Ulivo Fortunato

di Piera Gaia

22 gennaio 2012 ULIVO FORTUNATO – E’ domenica mattina e la giornata si preannuncia soleggiata e tiepida, come non se ne vedevano da un po’ data la stagione, fatto che contribuisce a far dimenticare le gelate e la nebbia patiti nella settimana appena trascorsa. Affacciata al balcone di casa, guardo il panorama che mi circonda. E’ uno degli scorci urbani di una Torino ancora assonnata, con palazzi recenti e case d’epoca, cortili e giardini condominiali, viali e strade deserte che volgono verso il paesaggio che fa da sfondo: direzione est le colline col profilo di Superga, direzione nord le Alpi, con le cime più alte coperte di neve. Scorci da cartolina illustrata che confermano, a chi ama questa città, che oggi ha tutte le carte in regola per essere un giorno di cui compiacersi.

 

Dal punto in cui mi trovo, riesco a vedere anche i particolari dei giardini privati degli inquilini che abitano al piano terreno: piccoli capolavori contraddistinti dal gusto personale di chi se ne cura. Anche se sono appezzamenti di terra di modeste dimensioni, hanno stimolato la fantasia dei proprietari che li hanno “arredati” proprio come se si trattasse di una stanza all’aperto.

 

Angoli con giardini rocciosi, con sassi e materiale pietroso, rigorosamente arrivati da altrove, ma capaci di far miracolosamente sopravvivere, piante grasse dalle carnose forme regolari provenienti da climi più miti ma adattatesi ai nostri freddi-umidi inverni.

 

Angoli di giardino con allestimento ludico, comprensivi di sistema luminoso e con corredo di nanetti e Biancaneve.

 

Angoli di giardino “acrilico”, con pavimentazione di erba artificiale di cui è fin troppo facile intuire lo slogan per la pubblicità che ne ha determinato l’acquisto: nessuna manutenzione e materiali garantiti per l’eternità.

 

Angoli a tema con aiuole di erbe aromatiche o siepi di rose, o cespugli che quando fioriscono non passano inosservati per il loro profumo o per le tonalità dei loro colori.

 

In mezzo a tanta accuratezza c’è chi ha piantato qualche albero e tra gli altri anche degli ulivi. Ce ne sono quattro. Avranno tra i venti e i trent’anni e sono belli e rigogliosi come se il nostro clima non avesse mai potuto costituire un rischio per la loro esistenza. Le attenzioni e le cure che ricevono dai loro proprietari e forse la tenacia che caratterizza l’antichissimo albero, ne ha assicurato la sopravvivenza.

 

Non so se questi riusciranno mai a far frutti, in ogni caso la loro vista è incantevole in tutte le stagioni.

 

 

Partendo da questa visione tangibile, non posso fare a meno di andare con il pensiero ad altri ulivi ingiustamente e dolosamente violati, di cui ci hanno parlato e che in parte abbiamo osservato coi nostri occhi, nel viaggio a Gerusalemme.

 

A partire dai dati che ci sono stati presentai nell’incontro del 29 dicembre 2011, fonte OCHA, Agenzia per gli affari Umanitari delle Nazioni Unite sulla situazione nei Territori palestinesi, si disegna uno scenario impietoso per le possibili basi a sostentamento dell’economia palestinese: riduzione a tre miglia nautiche dello spazio marino in cui è consentita l’attività della pesca (Gaza), sistematico sradicamento degli alberi d’ulivo con eliminazione di molte piantagioni esistenti da centinaia d’anni su terreni di proprietà dei palestinesi (espropriate per la costruzione del muro dell’apartheid o per l’ampliamento degli insediamenti dei coloni). Ragioni neppure troppo occulte, immobilizzano ogni attività economica palestinese ein questa condizione riuscire a mantenere continuità lavorativa, anche nel ciclo produttivo agricolo dell’ulivo in questa parte del mondo, è una vera impresa.

 

Come si può definire l’esercizio arbitrario di un potere che rende difficile per un contadino palestinese, l’accesso ai terreni di sua proprietà, solo perché si trovano al di là del muro e lui intende raggiungerli per eseguire i necessari lavori stagionali o ancora l’esercizio arbitrario di un potere che pretende di impedire l’accesso alla proprietà ai suoi familiari collaboratori. Ostruzione? O peggio?

 

Ho riguardato il più piccolo degli ulivi piantati nei giardini. Il proprietario è intento a raccogliere i rametti appena potati, che tra poco eliminerà portandoli nel contenitore della raccolta differenziata. La scenetta rimanda una serenità e un’armonia da far invidia. Mi è sembrato di vedere serenità e soddisfazione anche nelle fronde dell’albero. Forse è un albero a cui le cure non mancheranno mai e e si può ritenere proprio un ulivo fortunato!

Sabato 31 dicembre il nostro gruppo ha incontrato tre membri del Comitato Popolare per la resistenza non violenta insieme a Rajia, a Bil’in e ad alcuni di noi sembrava impossibile capacitarsi della temerarietà dei protagonisti dei racconti ascoltati che contemplavano anche alcune vittime.

 

Le forme di lotta organizzata con manifestazioni non-violente permanenti (ogni venerdì) o con azioni giudiziarie presso i tribunali israeliani o con piccole azioni di contrasto improvvisate, avevano avuto una loro vittoria provvisoria nella battaglia contro l’ingiustizia e il muro dell’apartheid. La sentenza emessa al termine di un iter durato alcuni anni, ha permesso di spostare di qualche metro il perimetro del muro, lasciando tuttavia invariato il principio di una misurazione dolosamente irregolare del terreno espropriato, a favore dell’insediamento.

 

Quando abbiamo percorso il tragitto che solitamente fanno i manifestati, abbiamo trovato qua e là i resti lasciati dai lacrimogeni lanciati il giorno precedente: raccapriccianti souvenirs. Ai lati del sentiero battuto e ribattuto da tanti manifestanti e sorvegliato a vista da uomini armati in cima al muro, si estendono le colline con estensioni a perdita d’occhio di ulivi che sono da sempre una delle fonti della produzione agricola locale. Tra questi alberi che sembrano tutti uguali, ne spicca uno che in cima riesce a tenere alta la bandiera della Palestina che qualcuno ha orgogliosamente issato tra le fronde. Io non ho potuto fare a meno di scattargli una fotografia.

 

A riguardarlo sembra anche lui un protagonista combattente e forse proprio per la sua identità e per la ricchezza di tutti i rami che sorregge, soprattutto perché da sempre il ramo di ulivo è sinonimo di pace, mi fa riflettere se non sia lui il vero ULIVO FORTUNATO.

di Piera Gaia

Fotografia di Nicoletta Miradoli e Piera Gaia

 

 

 

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