Malak Mattar. Il “soggetto imprevisto” che sfida la norma in Palestina

Feb 19, 2022 | Iniziative, Notizie

CECILIA DALLA NEGRA > 17 FEBBRAIO 2022: https://orientxxi.info/magazine/articles-en-italien/malak-mattar-il-soggetto-imprevisto-che-sfida-la-norma-in-palestina,5384

Malak Mattar, giovane artista della striscia di Gaza, è in Italia per la prima volta per accompagnare un’esposizione itinerante delle sue opere, ospite dell’associazione Assopace Palestina. Orient XXI Italia l’ha incontrata a Roma, dove sarà presente alla Casa Internazionale delle Donne dal 18 al 20 febbraio.

Distrutto 26.760 giorni fa: cercando notizie del villaggio di al-Jura, affacciato sul mar Mediterraneo, è la prima informazione che si trova. È da lì che proviene la famiglia di Malak Mattar, giovane artista palestinese oggi famosa in tutto il mondo, nata nel 1999 e cresciuta nella Striscia di Gaza. “Avevamo una grande casa a pochi passi dal mare che oggi non esiste più. Ciò che so del mio villaggio lo devo ai racconti di mia nonna, costretta ad abbandonarlo nel 1948 durante la Nakba, e rifugiata a Gaza come migliaia di altre persone”, racconta Mattar.

La incontriamo a Roma, in un pomeriggio quasi primaverile, durante una tappa del suo primo tour italiano. Mentre parla, tiene stretta tra le mani una tazza di caffè, che gira incessantemente tra le dita. “Da bambina non parlavo molto, ma osservavo tutto ciò che mi circondava. Cosa fosse per me ‘casa’ è sempre stata una questione complessa da comprendere”, spiega. Ha gli occhi grandi di chi è abituato ad osservare, il volto serio che dimostra più vita di quanta ne abbia vissuta, le mani sempre in movimento. “Credevo che Gaza lo fosse, perché non avevo conosciuto altro. Poi ho scoperto di appartenere a una famiglia di persone rifugiate. Dipingere è diventato un modo per riconnettermi alle mie radici. Penso a ciò che ha valore per me e lo porto sulla tela”, spiega.

Come le olive, che le ricordano la stagione della raccolta – “la mia preferita, perché ogni membro della famiglia ha un compito da portare a termine”; o le arance di Jaffa, simbolo di una storia ormai rimossa, di un passato rubato; gli animali – “anche loro vittime delle guerre israeliane, anche se nessuno ci pensa mai”; e i colori, “una forma di ribellione al buio in cui siamo costretti”. E le donne. Sempre e solo loro, al centro dei suoi dipinti. Talvolta fiere, erette. Molto più spesso strette le une alle altre in un abbraccio, con il capo leggermente inclinato. “Non un segno di debolezza”, spiega Mattar, “ma della profondità del nostro animo”.

NÉ VITTIME NÉ EROINE

Provo a dipingere gli uomini, ma ogni volta che lo faccio si trasformano sulla tela”, prosegue. “Non è intenzionale, le donne sono ciò che conosco meglio. Sono cresciuta circondata dalle donne, affascinata dalla forza di mia nonna e di mia madre, ossessionata dal legame che si crea attraverso la maternità. Parlare con gli uomini, a Gaza, è una sorta di tabù, e anni di assedio hanno prodotto in loro una mascolinità tossica che gli impedisce di esprimere ciò che sentono, spingendoli a nascondere la propria fragilità”, racconta. “Per noi è diverso. Sono convinta che il coraggio di mostrare la nostra vulnerabilità rappresenti in realtà la nostra più grande forza. Come donne palestinesi siamo sempre costrette in una dicotomia che ci vuole vittime o eroine: per me è fondamentale non essere private della nostra soggettività”.

