Israele-Palestina e la ‘dottrina Goodman’

Gen 6, 2022 | Riflessioni

di Anna Momigliano,

Il Mulino, 30 novembre 2021. 

Oggi non esistono gli elementi per risolvere nel breve periodo il problema dell’Occupazione. Ma, contemporaneamente, non è sostenibile andare avanti con l’Occupazione come si è fatto negli ultimi decenni. Come uscirne?

Foto: Federico Neri

Si fa un gran parlare, in Israele, e nella stampa internazionale, della dottrina del «conflitto ridotto». In ebraico, tzimtzum hasikhsukh, cioè riduzione, o contrazione, del conflitto, ma in inglese l’hanno tradotto «shrinking the conflict», ristringere il conflitto, che trasmette più ottimismo. In realtà, è quanto di più lontano dall’ottimismo, e anche il nome rischia di essere fuorviante, perché l’approccio riguarda soltanto una parte del conflitto, l’Occupazione della Cisgiordania.

La dottrina del «conflitto ridotto» è stata messa appunto qualche anno fa da Micah Goodman, filosofo e intellettuale pubblico piuttosto noto in patria, autore di molti libri e ricercatore del Shalom Hartman Institute, però se ne sta parlando ora perché sembra essere stata sposata, almeno in parte, o almeno a parole, dal nuovo governo israeliano, il primo successivo all’era-Netanyahu, dove due leader diversissimi tra loro, il centrista Yair Lapid e il nazionalista Naftali Bennett, condividono la carica di primo ministro a rotazione, in una coalizione che include anche la sinistra (Meretz, Labor) e la Lista Araba Unita. Sia Lapid che Bennett hanno parlato di «conflitto ridotto» nei loro discorsi e Bennett, pare, avrebbe scelto Goodman come consigliere ufficioso.

L’idea è che oggi non esistono gli elementi per risolvere nel breve periodo il problema dell’Occupazione; ma, contemporaneamente, non è sostenibile andare avanti con l’Occupazione come si è fatto negli ultimi decenni. Se l’Occupazione della Cisgiordania non può essere smantellata nel breve, e se non può essere nemmeno congelata, o peggio ancora espansa e consolidata, allora non resta che ridurla ai minimi termini. Non risolvere il conflitto, cioè l’Occupazione, né normalizzarla, cioè proseguire nell’annessione di fatto, bensì «ristringerla».

È un approccio interessante – secondo me, più per i presupposti da cui parte che per le sue conclusioni – ma limitato, che sottovaluta l’impatto di alcuni elementi, specie dal punto di vista dei palestinesi. Un’altra questione è poi l’applicazione che ne voglia davvero fare il governo israeliano. Qui sotto proverò a partire dalle premesse storiche e strategiche della dottrina-Goodman, per poi approfondirne i contenuti, analizzarne i punti di forza e le fragilità intrinsechi, e infine aggiungere una valutazione su come potrebbero essere applicate (o non applicate) nelle attuali condizioni politiche.

Il contesto storico e strategico. Dal 1967, Israele mantiene un’occupazione militare e la presenza di insediamenti civili nella Cisgiordania, o West Bank, dove abitano quasi tre milioni di palestinesi e circa mezzo milione di coloni israeliani (fino al 2005 manteneva un’occupazione analoga della Striscia di Gaza, su cui continua a imporre un blocco dei confini, insieme all’Egitto, e navale). Sebbene i palestinesi di Cisgiordania godano di qualche forma di autonomia, specie nella cosiddetta «area A» sotto il controllo dell’Autorità palestinese (Anp), questo di fatto significa che Israele ha il controllo sulla vita di milioni di persone che cittadini israeliani non sono, controllandone la libertà di movimento, e imponendo la presenza e le azioni delle sue forze di sicurezza. L’Occupazione potrebbe essere descritta come il controllo da parte di un governo di una popolazione che quel governo non ha la possibilità di eleggerlo.

Assistiamo al controllo da parte di un governo di una popolazione che quel governo non ha la possibilità di eleggerlo: non c’è bisogno di essere fini analisti politici, né filo-palestinesi, per capire che lo status quo è ingiusto

Non c’è bisogno di essere fini analisti politici, né particolarmente filo-palestinesi, per capire che lo status quo è ingiusto. A rigor di logica, se ne esce in due modi: o Israele ritira la sua presenza militare dalla Cisgiordania (la formula «due popoli e due Stati» alla base del tentato processo di pace negli anni Novanta), o si estendono i diritti civili ai palestinesi (la cosiddetta «soluzione binazionale»). Quello che è successo sul campo, però, è un’altra cosa: negli ultimi decenni Israele ha consolidato l’Occupazione in quella che ha molti crismi, se non tutti, di un’annessione di fatto. La popolazione dei coloni è cresciuta e la loro presenza è stata normalizzata e integrata nella società israeliana. Dettaglio non piccolo, i coloni possono votare alle elezioni israeliane, nonostante Israele non abbia procedure per il voto all’estero, salvo per i diplomatici, e questo rende l’idea di come, sebbene non sia stata annessa, la Cisgiordania non sia neppure considerata propriamente «altro» dal territorio israeliano (detto con parole diverse, un comune cittadino israeliano non può votare da Londra, ma dalla West Bank sì). Uno dei risultati è che nello stesso territorio convivono due popolazioni, di cui soltanto una è coinvolta nel processo democratico per eleggere chi quel territorio di fatto lo controlla.

