Il rilancio del movimento pacifista

Neanche 10 anni sono passati da quando, con un’affermazione decisamente esagerata, un famoso giornale nordamericano definì il movimento pacifista “seconda potenza mondiale”. Eravamo all’inizio della “guerra permanente” dichiarata da Bush junior subito dopo la tragedia dell’11 settembre, con l’occupazione dell’Afganistan e l’invasione dell’Iraq.
Una mobilitazione imponente per ampiezza e diffusione. Milioni e milioni di persone che manifestavano in tutto il mondo contro gli orrori della guerra. Dappertutto le bandiere arcobaleno sventolavano e si mescolavano agli altri simboli della protesta mondiale, ed il tema della pace si intrecciava indissolubilmente a quelli della solidarietà e della lotta alla globalizzazione neoliberista. Era l’epoca del trainstopping e dei Social Forum, delle marce e dei dibattiti. Nel nostro paese dopo i drammatici giorni di Genova, vi fu una vera e propria mobilitazione di popolo che saldava il ripudio della guerra all’opposizione verso le politiche antipopolari e reazionarie del governo Berlusconi. Alle marce pacifiste si aggiunsero la lotta per la difesa del Wellfare e i girotondi per la difesa della democrazia. La grande manifestazione di Roma della CGIL e quella di Firenze al termine del Social Forum dimostravano la straordinaria capacità di mobilitazione e la diffusa voglia di protagonismo. Persino l’opposizione di centrosinistra, fino ad allora boccheggiante in Italia, trasse vantaggio da quell’esperienza, senza la quale non si sarebbe avuta la risicata vittoria del 2006.
Neanche 10 anni, ma ne sembrano passati molti di più. Oggi la “seconda potenza mondiale” sembra essersi dissolta.

Cosa è successo e perché questa scomparsa che pare più profonda del consueto riflusso “carsico” tipico dei movimenti? E soprattutto come invertire questa tendenza e rilanciare un’iniziativa pacifista che oggi come ieri appare sempre più necessaria?
Riteniamo quindi necessario aprire una seria discussione pubblica, proprio a partire dal paese, l’Italia, che più di tutti nel recente passato, ha contribuito a rendere di massa il movimento pacifista.

