho forse la presunzione di voler ripercorrere attraverso flashback disordinati, non solo ricordi di una terra meravigliosa, ma immagini, impressioni, volti, incontri, esperienze, profumi, odori, turbamenti, emozioni.
Viaggiare con AssoPace è tutto questo, un viaggio di conoscenza che continua ad arricchirsi al rientro in Italia, che si trasforma in consapevolezza e in imperativo del racconto con le narrazioni, le mostre, gli scritti dei compagni di viaggio, che sono già di per se mondi e paesaggi da raccontare, un viaggio nel viaggio.
Sono gli odori, i sapori, la forza travolgente delle emozioni che da essi scaturivano, le cose di cui ho più nostalgia, che mi mancano di più. L’odore della polvere nella Valle del Giordano e dei mattoni di terra cruda, del narghilè a Betlemme, del mare a Jaffa, fin anche quello acre e permeante dei gas lacrimogeni a Bil’in e delle capre nel piccolo villaggio di Al Tuwani. Il gusto del the bollente alla menta e delle spezie, il sapore meraviglioso dei piatti che mi rimarranno nel cuore: i falafel “atomici” di Bil’in, i kunafeh del dopo cena a Ramallah, il maklubi al Al Quds Center di Gerusalemme, l’hummus, il dawali mangiato all’aria aperta in un pic nic improvvisato e tutti, tutti i pranzi offerti dai cittadini dei villaggi e dai beduini… impossibile davvero elencarli uno per uno.
Il paesaggio che abbiamo potuto osservare e il mondo che siamo riusciti a conoscere nella West Bank e in Israele, sono difficili da immaginare dalla striminzita rassegna stampa internazionale dedicata e la filmografia, ancora troppo esigua, restituisce davvero poco di quello che rimane oggi della “terra dove scorrono il latte e il miele”.
Visivamente, alcune lande in Cisgiordania non sono molto diverse da certe zone della Sardegna: la macchia mediterranea e gli uliveti ricordano forse la Gallura nei primi decenni del Novecento! Ma senza settlement.
La Palestina è divisione. La terra in cui si dovrebbero mescolare religioni, storie, civiltà, etnie, in realtà è separazione, netta separazione.
Te lo dicono appena esci dall’aeroporto di Ben Gurion a Tel Aviv. Lo vedi fin nelle strade e autostrade che percorri. È lampante nella divisione profonda del muro alto nove metri che a Betlemme, come a Gerusalemme, traccia una netta quanto agghiacciante demarcazione tra israeliani e palestinesi; l’abbiamo constatato nell’ordine preciso e nell’opulenza dei giardini di Bahai nella israeliana Haifa, che stride con la discutibile pulizia e le macerie, segni di una persistente ricostruzione, nella palestinese Ramallah. Distinzione e differenza persino nell’architettura: casa somiglianti a cubi bianchi o dai tetti spioventi con le tegole rosse, immediatamente riconoscibili sono quelle degli ebrei – a Nablus, per esempio, le case israeliane si differenziano perché sui tetti i serbatoi dell’acqua sono bianchi, neri per i palestinesi.
È chiaro nel filo spinato, nelle fortificazioni sorte a protezione dei settlement, le colonie, gli insediamenti degli israeliani disseminati ovunque, che oggi violentano il paesaggio. Non sono mere abitazioni civili, villaggi o embrionali città. Sono pezzi di un mosaico ben più composito di una strategia israeliana di occupazione, conquista e controllo del territorio. Nei Territori Occupati, gli ebrei hanno costruito questi illegali agglomerati di case su terreni palestinesi occupati o confiscati magari con la giustificazione della “sicurezza”, ovviamente circondate da reticolati e spesso, se non sempre, fortificate e sorvegliate dall’esercito, dove la residenza è esclusiva agli ebrei. Alcuni sono ancora outpost, comunità di coloni israeliani costruite su terre palestinesi nei Territori occupati dal ‘91 ad oggi, che a differenza delle colonie vere e proprie non hanno ancora lo status legale dal governo israeliano, quindi illegali anche per lo Stato di Israele, dato che tutte le colonie come gli outpost sono illegali per il diritto internazionale.
Sorgono in posizioni strategiche: in cima ad una collina, vicino ad una strada o una sorgente d’acqua, a ridosso di un piccolo villaggio palestinese, o ancora come una metastasi al centro di una città palestinese, come ad Hebron, o praticamente a ridosso di essa, come a Gerusalemme Est. E come una metastasi si diffondono e si incancreniscono nel territorio: prima arrivano le case mobili – precedute talvolta da demolizioni – lo Stato poi fornisce ai coloni elettricità, acqua, fognature, permettendo e assecondando così, nel disinteresse internazionale, la trasformazione di quelle terre palestinesi, in una colonia vera e propria.
