I poveri, i bambini e le donne di Marcello Musio

Innanzitutto premetto che mi inoltro in questo argomento con il pudore di chi non sa, di chi non ha i mezzi, emotivi e di conoscenza, per esprimere alcun giudizio, ma soprattutto di chi non vuole cadere nella trappola del ragione e del torto.
Sono stato in Israele e Palestina, sono stato in uno dei luoghi più martoriati e controversi della storia dell’uomo, il crocevia di culture e religioni che hanno nella storia dell’uomo un peso rilevante, non solo per quei luoghi.
Di quello che ho visto mi porto via i poveri, gli eterni sconfitti dell’umanità, quelli a cui nessuno è mai stato disponibile a riconoscere dignità e rispetto, i bambini, che da sempre sono le vittime degli errori degli adulti, quelli che da sempre sono la speranza del mondo perché sappiano non commettere gli stessi errori e le donne, capaci di perdonare e superare l’orrore e il dolore della perdita attraverso l’amore, il dialogo, il coraggio e la dignità.
La riflessione che ho potuto maturare in questo viaggio, vivendo a contatto con queste realtà, è stata di una banalità sconcertante, il problema non potrà essere risolto se non partendo dai poveri e dai bambini attraverso l’immensa capacità di tutte quelle donne che hanno avuto la forza di perdonare e oggi lavorano per costrutire e non per distruggere.
Per i ricchi non sono mai esistiti confini, limitazioni e privazioni, ieri come oggi il denaro è il pass par tout per che apre ogni porta, nelle stanze dei bottoni dei consigli di amministrazione delle multinazionali le religioni e i contrasti antichi non hanno mai diviso nessuno, il mondo degli affari e ben più scaltro e preparato e guarda solo a come poter fare profitto sfruttando la povertà e l’ignoranza, intese in maniera aperta.
Questo mi sembra il primo fraintendimento da evitare nel valutare la distanza da cui osservare quella realtà, nel prendere la misura con cui approcciarlo.
I bambini!
I loro occhi, che siano quelli neri e profondi dei palestinesi o quelli azzurri e fermi degli israeliani, o quelli di altri, i bambini con il loro amore, il loro odio, la loro spensieratezza, la loro rabbia, i bambini intrisi di violenza e di incertezza, vittime dell’aggressione costante del potere, strumentalizzati e allevati all’odio sempre in troppe occasioni.
Ho visto i bambini palestinesi presi a pietrate dai bambini dei coloni israeliani, gli ho accolti dentro il mio cuore entrambi come vittime, chi dell’aggressione, chi dell’educazione fondamentalista.
Hai bambini non possiamo dare colpa, dei bambini ci dobbiamo prendere cura.
Le donne!
La nota portante di tutto questo viaggio. Innanzitutto la donna che ci ha dato l’opportunità di fare questo viaggio, Luisa Morgantini, una vita spesa per la politica, una vita spesa dalla parte degli oppressi, e poi a seguire le donne dei villaggi, le donne delle associazioni di volontariato internazionale, le Donne in Nero, madri mogli che hanno scelto il dialogo tra le parti e di rompere la catena del rancore. Sono loro il contenitore dentro il quale la speranza può prendere corpo e tramutarsi in certezza, come il bambino può crescere solo nel loro ventre, nutrirsi al loro petto.
Io porto questo nel cuore e da questo prendo le forze per ripartire, per orientare le mie emozioni e le azioni che ne scaturiranno. Tornerò presto in quei luoghi e conto di tornaci molte altre volte per mettermi a servizio di questi poveri, di questi bambini a fianco di queste donne, provando a muovermi con la delicatezza in una mano e la fermezza nell’altra.
Vorrei essere acqua, vorrei essere braccia, vorrei essere orecchie capaci di ascoltare.

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