La crisi del pacifismo ci appare oggi in tutta la sua drammatica evidenza e si accompagna al crescere e rafforzarsi in tutta Europa delle culture e delle politiche reazionarie che si fondano sull’intreccio tra razzismo, militarismo, individualismo.
Certo ha pesato fortemente la totale assenza, proprio nel periodo di maggior forza del movimento, di un’elaborazione collettiva all’altezza della fase storica che si stava attraversando ed in grado di far fronte ai contraccolpi che poi si sono effettivamente abbattuti sul movimento stesso. Anche il rapporto con la politica, in assenza di una bussola che riuscisse ad orientare il percorso del movimento, ha finito con il travolgerci  amplificando le conseguenze della vittoria della destra in Italia ed in Europa.
Oggi i soggetti organizzati del pacifismo che restano ancora in vita, sembrano vivacchiare in attesa di un’ondata salvifica che possa rigenerare le forze e rimettere in moto le coscienze, ma questa prospettiva appare, allo stato attuale,  del tutto irrealistica. È andata in crisi una concezione tutta pragmatica del movimento, basata esclusivamente sull’accumulo di iniziative, campagne, singole esperienze. Cosicché quando, nonostante l’imponenza della mobilitazione, non si è riusciti a conseguire neppure il più piccolo risultato, a poco a poco le energie sono venute meno sino a  scomparire del tutto. Sia chiaro non tutto è finito, permangono ancora dei soggetti associati e dei percorsi collettivi. Ma questi appaiono ridimensionati alla misura dell’azione monotematica, sia essa una campagna locale o di solidarietà ad una singola causa o di iniziativa a carattere umanitario.
E quindi proprio nella fase dell’affermazione del militarismo come una sorta di “sistema-mondo” saldamente avviluppato in un grumo inscindibile al neoliberismo globale, il pacifismo è incapace di affrontare i nodi della società attuale e rilanciare, proprio a partire dalla Pace, la prospettiva di un “altro mondo possibile”.
Infatti, la crisi finanziaria che sta scuotendo il mondo capitalistico ed in particolar modo la superpotenza americana, non apre la strada a soluzioni positive. Al contrario, proprio quando le contraddizioni esplose drammaticamente segnalano il fallimento delle politiche neoliberiste perseguite in questi anni, proprio l’assenza di alternative concrete, lascia il campo libero a tentazioni autoritarie.
La crisi economica che stiamo attraversando si presenta innanzitutto come punto di arrivo di una intera fase storica caratterizzata dalla produzione quasi illimitata di titoli di stato USA e collocati sul mercato internazionale. Tale massa di denaro è servita a finanziare il più gigantista sistema militare della storia umana. Ma la crescente difficoltà di indebitamento rischia di esportare una crisi di non facile soluzione e di scatenare nuovi ed imprevedibili conflitti..
Se la crisi dello Stato-Nazione europeo ha accompagnato questo ventennio, vengono al pettine i nodi irrisolti lasciati sul tappeto. In primo luogo il depotenziamento della democrazia come sintesi fra partecipazione e potere. Sempre più le istituzioni nazionali (i parlamenti) si trovano a cedere poteri a istituzioni sovrannazionali che non hanno mai avuto una legittimazione democratica. Del resto lo stesso parlamento europeo assomiglia più ad una sorta di teatro che ad un luogo decisionale vero e proprio. In questo vuoto agiscono centri di potere (dalla BCE all’FMI, dalla NATO al WTO) che su diversi terreni impongono agli stati i comportamenti da seguire. Le grandi conglomerate capitalistiche si sono letteralmente deterritorializzate scegliendo di volta in volta luoghi, tempi, procedure più convenienti per l’attuazione dei propri piani. Privatizzazioni, precarizzazione, compressione dei salari, devastazione ambientale, riduzione degli spazi di democrazia sono i capisaldi della iniziativa neoliberista a livello europeo.

