Il Tema di Mohamed

di Pietro De Luca.

 

Mi chiamo Mohamed e ho 10 anni. Sono nato in un piccolo paese in cima a una collina in un giorno che il sole batteva forte; mi hanno detto che quel giorno c’erano 45 gradi fuori. Mamma sudava, papà sudava, i medici sudavano.

La mia terra è bella, a me piace. E’ un po’ polverosa, ma io sono contento della mia terra. Ci sono tante cose da fare. Correre. Giocare con la palla, saltare i muretti di pietra, giocare a nascondino. Coi miei amici gioco sempre a nascondino, perchè il mio villaggio è fatto da tante casette dove ci si riesce a nascondere benissimo: una volta sono rimasto nascosto per 2 ore dietro un cancello e Shara, la mia sorellina, non è riuscita a trovarmi mai.

Il gioco più divertente però è quando facciamo la gara di aquiloni, vince chi riesce a farlo volare più in alto; dopo la scuola lo facciamo spesso, con i miei amici. Corriamo su per la via, tutti con un aquilone in mano, per vedere chi è il più bravo. Mamma dice che possiamo andare fino al bivio, e lì dobbiamo fermarci, non possiamo andare più avanti del bivio, perchè oltre, per noi, è vietato andare. Oltre il bivio ci sono quelli là, che non vogliono che io e i miei compagni andiamo vicino alle loro case. Io non capisco perchè, però ho paura e quindi non vado. Una volta un mio amico è andato un po’ più avanti, ma poi è scappato subito indietro. Nessuno di noi è coraggioso.

E’ brutto non potere andare in un posto che è tuo. Oltre il bivio è sempre la mia terra, ma io non posso andarci, mamma e papà non possono andarci, i miei fratelli non possono andarci. Io ho 6 fratelli, tre siamo maschi e tre femmine, e nessuno di noi può andarci.

 

Anche se non possiamo andare oltre il bivio sono contento lo stesso, perchè almeno possiamo fare quello che vogliamo, nel nostro villaggio. Una volta sono stato a trovare mio cugino Nur che abita vicino a qui, e lui è molto più sfortunato di me. Lui ha paura anche di andare a scuola, perchè mentre va a scuola coi suoi compagni vengono aggrediti da quelli lì: gli lanciano pietre e gli urlano brutte cose. Mio cugino e i suoi amici devono camminare in fretta per non farsi colpire. Dice che sono persone arrabbiate e gridano tutti. Non capisco perchè quella gente ce l’ha con noi e ci impedisce di camminare sulla nostra terra, coltivare i nostri campi, comprare nei nostri negozi. Noi non siamo cattivi, io e i miei fratelli diciamo una preghiera mattina e sera, due volte al giorno; secondo me noi siamo abbastanza buoni invece.

Ma quelli lì, quella gente lì, ci urla che dobbiamo andarcene. Ci chiude le strade, ma è il nostro paese. Ci toglie l’acqua, ma è la nostra acqua. Ci distrugge le case, ma sono le nostre case. A casa di un mio amico non hanno più né acqua né luce, perchè quelli lì non vogliono che loro vivano in quella casa. Papà dice che presto la butteranno giù, la loro casa, e il mio amico con la sua famiglia non avranno più un posto dove stare.

 

Una volta sono andato in una città qui vicino con mamma e papà a trovare un amico di papà; io e Imad, un bambino che viveva lì, siamo scesi a giocare con il pallone. Io sono forte a pallone, sono il più bravo della mia classe. A un certo punto ho tirato così forte che il pallone è andato oltre il muro che c’era lì accanto. Lo vedevo spesso quel muro alto e lungo, ma non ci avevo mai fatto troppa attenzione. Invece Imad mi ha detto che non potevamo più giocare perchè noi non potevamo andare dall’altra parte del muro. Noi potevamo stare solo da questa parte, di là ci stavano gli altri. Imad mi ha anche detto che dall’altra parte, oltre il muro, la città non era bella, viva, colorata e rumorosa come da questa parte. Di là dal muro c’era una città vuota, abbandonata, paurosa, una città fantasma. Il pallone era perso e il gioco era finito.

