Dall’Irlanda alla Palestina storica, riconoscere le lingue native è un passo cruciale per la decolonizzazione

Dic 8, 2021 | Riflessioni

di Lisa Hanania,

The New Arab, 6 dicembre 2021. 

Manifestanti pro-palestinesi in O’Connell Street, Dublino, durante una protesta “Rally for Palestine”. Sabato 22 maggio 2021, Dublino, Irlanda. [Getty]

Un cartello che ho comprato a Belfast è appeso a una parete del mio appartamento a Jaffa, insieme a numerosi oggetti d’artigianato palestinesi. In gaelico, la lingua irlandese, c’è scritto:” Níl aon tinteán mar do thinteán féin”, che si può tradurre con “casa dolce casa”.

Ho preso come una decisione politica attiva quella di dedicare uno spazio speciale a questa scritta irlandese, perché anche in Palestina condividiamo una simile lotta: la lotta per riconoscere le lingue native di ogni terra.

Quando ho visitato Belfast, in Irlanda del Nord, in un viaggio organizzato dal co-direttore dell’IPCRI (Israel/ Palestine Center for Research and Information), Liel Maghen, nell’ottobre 2021, ho trovato un problema centrale ancora da risolvere: il gaelico, la lingua irlandese, non è ancora formalmente riconosciuto e non ha lo status che merita. Allo stesso modo, dove vivo, l’arabo –la mia lingua madre e la lingua madre dei palestinesi che vivono in Israele– deve ancora ricevere il suo status storico e formale. Riconoscere legalmente queste lingue e restituirle al loro posto naturale nei rispettivi paesi è un passo fondamentale per la decolonizzazione e per realizzare l’autodeterminazione dei palestinesi nella Palestina storica e degli irlandesi nell’Irlanda del Nord.

L’Accordo del Venerdì Santo, firmato nel 1998 e che ha posto fine alla maggior parte delle violenze tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord, riconosce la necessità di una “diversità linguistica” e sottolinea l’idea che la lingua irlandese, così come la lingua degli Scozzesi dell’Ulster, sono “parte della ricchezza culturale dell’Isola d’Irlanda.”

Più di 23 anni dopo gli accordi di pace, l’Irlanda del Nord non è ancora in grado di approvare l’Irish Language Act, una legge che darebbe all’irlandese uno status uguale all’inglese. Il disaccordo politico su questa legge è stato un grosso ostacolo che ha impedito la formazione dell’esecutivo dell’Irlanda del Nord dal 2017 al 2020.

Mentre ho sentito molte ragioni per cui non è “il momento opportuno” per approvare questa legge, il vero catalizzatore di questa resistenza è la paura: la paura di perdere l’egemonia e il potere che deriva dall’esclusività nei campi della conoscenza e della cultura. Rendere l’irlandese una lingua formale e di pari status nell’Irlanda del Nord significherebbe che la lingua inglese, e quindi per estensione la colonizzazione inglese, non gode più di un potere culturale esclusivo.

Dopo più di due decenni dagli accordi di pace, la formalizzazione della lingua irlandese avanzerebbe ulteriormente il mantenimento della pace e garantirebbe la decolonizzazione. Tuttavia, lo sforzo per il riconoscimento languisce ancora nell’Irlanda del Nord.

L’arabo, d’altra parte, è ancora più lontano dal riconoscimento e, nonostante la popolarità della lingua, deve vivere all’interno delle esistenti strutture di potere israeliane e palestinesi, mentre il conflitto continua a dividere entrambe le comunità.

Nell’ambito di una radicalizzazione in corso nella società israeliana, con più partiti di estrema destra che guadagnano seggi nella Knesset israeliana, nel 2018 è stata approvata una legge fondamentale che ha definito “Israele come lo Stato-nazione del popolo ebraico” dando così formalmente agli ebrei uno status speciale nello stato ebraico così ridefinito e ha specificato che l’ebraico è la lingua ufficiale di Israele. L’arabo, la lingua madre del 20 per cento della popolazione israeliana –i cittadini arabi palestinesi– è stato ora rimosso dallo status di “semi-formale” che aveva nelle leggi della Palestina ai tempi del Mandato britannico.