Mai come in questa fase storica, la guerra è emersa in modo così perentorio come sistema permanente di dominio. Gli apparati militari non solo hanno invaso aree estese di mondo, ma determinano sempre più direttamente la crescita dell’economia capitalistica, segnano i segmenti istituzionali, occupano finanche zone sempre più estese dell’immaginario collettivo e dei flussi informativi. Il paesaggio planetario è contrassegnato da un continuum di occupazioni militari, siano esse guerre conclamate che semplici presenze come basi, avamposti, porti navali ed aerei, strutture logistiche o mezzi in transito. La politica sembra rattrappirsi nei confronti della guerra e, dopo le illusioni scaturite dalla fine della seconda guerra mondiale e dall’equilibrio bipolare instauratosi, si piega costantemente alle sue ragioni ed alle sue scelte. La guerra oggi segna interi comparti produttivi, di ricerca, di comunicazione. La permanenza, come un’endemia, è la sua dimensione temporale. Della sua drammatica potenza devastatoria sembra non esserci termine e ci troviamo così, parafrasando Sraffa, nell’epoca della “produzione di guerre per mezzo di guerre”. Gli USA hanno oggi assunto il ruolo di monopolisti della potenza militare ed al tempo stesso la guerra ha occupato quel luogo facendone la piattaforma per le proprie estensioni. Del resto anche il dibattito fra democratici e repubblicani non si è differenziato che sulle forme. Tra “guerra umanitaria” e “guerra preventiva” sono gli aggettivi che mutano, il sostantivo permane.
Se l’economia delle emergenze, con il portato di normative e procedure straordinarie, contrassegna pesantemente questa fase, essa assurge come il terreno più adatto per la saldatura fra neoliberismo e militarismo. Basti pensare al peso sempre più rilevante delle spese militari nei bilanci degli stati, così come al ruolo dell’industria degli armamenti, degli appalti legati al militare, delle ricostruzioni post-conflitto.
Inoltre il militarismo si introduce in maniera sempre più pesante nelle stesse democrazie occidentali. Se si pensa solo a come la questione dell’immigrazione viene affrontata sempre più in termini di difesa dei confini, respingimenti e deportazioni, dagli stati europei, si comprende come non sia più possibile, ad oltre mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale,  pensare  alla guerra e agli apparati militari come qualcosa di distante dalla propria vita quotidiana. Se la guerra è la forma estrema di economia dell’emergenza ecco che il militare pervade, con la sua logica e le sue pratiche, anche i territori dell’emergenza civile. Si militarizzano così (come insegna la recente esperienza del nostro paese) le aree post terremoto, così come le discariche, i cantieri delle grandi opere e (fra poco) i siti di costruzione delle eventuali centrali nucleari. Per non parlare delle stesse basi militari e del loro impatto con le comunità locali.
I conflitti di questi anni lungi dall’arrivare ad una soluzione, sembrano prolungarsi a dismisura proprio per giustificare quest’emergenza infinita. La loro stessa esistenza  e non una qualche soluzione finale, appare il reale obiettivo delle forze che li animano.
Se in questi anni forte è stato l’intreccio tra il pacifismo ed i movimenti di opposizione alla globalizzazione neoliberista, altrettanto forti sono i legami con una concezione ecologista della società e con i movimenti delle donne. Infatti da un lato sempre più occorre affermare l’esigenza della sostenibilità ambientale delle politiche e della critica radicale all’idea della crescita illimitata, dall’altro proprio a partire dalla riflessione sulla guerra come prodotto della società maschile si è determinata una vicinanza con il pensiero della differenza.
A partire quindi dai temi tratteggiati si tratta di avviare da subito un lavoro al tempo stesso teorico e pratico che intrecci permanentemente analisi del contesto, riflessione sulle prospettive e lotta politica. Uscire dalla spettralità della nostra crisi e ridefinire i termini di un nuovo movimento pacifista. Proprio per favorire questa discussione abbiamo individuato 6 temi come ipotesi di dibattito e di iniziativa.
1) UNA RETE PACIFISTA

E’ giunto il tempo di riannodare le fila di un impegno comune tra i tanti soggetti che compongono il campo della Pace. Ritornare, rinnovandola, alla spinta che portò un intero paese ad esporre fuori le proprie finestre il vessillo arcobaleno della Pace. Questo è possibile senza intaccare le autonome identità culturali ed organizzative che si sono via via costituite, così come i luoghi di azione comune  siano esse campagne o gruppi unitari di iniziativa su singole questioni. Ma è proprio questo il momento per rilanciare un punto di vista complessivo del pacifismo che sia in grado di affrontare le grandi questioni del presente. E che si apra al contributo di quanti, all’interno dell’associazionismo, del sindacato, dei soggetti politici, del mondo della cultura e dei movimenti, si sono impegnati e vogliono impegnarsi nel pacifismo.