Nello stesso territorio convivono due popolazioni, di cui soltanto una è coinvolta nel processo democratico per eleggere chi quel territorio di fatto lo controlla

Per un certo periodo c’è stato nel panorama politico e culturale israeliano un blocco, prevalentemente di sinistra, che invocava il ritiro dai Territori, se non nel breve, almeno nel medio periodo, con diverse argomentazioni: etica, demografica, diplomatica e di sicurezza. L’argomentazione etica sosteneva che il dominio di un altro popolo è moralmente sbagliato. Quella demografica sosteneva che, col passare del tempo, l’Occupazione si sarebbe trasformata in un’annessione, e che dunque Israele si sarebbe trovata con un territorio dove i palestinesi sono la maggioranza, e due possibilità: concedere la cittadinanza a tre milioni di palestinesi, diventando uno stato binazionale democratico, o diventare, esplicitamente, un Paese non democratico, dove la maggioranza non ha diritto di voto. In altre parole, l’Occupazione rappresenterebbe la fine di Israele come Stato ebraico e democratica. L’argomentazione diplomatica sosteneva che l’Occupazione avrebbe spinto la comunità internazionale a isolare Israele, proprio come aveva fatto col Sudafrica negli anni Ottanta, con danni enormi per l’economia. L’argomentazione della sicurezza, infine, sosteneva che, a furia di opprimere i palestinesi, Israele si sarebbe ritrovato con una terza Intifada.

E il campo pro-Occupazione? A parole, persino Netanyahu dichiarò di sostenere la soluzione «due popoli, due Stati», ma nei fatti sappiamo bene che non fu così e che la sua destra ha fatto dello status quo un obiettivo. Chi, a parole o nei fatti, sostiene la necessità di continuare l’occupazione, lo ha fatto con tre argomenti, separati ma sovrapponibili. C’è la motivazione religioso-ideologica, il mito della Grande Israele, che vede nella West Bank un diritto del popolo ebraico e, come tutte le posizioni graniticamente religiose e ideologiche, non dà rilevanza ad altri argomenti. C’è la motivazione di sicurezza, per cui se Israele si ritirasse dai Territori diventerebbe più vulnerabile agli attacchi palestinesi. C’è poi una certa attitudine verso il dossier democrazia: da un lato, un autoconvincersi che non è vero che l’Occupazione costituisce un deficit di democrazia, perché Israele non ha mica annesso la Cisgiordania, e i palestinesi sono governati dall’Anp; dall’altro, il sottotesto che, se anche ci fosse, il deficit di democrazia non sarebbe poi così un problema; del resto non si può avere tutto.

Goodman, il filosofo, sostiene che hanno ragione sia la destra sia la sinistra, ma su cose diverse. La destra, dice, ha ragione sulla sicurezza e sulla diplomazia, mentre la sinistra ha ragione sull’etica, sulla demografia, e su una visione del futuro a lungo termine.

I due principali incentivi che potrebbero spingere Israele a un ritiro – il rischio di una terza intifada in Cisgiordania e la pressione internazionale – non si stanno concretizzando 

La storia recente, nella visione di Goodman, dimostrerebbe che quando Israele si ritira da un Territorio occupato, quello che ottiene è meno sicurezza, non più sicurezza, come è successo dopo il disimpegno da Gaza nel 2005. Oggi a Gaza c’è Hamas, e da lì partono i razzi sulla popolazione israeliana, a cui Israele risponde peraltro con bombardamenti ben più letali, mentre sul confine con la Cisgiordania, dove l’Occupazione prosegue, la situazione è relativamente tranquilla. Inoltre, è evidente che le pressioni della comunità internazionale non hanno avuto un impatto tale da mettere in difficoltà l’economia israeliana. Insomma, i due principali incentivi che potrebbero spingere Israele a un ritiro – il rischio di una terza intifada in Cisgiordania e la pressione internazionale – non si stanno concretizzando.

La destra però sbaglia di grosso, secondo il filosofo, perché non coglie, o finge di non vedere, il deficit democratico intrinseco all’Occupazione e le conseguenze pratiche che rischia di avere. «Stiamo derubando un’altra nazione della sua libertà, e questo non è etico, non è ebraico e non è eppure sionista, perché il sionismo nasce dal principio dell’autodeterminazione dei popoli», ha detto in una delle sue lezioni. L’Occupazione non è solo sbagliata e antidemocratica, prosegue, ma alla lunga finirà per diventare una minaccia strategica. «Cosa succede se andiamo avanti con lo status quo nella Cisgiordania? Che con ogni probabilità l’Anp collasserà, e tre milioni di palestinesi saranno assorbiti in Israele e diventeremo uno Stato binazionale», dice Goodman, convinto che uno Stato binazionale tra due popolazioni ostili è di per sé pericoloso, e che porta Libano e Bosnia come esempi di «un esperimento finito male».