Ed è a questo punto che ritorna imperante la sensazione di divisione. Perché gli insediamenti hanno bisogno di collegamenti che gli permettano di connettersi con gli altri settlement. Un reticolato di strade e autostrade, costruite anch’esse con un secondo fine preciso: non solo collegare appunto, bensì confiscare terreno, dividere e parcellizzare il territorio palestinese, impossibilitare i palestinesi a muoversi liberamente. Perché la circolazione ai palestinesi, costretti a spostarsi su strade secondarie, talvolta veri e propri percorsi di fortuna, è interdetta sulla maggior parte di questi collegamenti e in ogni caso è resa impossibile dalle centinaia di posti blocco dell’esercito israeliano.
Nei check point la scena è quasi sempre la stessa: le code di automobili targate di colore verde, sono ovviamente solo quelle palestinesi, che possono restare ferme per ore e ore, senza un motivo preciso. O possono anche non passare mai.
Il check point, il muro, le barriere, in Palestina sono il simbolo di un conflitto giornaliero, dove appunto le vessazioni, i soprusi, le ingiustizie, sono la vita quotidiana di un nuovo modo di fare la guerra. Sono e li vediamo ovunque, sia dal pullman con quale li attraversiamo, che a piedi. Sono per così dire la liaison del nostro viaggio.
Simbolo internazionale della resistenza all’occupazione militare israeliana è il villaggio palestinese di Bil’in, a 20 chilometri a est di Ramallah e a ridosso del muro, su cui incombe la colonia di Mod’in Ilit, che ha scippato due terzi della terra palestinese. Gli abitanti, riuniti in un Comitato Popolare di resistenza pacifica, portano avanti una lotta non violenta attraverso manifestazioni che si volgono ogni venerdì che vedono la partecipazione non solo di cittadini palestinesi, ma anche di internazionali e talvolta di israeliani. È a Bil’in che abbiamo avuto l’onore di partecipare alla sesta Conferenza annuale dei Comitati di Resistenza pacifica, pochi giorni dopo la morte di Vittorio Arrigoni e proprio nel giorno in cui assistevamo, in collegamento video, al varo da parte dell’Ism (International soldiarity movement) della nave Oliva, che avrà il compito di opporsi al blocco navale della Striscia di Gaza e aiutare i pescatori palestinesi contro gli attacchi delle navi israeliane.
Gerusalemme è il sunto di molte di queste contraddizioni. Un città crocevia di popoli, religioni e culture, dominata da un lato dalla spiritualità di culti diversi e dalla ricerca di una serenità che fatica a farsi strada. Proprio perché dall’altro lato c’è la prepotenza israeliana fatta di insediamenti, filo spinato, check point, soldati, bandire israeliane ovunque. C’è il quartiere di Sheik Jarrà, che abbiamo visitato, dove le abitazioni dei palestinesi vengono costantemente occupate dagli ebrei che le fanno loro issando la bandiera israeliana sui tetti della case. Abbiamo urlato qui con i giovani pacifisti, anche in questo caso, israeliani e palestinesi insieme, con un’unica voce “One, two, three, four…occupation no more!”. E l’abbiamo fatto davanti a coloni incuranti e indifferenti che leggendo il Talmud hanno ignorato noi e ogni giorno ignorano la famiglia palestinese a cui hanno occupato la casa e che continua a vivere in una tenda li di fronte.
E se in un certo senso Gerusalemme riassume le contraddizioni di una terra, Hebron è il simbolo di quanto di peggio possa mettere in atto Israele. Una città militarizzata dove l’apartheid è una realtà e circa seimila soldati sono chiamati a proteggere poche centinaia di coloni che hanno occupato il centro storico rendendo la vita impossibile ai palestinesi.
In una così piccola porzione di territorio, ci sono circa una novantina di check point, ovvero un blocco ogni duecento metri. Andare a Hebron nel sabato, come abbiamo fatto noi, significa attraversare una città fantasma, prive di vita, sia per il fatto appunto che lo Shabat, il sabato ebraico è il giorno della cessazione del lavoro per gli ebrei e soprattutto perché tutti i palestinesi sono stati cacciati. Ai commercianti palestinesi sono state chiuse le botteghe, gli appartamenti situati nei piani superiori ai negozi sono stati occupati dagli israeliani, che quotidianamente gettano dalle finestre i rifiuti, i mattoni, talvolta persino sparano sui palestinesi di sotto, che per proteggersi, sono costretti a vivere sotto reti metalliche agganciate da una parete all’altra degli edifici.