2) SPEGNERE I FUOCHI DI GUERRA

Se oggi la guerra tende a manifestarsi in altre forme che affiancano quella tradizionale, come il fuoco che cova sotto la cenere, il tema della molteplicità dei focolai diventa fondamentale. L’esito della guerra in Iraq sarà la sua continuazione con modalità diverse, ben oltre il significato simbolico del ritiro delle truppe americane. Al tempo stesso, con una sorta di macabra intercambiabilità, molti dei conflitti esistenti possono trasformarsi in guerre propriamente dette. È giunto il tempo di dire basta, di premere affinché il cancro militare venga estirpato dalla radice.
Il conflitto israelo-palestinese non è soltanto il più antico fra quelli in atto, è anche un vero e proprio warlab, la matrice della guerra moderna. È lì che si sono sperimentate tecniche di occupazione, procedure istituzionali, forme di controllo, armamenti, e soprattutto la trasformazione del diritto internazionale come una serie di norme a geometria variabile dove il principio che “la legge è uguale per tutti” non ha più valore. Al tempo stesso attorno ad esso si diramano linee che investono l’intero medio oriente e che da lì si spingono ben oltre.
Ai confini meridionali dell’Europa altri focolai si sviluppano confermando la tradizione che fa del nostro mare un mare di guerra. Dalla ferita ancora aperta delle guerre balcaniche e della separazione indotta del Kosovo dalla Serbia, alla mancata attuazione del referendum sull’indipendenza del Sahara Occidentale dal Marocco (che continua ad occupare quel territorio). Al riacutizzarsi della questione kurda in Turchia, alla storica divisione in due di Cipro.
L’Africa rimane un continente che allo storico pedaggio di quella vera e propria usura internazionale rappresentata dal pagamento degli interessi su un debito ormai estinto aggiunge il calvario del disseminarsi di guerre e conflitti che lo mantengono in uno stato di perenne soggezione e di cessione delle principali ricchezze naturali.
Ma i venti di guerra soffiano anche su paesi da tempo dotati di armamenti nucleari come l’India e il Pakistan, in questo caso l’incendio bellico che ha colpito l’Afganistan può facilmente propagarsi con conseguenze drammatiche.
Proprio per questo il movimento per la Pace non può abbassare la tensione, ma ergersi a difesa del diritto inalienabile di ogni persona a poter vivere dignitosamente e senza paura la propria esistenza. E questa deve essere la principale bussola che orienta il nostro percorso: i diritti umani e civili, la libertà personale, la giustizia sociale. Ciò non deve apparire come una visione semplicistica, quasi indifferente alle dinamiche concrete che si determinano. Anzi la necessità di uno studio approfondito e di un’analisi accurata, non può venire meno. Ma occorre evitare di cadere nella duplice tentazione del diplomatismo e del solidarismo. Nel primo caso l’eccessiva attenzione agli aspetti geopolitici, allo stato dei lavori di mediazione, come nel secondo il supporto militante ad una causa sino all’identificazione con essa, possono facilmente far smarrire la via maestra della Pace. Che come la storia ci ha insegnato non è soltanto l’obiettivo da conseguire, ma anche il percorso da seguire per giungere a quel risultato. Non vi può essere, per il pacifismo, contraddizione fra fine e mezzi né vi può essere giustificazione alcuna che possa reggere atti contrari ai nostri valori. Per questo dovrebbe sempre più valere il motto “se vuoi la Pace, prepara la Pace”.

3) LOTTA AL MILITARISMO

Il militarismo si presenta oggi nella duplice veste di pratica politico-economica e di ideologia. Una trama complessa con cui fare i conti, formata da apparati militari propriamente detti, da appalti e contratti, dall’industria delle armi, dai meccanismi della spesa pubblica, dal comparto della comunicazione, dal settore dei servizi segreti e di intelligence. È chiaro che il militarismo non nasce certamente oggi, anzi ha purtroppo accompagnato l’umanità fin dagli albori della sua storia. Così come è chiaro che ha spesso influenzato gli stessi tentativi di liberazione umana sino a rendere queste esperienze profondamente diverse dagli ideali che le hanno create. Proprio per questo da parte pacifista va elaborata una serrata critica alla concezione militare della politica che tanti guasti ha determinato e determina. Al tempo stesso va lanciata una vasta mobilitazione contro tutti gli aspetti del sistema militare sino a determinare una vera e propria piattaforma di lotta. I punti che dovranno contraddistinguerla si basano sul lungo lavoro che vari settori del movimento pacifista hanno svolto nel corso di questi anni. Lotta alle spese militari (sulla base delle proposte della campagna Sbilanciamoci), alla produzione di armamenti (pensiamo alla campagna contro gli F35), alla presenza massiccia delle basi (vedi l’esperienza del “No Dal Molin”). Ma anche alla sempre più diffusa tendenza alla militarizzazione dei rapporti sociali. Infatti stiamo assistendo in questi anni alla presenza del militare in ambiti civili sia sottoforma diretta di uomini e mezzi che di estensione di procedure e metodologie. Passiamo infatti dall’uso dell’esercito in funzioni di ordine pubblico alla militarizzazione di discariche e cantieri delle grandi opere (per non parlare della prospettiva del nucleare), così come delle aree terremotate ed in generale di molteplici azioni di protezione civile. Infine appare aberrante il tentativo che il governo italiano sta portando avanti di creare forme di integrazione fra scuola e forze armate. Al contrario proprio una cultura della Pace dovrebbe costituire l’asse principale della funzione educativa. In questo senso combattere il militarismo diventa una vera e propria scelta di civiltà.