 

Spesso la sera, prima di dormire penso a perchè nella mia terra c’è gente cattiva? Io credo che sarebbe più bello se tutti possono andare dappertutto, così saremmo tutti più contenti. Anche i miei compagni pensano come me. Invece loro non vogliono, quelli lì. E a volte sono anche violenti, come quando siamo andati con zio Maher a vedere il mare Morto. Era venerdì, era festa, il venerdì non si va a scuola. E zio Maher ci ha chiesto a me e ai miei fratelli se volevamo andare a fare una gita al mare Morto, che a noi piace tantissimo. “Ialla” ci ha detto, andiamo! Siamo saltati tutti in macchina, io ero seduto davanti, che mi viene la nausea. Quando siamo arrivati a una specie di casello, che zio Maher chiama check point, ho subito avuto paura, perchè ho visto quelli lì vestiti come nelle guerre, con i fucili e i mitra in mano e i vestiti verdi imbottiti. A me sembrava stupido, visto che eravamo in pace e non c’erano pericoli. Ci hanno fatto fermare e hanno fatto scendere zio Maher, lo trattavano male. Poi lo hanno portato dietro, dove noi non vedevamo, e dopo 10 minuti hanno riportato zio Maher. Era tutto sanguinante e dolorante, non stava quasi in piedi, lo avevano picchiato fortissimo. L’hanno fatto salire in macchina e gli hanno detto che così la volta dopo ci avrebbe ripensato, a passare di lì. Io non capivo perchè avevano picchiato zio Maher, che voleva solo andare con noi a vedere il mare Morto.

 

Il mio nome è Mohamed, come quello di molti altri bambini del mio villaggio. Ho 10 anni e sono palestinese; vivo in una terra che secondo me è mia ma quellì lì me la vogliono togliere; vivo in un paese che secondo me è mio ma quellì lì vogliono che sia loro; vivo in un popolo che secondo me è forte ma quellì lì vogliono che sia debole. Quellì lì, quelli che ce l’hanno con noi, li chiamano gli “israeliani”; loro dicono che non ci odiano ma che noi dobbiamo andare via perchè questo posto è loro. Ma papà e mamma dicono che no, che non è vero, che noi abbiamo sempre vissuto qui. E anche la televisione, i telegiornali, quando intervistano la gente famosa, i capi degli altri paesi, tutti dicono come mamma e papà, che quella terra è nostra, è dei palestinesi. E poi io l’ho anche letto sui libri di scuola che questa terra si chiama Palestina.

 

Mi chiamo Mohamed e sono palestinese. Non ce l’ho con gli israeliani, non voglio che loro stiano male. Ma voglio solo vivere contento e felice nella mia terra, poter andare con papà a coltivare il campo, andare con le mie sorelle a vedere cosa c’è oltre il bivio, andare con Imad al di là del muro a recuperare il nostro pallone, andare con zio Maher a vedere il Mare Morto. Vorrei anche un giorno, quando sono grande, poter andare a vedere Gerusalemme, che so che è una grande città, piena di negozi e di macchine; e poi è la capitale del mio paese, la città più importante. Papà dice che noi non possiamo entrare nel centro di Gerusalemme. A scuola ho imparato cosa vuol dire giustizia, e che ci sono cose che sono giuste e altre che sono ingiuste. Ecco, io penso che tutto questo è ingiusto. Perchè gli israeliani dicono che hanno diritto ad avere un loro paese su una terra che non era loro, all’inizio, e allora adesso non è giusto che non capiscano che anche io e tutti i miei amici vogliamo avere una nazione sulla nostra terra.

 

Mi chiamo Mohamed e sono palestinese. Da grande vorrei fare il racconta storie, perchè mi piace scrivere. E nel mio libro voglio raccontare che Israele è uno Stato dove vivono gli israeliani, ed è giusto che ci sia. E voglio anche che gli israeliani siano felici, che vadano al mare e corrano nelle loro lunghe spiagge, che possano pregare nelle sinagoghe, che possano costruire le loro città con i tetti rossi ovunque, nel loro paese. E poi nel libro voglio anche scrivere del mio paese, che si chiama Palestina, dove i bambini giocano con gli aquiloni correndo per i campi senza fare attenzione al bivio, dove papà costruisce la nostra casa senza che venga distrutta, dove posso andare con zio Maer a fare il bagno al mare, sulle stesse spiagge dove corrono e giocano i bambini israeliani.

E per il mio primo libro ho già pensato al titolo: “Mohamed, figlio di una Palestina libera”.

di Pietro de Luca

One Response to “Il Tema di Mohamed”

  1. greg 16 gennaio 2012 at 4:24 pm # Rispondi

    penso che questo pezzo scritto col cuore e con occhi attenti inviti ad una riflessione molto profonda. problemi sensibili, tangibili, enormi e che portano con sè ferite profondissime, dove l’odio purtroppo prevale sull’amore. La cosa che mi sconvolge è pensare che mentre noi, in un Occidente libero (?) e sviluppato, ci crogioliamo su problemi seri ma certo non di primaria sopravvivenza, a poche migliaia di km da noi c’è chi invece deve pensare se arriva vivo alla fine della giornata…e questo mi fa molto male…

    grazie Pietro della tua testimonianza

    greg

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