Fuggire da un inferno per un altro: perché i gazawi muoiono in mare per essere liberi

Dic 1, 2021 | Riflessioni

di Muhammad Shehada,

The New Arab, 29 novembre 2021. 

Molti giovani palestinesi rischiano la vita in mare o sono costretti in un limbo senza fine in un campo europeo, pur di sfuggire alla mostruosità che è il blocco di Gaza.

Pescatori palestinesi sulla loro piccola barca da pesca, al tramonto al largo della costa di Gaza City, 24 novembre 2021. [Getty]

Domenica mattina, 14 novembre, i gazawi di tutte le estrazioni politiche e di tutti i ceti sociali sono sciamati verso la casa di Ayman Abu Rujaiyla a Khan Younis per partecipare al funerale di suo figlio Anas.

Pianto come un “martire”, il corpo di Anas è stato portato a riva il 9 novembre in Turchia. Due giorni prima, il corpo di un suo compagno, Abu Adham al-Farra, sposato e padre, era stato scoperto in modo simile su una spiaggia turca.

I due si erano imbarcati su un gommone inadatto al mare e senza bussola da Bodrum in Turchia il venerdì precedente, insieme ad altri nove gazawi, sperando di raggiungere l’isola greca di Kos e chiedere asilo. La loro imbarcazione si è rovesciata a metà strada, e gli occupanti sono rimasti bloccati in mare al buio, lottando per la loro vita, finché tre di loro sono annegati. Gli altri sono stati catturati dalle autorità turche.

L’unico desiderio delle tre vittime era quello di vivere; sono morti mentre cercavano disperatamente di trovare una nuova vita per se stessi e per le loro famiglie.

La gente di Gaza è stata scioccata nel profondo da una breve registrazione audio di uno dei sopravvissuti, Yahia Barbakh. Con una voce angosciata e in preda al panico, ha raccontato a sua madre come erano stati “sul punto di annegare in mare per due ore”, durante le quali ha visto impotente il suo vicino e amico Abu Adham morire davanti ai suoi occhi.

“Abu Adham è morto. È affogato, mamma… I pesci l’avranno mangiato… È morto… Dillo alla sua famiglia”, ha detto.

Il dolore e l’angoscia nella voce di Yahia hanno avuto un’eco profonda nella popolazione assediata di Gaza. Folle gigantesche si sono presentate al funerale di Anas perché la maggior parte dei giovani di Gaza possono facilmente identificarsi con la sua tragica storia. Conoscono bene la disperazione che ha costretto quegli 11 richiedenti asilo a rischiare la vita su un gommone insicuro per sfuggire alla bocca di quello squalo in cui il blocco di Israele ha trasformato Gaza.

Sebbene siano tra le popolazioni più istruite della regione, i giovani di Gaza sono stati resi senza futuro e senza lavoro da 15 anni di draconiano assedio israeliano, punteggiato da periodici attacchi militari che hanno compromesso l’economia dell’enclave e colpito le sue infrastrutture.

L’ONU stima che il solo blocco di Israele sia costato a Gaza più di 16,7 miliardi di dollari tra il 2007 e il 2018 (più dell’intero PIL della Palestina di 15,56 miliardi di dollari). Le restrizioni e le sanzioni arbitrarie di Israele sono aggravate dai ripetuti attacchi israeliani alle strutture economiche e alle infrastrutture vitali di Gaza, che hanno avuto conseguenze disastrose sul sostentamento e sulla forza lavoro della popolazione.

Raggiungendo un impressionante 44,7%, i tassi di disoccupazione di Gaza sono tra i più alti del mondo, con due terzi delle donne e dei giovani disoccupati. I tassi di povertà senza pari di Gaza indicano anche un disastro umanitario, visto che l’80% della popolazione dipende dagli aiuti.