4) LOTTA AL RAZZISMO

La ferma opposizione ad ogni forma di razzismo deve diventare sempre più uno degli assi fondamentali dell’azione pacifista. Da sempre, infatti,  il razzismo è fra le principali giustificazioni della guerra. Soprattutto in tempi di crisi, la raffigurazione dell’altro, del diverso, dello straniero come causa dei mali che affliggono una società, viene creata ed usata per generare consenso all’azione militare. In Europa, con l’espulsione dei Rom dalla Francia, con le affermazioni elettorali in molti paesi nordeuropei di liste dichiaratamente xenofobe, con l’iniziativa del governo italiano che ha dato licenza di uccidere alle motovedette libiche a caccia di barconi carichi di migranti, assistiamo ad una recrudescenza di fenomeni di razzismo che speravamo essere scomparsi dal nostro continente. Contraddicendo decenni di produzione normativa comunitaria che faceva dell’accoglienza e dell’integrazione uno dei tratti caratteristici della civiltà europea, ci troviamo oggi a fronteggiare un’iniziativa dei governi tesa a trasformare la questione dell’immigrazione come problema di difesa dei confini con il conseguente trasferimento al settore militare della responsabilità di risoluzione. L’incapacità di una visione globale della questione porta a generare una tensione permanente e a creare sacche sempre più estese di marginalità sociale. Favorendo in questo quadro fenomeni di sfruttamento della forza lavoro e di ricatto continuo verso milioni di cittadini senza cittadinanza. Lo stesso diritto all’asilo politico viene nei fatti rifiutato in nome di un astratto formalismo che nulla ha a che vedere con la realtà di un mondo fortemente segnato da conflitti e regimi fondati sull’oppressione. Il nostro paese si è da tempo caratterizzato per la totale inadeguatezza in materia di asilo e a nulla sono servite le richieste che da più parti sono state avanzata per dotare anche l’Italia di una giusta legislazione in materia. Del resto se il razzismo è un formidabile generatore di consenso alla guerra, la guerra stessa è una formidabile generatrice di migrazioni di massa.

5) L’AZIONE NONVIOLENTA.

