Tensione di pace

L’immagine, la metafora più netta che mi affiora continuamente alla mente del viaggio in Palestina è quella di un corpo ferito.
Il conflitto ha procurato un’ulcera profonda e infetta nel corpo di quel luogo del mondo e il sistema immunitario di quei popoli lotta continuamente contro quell’infezione, purtroppo ancora troppo spesso alimentandola, come una malattia autoimmune colpisce anche ciò che c’è di sano.
Io ho avuto la sensazione forte in alcuni momenti che noi potessimo agire come batteri, utili alla rimarginazione di quella ferita, purché fossimo capaci di ripulire e di non portare altro sporco dentro di essa.
Il compito di chi va in quei luoghi da viaggiatore di pace è solo quello, per farlo è necessario avere quella tensione costante dentro il proprio cuore, dentro ogni gesto, perché il rischio di far moltiplicare gli agenti distruttivi è troppo alto, e la responsabilità di questo è solo nella nostra scelta ogni giorno di essere capaci di pace.
Ritrarsi di fronte all’odio, trasformare tutto quanto c’è di brutto nella bellezza di un incontro, parlare costantemente di quanto accade di terribile perché quelle parole non facciano alimentare l’odio, bensì la pace.
Per fare questo credo che la prima delle capacità da esaltare sia quella dell’ascolto, silenzioso ed empatico, ammutolire il sapiente che è dentro ognuno di noi. Le secche dentro le quali si blocca ogni iniziativa alimentata dall’odio, intrappolano la storia in un ostinato ripetersi, noi tutti abbiamo il compito di interrompere quella catena, con la fermezza che ogni strappo richiede

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