Questo si aggiunge a una lunga lista di crisi ricorrenti, tra cui la mancanza di elettricità per più di metà della giornata, i livelli di contaminazione dell’acqua vicini al 97%, per non parlare del rischio di perdere la vita da un momento all’altro in un attacco aereo israeliano, un attacco di droni o il fuoco dell’artiglieria.

Questo è il motivo per cui i giovani di Gaza stanno letteralmente morendo pur di sfuggire all’assedio draconiano di Israele che ha trasformato l’enclave in uno slum inabitabile. È per questo che quegli undici gazawi hanno scelto di rischiare su quella che i palestinesi chiamano una “barca della morte” e sfidare il loro destino piuttosto che continuare a morire lentamente a Gaza.

Con il governo israeliano che uccide ogni possibilità di sviluppo o di sopravvivenza di Gaza, le scelte possibili per i suoi giovani sono: o annegare in mare o annegare nei debiti, nella disperazione, nel bisogno e nell’indigenza.

E il loro viaggio disperato non è economico. Come un numero crescente di giovani gazawi senza speranza, le vittime di questa barca della morte sono andati in Turchia con un visto turistico che costa circa 200 dollari a Gaza. Alcuni pagano poi altri 500-1.200 dollari agli egiziani come tangente per poter uscire da Gaza più velocemente, e poi centinaia di dollari in navette e voli per raggiungere la Turchia. Queste cifre sono astronomiche rispetto all’economia compromessa di Gaza e per la gioventù a corto di denaro, le cui famiglie di solito vendono molto di ciò che possiedono e prendono in prestito molto denaro per finanziare questo viaggio.

Anas, per esempio, era stato bloccato in Turchia per 11 mesi, incapace di ottenere un permesso di soggiorno che gli avrebbe consentito di trovare lavoro. Viveva con le misere elemosine che la sua famiglia si faceva prestare da amici e vicini. Poi ha dovuto pagare 1.500 dollari ai contrabbandieri per poter salire a bordo del gommone che gli ha tolto la vita. La sua famiglia, con il cuore spezzato, è rimasta ora con l’angoscia di aver perduto una persona cara e con l’angoscia di affrontare grossi debiti per ripagare quanto preso in prestito nella speranza di portare Anas in Europa.

Ciò che è ancora più straziante è il fatto che Anas e i suoi amici non volevano lasciare Gaza, ma si sono sentiti costretti a farlo. In una precedente registrazione di Yahia, egli dice piangendo a sua madre che è stato “bruciato” dal suo tentativo di fuga.  “Voglio tornare a Gaza, o Dio! Lo giuro. Gaza è meglio per me”, ha detto.

Se quei giovani di Gaza avessero avuto anche la minima parvenza di una vita normale a Gaza o la possibilità di assicurarsi un minimo di sussistenza, non sarebbero mai partiti.

Mentre rischiavano la vita, i passeggeri di quella nave della morte probabilmente sapevano che anche se avessero raggiunto con successo la Grecia, sarebbero stati ben lontani da un lieto fine alla loro storia.

Negli ultimi anni, paesi dell’UE come Grecia, Malta e Italia sono diventati sempre più inospitali e ostili nei confronti dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Il governo greco è stato accusato di adottare respingimenti e violenze contro i richiedenti asilo come politica di frontiera de facto. Quelli che ce la fanno vengono poi messi in campi e centri di detenzione non sicuri a tempo indeterminato in attesa che le loro domande vengano elaborate. Le condizioni nella maggior parte di questi campi sono a dir poco spaventose, perché in essi i migranti soffrono di sovraffollamento, accesso inadeguato al cibo, all’acqua corrente o all’igiene di base.

Ecco perché dovrebbe essere molto eloquente sulle attuali condizioni di vita di Gaza il fatto che il blocco abbia ridotto i sogni e le aspirazioni di un’intera generazione al destino di essere bloccati all’infinito in un campo in Grecia. Questa mostruosità deve finire immediatamente e senza condizioni.

https://english.alaraby.co.uk/opinion/why-gazans-are-dying-sea-be-free

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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