Se lo status quo non può essere smantellato ma neppure mantenuto, allora va «ridotto», ma come? Goodman suggerisce otto punti. Uno: garantire ai palestinesi libertà di movimento all’interno dell’Anp, costruendo strade che permettano di bypassare le aree a maggioranza ebraica, e dunque i checkpoint. Due: ampliare l’area A, quella dove i palestinesi hanno maggiore autonomia. Tre: facilitare il movimento dei palestinesi verso l’estero. Quattro: facilitare l’ingresso in Israele per ragioni di lavoro. Cinque: allocare terreni dell’area C, quella a maggiore controllo israeliano, ad attività commerciali palestinesi. Sei: nessuna espansione degli insediamenti, al di fuori dei grandi blocchi già a maggioranza ebraica. Sette: favorire il commercio internazionale. E, otto: fine della gestione israeliana delle imposte palestinesi.

I più critici dicono che è una foglia di fico. Un’Occupazione dal volto umano, questo il ragionamento, permetterebbe a Israele di mantenere la sua presenza in Cisgiordania, allora tanto vale lo status quo. Però questa obiezione non tiene conto del fatto che la tendenza attuale è di espansione continua delle colonie, e che se non viene fermata porterà a un punto di non ritorno. «Rimpicciolire» l’Occupazione è necessario non solo per renderla più tollerabile ma, soprattutto, per mantenerla reversibile.

La dottrina Goodman ha però ben altre debolezze. Per esempio, sottovaluta il peso della crisi a Gaza, dove la situazione è così tesa che rischia di fare saltare tutto. Poi, respinge di default la soluzione binazionale, quasi senza farsi domande. Il filosofo sembra ignorare, o non prendere sul serio, che alcuni palestinesi cominciano a vedere la loro lotta in termini più di diritti civili che di liberazione nazionale: visto che l’annessione-di-fatto c’è, conviene loro puntare a uno stato binazionale dove presto sarebbero la maggioranza.

Infine, c’è il fermo dell’espansione degli insediamenti, che dovrebbe essere il cardine principale di un piano per indebolire l’Occupazione. Goodman in realtà propone di fermare l’espansione al di là dei blocchi urbani principali, e già su questo si potrebbe avere qualcosa da opinare. Ma la vera domanda riguarda l’intenzione di questo governo. La coalizione guidata da Bennett e da Lapid è composta anche da partiti che rappresentano gli insediamenti, e lo stesso Bennett è vicino a una parte dei coloni: davvero è pensabile metta loro un freno? Il rischio, insomma, è che l’esecutivo prenda solo gli aspetti più facili della dottrina-Goodman, qualche strada in più e qualche checkpoint in meno, ignorando il punto principale, il congelamento degli insediamenti. Senza quello, non c’è nessun vero ridimensionamento, e ogni mossa sarebbe davvero una foglia di fico.

https://rivistailmulino.it/a/israele-palestina-e-la-dottrina-goodman#

Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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1 commento

  1. Sebastiano Comis

    L’avvertenza ‘non sempre etc. ‘ mi sembra fuori luogo. Se la redazione ha pubblicato l’articolo vuol dire che lo ha ritenuto interessante, come la Momigliano trova interessante l’approccio di Goodman alla questione dell’occupazione. Poi ogni lettore farà le sue valutazioni.
    La mia è anzitutto che la Momigliano trucca le carte. Ad esempio, parla di 500.000 coloni anziché 700.000 perché considera Gerusalemme Est, coi suoi 200.000 coloni, come territorio israeliano. Dice anche che Israele fino al 2005 occupava Gaza maniera analoga, mentre in realtà a Gaza i coloni israeliani erano 8000 su una popolazione di oltre un milione di arabi.
    A parte questo, il tono dell’articolo è quello di una pacata discussione nella quale si accettano educatamente le affermazioni anche più scandalose.
    Apartheid? No, deficit di democrazia, o tutt’al più una ‘questione etica’. E comunque non è un gran problema. La Cisgiordania’ occupata? E’ ‘relativamente tranquilla’. Il pericolo ignorato da Goodman? La crisi di Gaza ‘dove la situazione ‘è così tesa (sic) che rischia di far saltare tutto’.
    Alla fine, sostiene la Momigliano, basterebbe congelare gli insediamenti: cioè qualcosa richiesto perfino dall’America, che escludeva però la colonizzazione di Gerusalemme Est. Ma neanche questa moratoria è stata osservata da Israele peer più di qualche mese,.
    Da ultimo, non si capisce perché una rivista prestigiosa come il Mulino pubblichi un contributo poco più che scolastico sia per contenuti che per l’italiano approssimativo dell’articolista.

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