Straziante dover abbandonare la nostra guida per proseguire il percorso all’interno del centro storico, dove lui, solo per il fatto di essere palestinese, non può proseguire.
Simbolo è anche il piccolissimo villaggio di At Twani di circa duecento anime che vivono proprio nelle campagne intorno ad Hebron. Gli abitanti, per di più pastori, circa vent’anni fa si son visti costruire a poche centinaia di metri dal loro arido villaggio in pietra, l’outpost ebraico di Havot Ma’on, illegale sia per il diritto internazionale che per le leggi israeliane, abitato da coloni integralisti, estremisti e violenti. Qui i volontari di Operazione Colomba, cercano di prevenire con l’uso di una videocamera gli attacchi contro i pastori e i bambini, che sono scortati dall’esercito che dovrebbe, e il condizionale è d’obbligo, proteggerli lungo il tragitto fino alla scuola. Il compito di questi giovani volontari è infatti quello di documentare le attività illegali dei coloni, accompagnare i pastori al pascolo e assicurarsi che la scorta israeliana accompagni ogni mattina i piccoli studenti palestinesi fino alla scuola che si trova nel vicino villaggio di Tuba, transitando al confine del bosco dell’outpost israeliano.
Il paesaggio si snoda desertico fino alle infinite piantagioni di palme dei coloni nella Valle del Giordano, dove abbiamo visitato villaggi di beduini dove l’acqua potabile non arriva più perché è stata deviata dalle canalizzazioni israeliane. Abbiamo conosciuto i bambini di questi villaggi, abbiamo visto le loro scuole fatte con i copertoni delle macchine, anche grazie all’aiuto della cooperazione italiana. Abbiamo visto le tende ricavate da sacchi di iuta cuciti insieme, dove fanno lezione in attesa che sia pronta la scuola di fango intitolata a Vittorio Arrigoni, la prima in Palestina, alla cui costruzione orgogliosamente abbiamo contribuito anche noi. Gli abitanti di queste zone desertiche sopportano, privati dell’accesso all’acqua e all’elettricità, circondati da colonie e aree minate o militari. 56.000 residenti oggi, contro gli oltre 300.000 prima del ‘67. Un luogo occupato, ma soprattutto lontano e isolato sia dal punto di vista geografico che politicamente, dove i comitati popolari di resistenza nonviolenta, guidato da Fathi Khdirat, si mobilitano, praticamente nel silenzio dell’attenzione internazionale, contro l’occupazione israeliana nell’area C.
Questi luoghi non sono solo il paesaggio, sono i volti e le espressioni delle persone che li abitano. Sono le donne fiere e determinate conosciute al villaggio di Al Tawaini o nel mercato di Bil’in che ci hanno trasmesso forza e una profonda dignità; sono i bambini, tutti i bambini, i più piccoli beduini della Jordan Valley o i ragazzini che giocano a pallone e ancora le bambine che abbassano lo sguardo e poi abbozzano timidi sorrisi mettendosi in posa per essere immortalate nei nostri scatti; sono i sorrisi sereni e la fiera determinazione delle nostre guide, di Nablus e di Hebron; sono i volontari internazionali e gli operatori italiani, sono gli uomini orgogliosi che animano la resistenza non violenta e sono infine anche i giovani soldati e soldatesse israeliani. Sono sempre e comunque le risate di Luisa.
Sono tutti quegli sguardi gentili, puliti, spontanei, veri, lontani da ogni artificiosità o violenza che ti imbarazzano e ti entrano dentro, per cambiarti.
Quello che ho avuto modo di fare lo scorso Aprile è dunque un viaggio di consapevolezza ancor prima che di conoscenza, perché è questo che insieme ai miei compagni di viaggio abbiamo raccolto: il bene e il male dell’aver visto con i propri occhi, l’opportunità di ritrovare dimensioni di speranza e fiducia dalla sofferenza, dall’ingiustizia, dai racconti di violenza che ci sono stati riferiti dalle stesse vittime.
Non so interpretare le emozioni più intime degli altri, so che ho impiegato settimane per rielaborare quello che avevo visto. E so che una parte delle foto scattate in questa terra diventeranno parte di una mostra itinerante.
Stay Human

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