L’arabo fa scattare paura e odio in molti israeliani perché è, soprattutto, la lingua del “nemico palestinese”. Nonostante l’arabo sia la lingua madre del 20% della popolazione palestinese del 1948, non viene insegnato formalmente nelle scuole ebraiche di tutto il paese. Le scuole che insegnano l’arabo spesso insegnano insieme il gergo militare, cosa che servirà a questi studenti quando poi diventeranno soldati dell’esercito israeliano, preservando così l’occupazione della Cisgiordania e l’assedio di Gaza. Con questa mentalità, gli israeliani spogliano l’arabo dalla sua bellezza, ricchezza e vivacità, e trasformano invece la lingua in uno strumento di guerra.

Negli ultimi anni, in particolare in seguito agli accordi di normalizzazione tra i paesi del Golfo e Israele, l’arabo ha acquisito subconsciamente un nuovo status tra gli ebrei israeliani, nonostante i cambiamenti formali della legge. Parole e nomi arabi si sono sempre più infiltrati nella lingua ebraica, come nei ristoranti e nei bar di Tel Aviv che vantano nomi e cibi arabi nei loro menu, anche se i proprietari sono ebrei israeliani. La domanda di lezioni di arabo tra gli ebrei è in aumento a Tel Aviv e Haifa, e le varie stazioni radio dell’esercito israeliano trasmettono musica del famoso cantante libanese Fairouz e di altri nel corso di spettacoli popolari.

Da un punto di vista non politico, questo spostamento potrebbe essere considerato positivo. Tuttavia, di fatto, questa lingua continua ad esser costretta all’interno delle strutture di potere esistenti, israeliane e palestinesi. C’è un tentativo quasi deliberato nella società israeliana di scollegare la “palestinità” dalla lingua araba, qualcosa che gli israeliani hanno già fatto con l’appropriazione culturale delle tradizioni palestinesi.

Trattato in questo modo atomizzato, separato dal suo significato culturale e dal suo popolo, l’arabo sta per diventare il nuovo “Falafel israeliano”.

A East Belfast, un’iniziativa avviata da un’importante attivista per i diritti linguistici, Linda Ervine, per insegnare l’irlandese ai protestanti, ha avuto un enorme successo e ora si sta pensando di aprire un asilo di lingua irlandese. Sebbene il suo lavoro non sia stato facile e abbia dovuto affrontare molta opposizione, ciò che Ervine ha fatto a East Belfast è rivoluzionario: ha contribuito quasi da sola ad avviare un processo per allentare la tensione intorno alla lingua irlandese. Lo ha fatto chiedendo alle persone di abbracciare la lingua irlandese come parte di una storia e un’identità condivisa delle varie persone che vivono nell’Irlanda del Nord, indipendentemente da quale “parte” fossero state o siano ora.

Il gaelico e l’arabo hanno percorso strade diverse nella loro ricerca di riconoscimento come lingue native della rispettiva terra. Mentre l’Irlanda del Nord è diventata più consapevole e attiva nel processo di depoliticizzazione e decolonizzazione dell’irlandesità e della lingua irlandese, nella Palestina storica, l’arabo è ancora usato come strumento di guerra o praticato in un contesto coloniale strisciante.

Se non si accettano queste lingue come lingue formali e non si concede a loro e alle culture ad esse collegate il loro spazio reale e autentico nella società, non saremo mai in grado di creare l’uguaglianza, che è l’unica base per una pace sostenibile.

Lisa Hanania, palestinese della città di Jaffa, è fondatrice e manager della più grande comunità online della città: “Secret Jaffa”

https://english.alaraby.co.uk/opinion/gaelic-arabic-and-decolonisation-ireland-palestine

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

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