Crescere in una comunità ancora saldamente patriarcale, in un territorio assediato e controllato militarmente, non è stato facile. “La società fatica ad accettare che una donna possa essere forte, libera, ribelle, e pretende di controllare ogni aspetto della sua vita. In quella palestinese viene posta grande enfasi sulla figura della ‘brava donna’, che vive e veste con modestia, si dedica alla famiglia, sopporta una vita miserabile. E più sopporta, più sarà degna di rispetto. Quei panni mi sono andati stretti sin da bambina. Ho sempre posto domande che non trovavano riposte. In questo senso penso di essere stata femminista fin da piccola: rifiutavo di arrendermi a ciò che era previsto per me. Non volevo essere quella ‘brava donna’, ma soltanto me stessa. Ho lottato molto duramente e a 17 anni ho lasciato Gaza per rincorrere i miei sogni”.

Quando inizia ad esporre le prime opere, Mattar ha appena 16 anni ma è già sopravvissuta a tre guerre. L’arte, per lei, è un modo per dare voce a quel travagliato mondo interiore che le parole non bastano a raccontare. “La prima volta che ho assistito ad un attacco militare israeliano avevo 8 anni. Ho capito che quell’esperienza e i racconti della Nakba di mia nonna erano collegati. Si resta vive, ma mai del tutto. Eravamo sopravvissute a una guerra o a un’altra, ma quei ricordi avrebbero continuato ad abitarci per sempre”. Poi l’attacco del 2014, l’operazione “Margine di Protezione” che costa la vita a 2.300 persone e rade al suolo la Striscia di Gaza. Mattar ha 15 anni. “Qualcosa dentro di me si è spezzato. Ho smesso di parlare, sono rimasta in silenzio per mesi. Ma ho cominciato a dipingere ed è iniziato il mio viaggio”, ricorda.

Tra qualche diffidenza inizia ad esporre a Gaza. “Lo scenario artistico locale è molto vivo, ma dominato dagli uomini. L’arte femminile è contemplata, ma solo se decorativa. Dalle donne ci si aspetta grazia, buon gusto, delicatezza. ‘Dipingi cose belle, come i fiori’, mi dicevano, raccomandandomi di non essere politica. Non ne ho mai compreso il senso: sono una giovane artista, donna e palestinese, che si muove nello spazio di Gaza: la mia stessa esistenza è politica”, sorride Mattar.

Presto, grazie ai social network, arriva la notorietà. Viene invitata ad esporre le sue opere negli Stati Uniti e in Europa. “Le donne che dipingo – sorride con amarezza – sono più libere di me”. Perché da Gaza escono le sue tele, ma non lei. Per farlo, passano al vaglio di una commissione israeliana che controlla nel dettaglio ogni dipinto, perché non vi sia traccia di simbologia militante. “Non vorrei che la mia arte fosse necessariamente una forma di attivismo, che la mia vita fosse una sorta di militanza. Ma è naturale che lo diventino. Quando sei un essere umano non previsto, non voluto, il solo gesto di respirare è una forma di resistenza. Israele ha spesso dichiarato di volerci eliminare: vivere la mia vita liberamente, dipingere, viaggiare, essere qui in questo momento, essere ciò che il regime non desidera, è un gesto di opposizione”.

L’ultima volta che ha attraversato il valico di Eretz, dopo essere rimasta bloccata a Gaza a lungo, i militari israeliani le hanno confiscato i cosmetici. “Io penso che si possa vivere sotto assedio ma avere comunque diritto alla cura di sé”, afferma sarcasticamente Mattar. “Le donne che dipingo hanno spesso il rossetto: anche questo per me è un atto politico”.

Oggi Malak Mattar vive e studia in Turchia, ma sogna di tornare a Gaza e aprire uno spazio culturale tutto al femminile, nel quale l’espressione artistica non sia considerata un passatempo. Un luogo dove incoraggiare le donne ad essere ciò che desiderano. “Ho imparato a non dare molto peso a come vengo considerata. Per alcuni sono una terrorista, per altri una vittima; per alcuni un’eroina, per altri una donna oppressa. Certamente sono una ribelle, una pensatrice, che desidera dipingere l’esperienza umana. Credo fermamente che essere noi stesse, al di là di ciò che è considerata la norma, sia un atto rivoluzionario”.

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