In questi anni molto spesso abbiamo praticato l’agire i luoghi del conflitto. Dalla Palestina, ai Balcani, al Kurdistan, ma anche nel nostro paese, abbiamo interposto la nostra presenza e i nostri stessi corpi alle infernali macchine di guerra. Cercando così di intralciare i carri armati e gli autoblindo, come i treni carichi di armi, come i buldozer che spianavano i villaggi. Ma soprattutto cercando semplicemente di accendere i riflettori sull’orrore della guerra e del sistema militare, e di valicare i muri della disinformazione portando quante più persone ad osservare direttamente quegli squarci di drammatica realtà. Ed in questo incontrando altri che per strade diverse finivano nello stesso nostro territorio del ripudio della guerra e di ogni forma di violenza. Praticando il “campo”, quel campo praticava noi. Cambiando anche la nostra percezione della guerra e della violenza e il nostro stesso modo di agire.
In questi anni proprio da quei luoghi si formava una nuova consapevolezza della forza dell’azione nonviolenta e di come questa fosse sempre più la caratteristica della presenza pacifista in zone segnate dalla presenza militare. L’esperienza più significativa si è sviluppata in Palestina, dove a partire dal villaggio di Bil’in, si è costruita ed estesa la resistenza popolare nonviolenta. Un movimento che coinvolge sempre più palestinesi, internazionali ed israeliani, tutti uniti dalla lotta contro il Muro e l’occupazione militare israeliana. Questa esperienza offre anche lo spunto per una riflessione più generale per le forme di lotta contro ogni oppressione. Il coraggio della nonviolenza ci appare ormai, per i pacifisti, come una scelta irreversibile. Certamente lungi da un approccio rigidamente ideologico, occorre fare i conti con l’inalienabile diritto dei popoli a resistere, anche con la forza, all’occupazione militare ed ai regimi totalitari. Ma anche rispetto a questa scelta, obbligata dalle circostanze storiche, fermo rimane il ripudio di ogni forma di violenza che coinvolga la popolazione civile ed ogni tentativo di militarizzare le lotte di liberazione. Così come netta resta la condanna verso qualunque forma di terrorismo e di repressione. Nulla può giustificare la limitazione delle libertà e dei diritti delle persone.
Se l’azione sul campo prevede i necessari momenti di mediazione e interlocuzione con tutti gli attori presenti, non vi può essere alcuna commistione e confusione con forze militari e con i governi coinvolti. Questo aspetto ritorna nel dibattito avviatosi fra quei soggetti interessati alla pratica degli interventi civili di pace e che ha determinato anche un confronto con le sedi istituzionali. Se è comprensibile la ricerca di  copertura finanziaria e tutela diplomatica, resta fondamentale la salvaguardia dell’indipendenza dell’azione nonviolenta rispetto alle entità statali. Restano la necessità, soprattutto in riferimento ad interventi in contesti difficili, di un’adeguata formazione e selezione delle persone che andranno ad operare. Su questo tema la riflessione e la sperimentazione pratica deve continuare, così come deve estendersi sempre più la presenza pacifista nei luoghi di sofferenza per intralciare sempre più il sistema militare, per estendere l’informazione e la coscienza sulla realtà, per generare reti di solidarietà, per seminare germi di Pace.

6) UNA DIMENSIONE EUROPEA

Occorre individuare nella dimensione europea uno dei punti principali da cui ripartire. Rilanciando e riorganizzando la rete di relazioni e rapporti tra soggetti pacifisti, individuando un comune spazio istituzionale dove agire per rilanciare efficacemente una politica di Pace. L’Unione Europea, paradossalmente,  proprio per l’attuale debolezza nella gestione dei poteri e per gli spiragli che può offrire rispetto alla rigidità degli Stati nazionali, rappresenta oggi il terreno più favorevole per l’affermazione delle nostre proposte. In particolare l’assenza di uno specifico apparato militare apre la prospettiva di un sostegno alle presenze di pace e alle missioni civili alternative nei luoghi di conflitto.
Ma soprattutto è la dimensione della società civile che porta verso un ambito europeo, con il superamento progressivo degli angusti spazi nazionali ed il portato identitario che, in periodo di crisi, determina il crescere di tendenze xenofobe e il generare di tentazioni da “piccole patrie” come la vicenda belga purtroppo conferma. Inoltre l’esperienza di questi anni ci ha insegnato come fosse sbagliata la tendenza inerziale al “pacifismo in un paese solo” così come la riduzione del pacifismo a tema settoriale dentro le pratiche dei “social forum”.
Una piattaforma comune del pacifismo europeo che parta dai punti esposti sopra ed individui dei comuni terreni di mobilitazione. Infine possiamo pensare alla creazione di un’Agenzia Europea per la Pace, sostenuta dall’Unione, ma indipendente e con un comitato di direzione e garanzia formato da tutte quelle autorevoli personalità che hanno operato in questi anni per la Pace. Un soggetto sostenuto da finanziamenti pubblici e della società civile, che abbia fra le sue funzioni quello di promuovere attività culturali, di convivenza, interventi civili in zone di conflitto e che diffonda l’ideale di un Europa come continente pacifico e che ripudia ogni forma di violenza, soprattutto attivamente impegnato alla risoluzione dei conflitti e all’avvio di una fase storica che cancelli la guerra dal paesaggio umano.

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