Il ‘brutto israeliano’ all’estero e in patria

Dic 2, 2021 | Riflessioni

di Naomi Chazan,

The Times of Israel, 29 novembre 2021. 

La violenza fisica e verbale diffusa nasce da profonde disuguaglianze di potere, tra cui la principale è l’occupazione tuttora in corso delle terre conquistate nel 1967.

La polizia antisommossa israeliana affronta un uomo ebreo mentre scoppiano scontri tra arabi, polizia ed ebrei, nella città mista di Lod, Israele centrale, mercoledì 12 maggio 2021. (AP Photo/Heidi Levine)

Gli israeliani che viaggiano fuori dal paese hanno sviluppato una reputazione di indisciplina e maleducazione. Un incontro casuale al banco del check-in all’aeroporto di Madrid una settimana fa mi ha fatto percepire abbondantemente questa sensazione. Dopo aver raggiunto la donna allo sportello e aver chiesto scusa per il mio ritardo nel trovare il modulo di localizzazione per l’ingresso in Gran Bretagna, aver controllato i bagagli e averla ringraziata per la sua pazienza, lei mi ha chiesto di togliermi la mascherina. Una richiesta di routine in questi giorni complicati di viaggi internazionali. E poi mi ha ringraziato, dicendo che aveva voluto vedere la faccia della prima persona, in dodici anni con le compagnie aeree, “del vostro paese” che non ha alzato la voce, litigato o urlato “specialmente a sua moglie”. Sono rimasta sbalordita. Mi sono scusata per i miei compatrioti, ma mi è stato detto che non era colpa mia. Non ha capito quando le ho spiegato che mi rincresceva che questo fosse il modo in cui lei vede gli israeliani.

È troppo facile liquidare questo breve scambio come prova di antisemitismo, antisionismo o sentimenti anti-israeliani in aumento. Mi torna in mente un’immagine di 36 ore prima, quando un volo in ritardo e totalmente in overbooking della stessa compagnia aerea ha lasciato indietro circa 30 passeggeri che avevano aspettato ore per il check-in. Il caos provocato dai passeggeri israeliani è stato incredibile, così come era imperdonabile il modo in cui sono stati trattati. Il volo è atterrato con undici ore di ritardo senza una sola valigia nella stiva. Il successivo pandemonio preferisco lasciarlo all’immaginazione.

Eppure questi episodi sono comuni. I cittadini israeliani, nei loro modi liberi e franchi, sono da sempre conosciuti per la vocalità sia della loro gioia che delle loro frustrazioni. Non sono mai stati lodati per il loro decoro o per la loro attenzione a regole, regolamenti e protocolli. Gli stereotipi sono per loro natura esagerati, ma si basano su un fondo di verità.

Queste storie – e anche esperienze più aggressive – sono familiari alla maggior parte degli israeliani a partire dalla loro vita quotidiana in patria. La violenza e il comportamento offensivo sono diventati una piaga nazionale in Israele. I titoli dei giornali delle ultime settimane urlano di escalation su ogni fronte possibile: sul posto di lavoro, in casa, nelle istituzioni educative, sul campo di calcio, negli ospedali, nelle strade, nei parcheggi, sui trasporti pubblici, nei campi, nei cantieri, nella Knesset, nei media, sui social network, e persino ai matrimoni e ai funerali. Quelli che una volta erano luoghi circoscritti di infezione in Israele e in Cisgiordania si sono metastatizzati praticamente in ogni angolo del paese. L’atmosfera generale non è particolarmente piacevole. Per le vittime poi, è assolutamente pericolosa.

Il comportamento conflittuale si presenta in molte forme. La distanza tra il dire la propria opinione e l’abuso verbale è spesso sottile come un foglio di carta. Quando David Amsalem, il capogruppo del partito Likud, si lancia in una filippica contro il governo al fine di provocare un tumulto nella Knesset, sta normalizzando un discorso che di solito non si sente nemmeno nel parlamento tradizionalmente a ruota libera di Israele. Quando poi procede, come fa spesso, ad insinuare che gli obiettivi della sua ira meritano di essere distrutti, sconfina nel regno dell’incitamento. Questo tipo di diatribe ha infettato l’etere, i social media e persino i notiziari quotidiani, durante i quali, come è ovvio, le discussioni si trasformano rapidamente in urla incomprensibili in mezzo a una cacofonia di voci stridenti.

Il passo è breve dal linguaggio al vetriolo al comportamento brutale. Troppi litigi per questioni insignificanti – posti in fila, spazi di parcheggio – finiscono in risse e persino in ossa rotte. Il personale degli ospedali è avvicinato continuamente da famiglie irate che chiedono a gran voce di vedere i loro parenti malati o feriti. Negli ospedali Soroka e Meir queste risse sono degenerate ultimamente in scontri violenti di larga scala. Le persone di alto profilo nella sfera pubblica – funzionari o ministri del governo e membri della Knesset – sono sempre più minacciate. Troppi vanno ora in giro con una protezione 24 ore su 24.

Le molestie sessuali, ahimè, sono un esempio perfetto di tutto questo e di più. Non c’è quasi nessuna donna, indipendentemente dall’età, che si sia sottratta ad allusioni scioviniste. La portata delle molestie sessuali è veramente straziante (secondo una recente ricerca, più del 60% delle donne del paese sono state sottoposte ad approcci intimi sul posto di lavoro). E, mentre la settimana scorsa Israele ha celebrato un’altra commemorazione internazionale della lotta contro la violenza sulle donne, sono emerse altre statistiche sulla violenza domestica. Proprio quel giorno, Rasha Satawi, una donna di 32 anni di Maghar, è stata colpita a morte nella sua casa. È stata la 22esima vittima a morire di violenza di genere quest’anno.

In gran parte, questo andamento ha le sue radici profonde nella storia di Israele e nelle dinamiche del suo sviluppo. Ha basi culturali, economiche, sociali e politiche che sfuggono ai tentativi di attribuire questa epidemia a una sola comunità o gruppo, come è troppo frequentemente affermato da coloro che scelgono, per ragioni politiche e strumentali, di attribuire il problema alla società araba in Israele. Ogni segmento della società israeliana che viene aggredito e aggredisce ha contribuito a questo squallido quadro, dimostrando continuamente di aver perso la capacità di distinguere tra le azioni anti-civiche e l’identità sociale dei loro autori. Quindi, più grandi sono le manifestazioni di questa sregolatezza, più evidenti sono anche gli effetti insidiosi della crescente polarizzazione.

In troppi luoghi –soprattutto in Cisgiordania, a Gerusalemme, nelle città miste e nella periferia– la situazione è arrivata a rasentare l’anarchia. Questo è il segno esteriore più palpabile del crollo dello stato di diritto dopo troppi anni di direttive solo sbandierate, di procedure aggirate, di nomine politiche incompetenti e di corruzione su scala nazionale. Tutto questo è la prova del disfacimento delle norme democratiche generali che impongono la risoluzione dei disaccordi in modo non violento.

Dietro gli attuali casi di attacchi verbali, abusi fisici e palese violenza si nascondono profonde disuguaglianze di potere che sono diventate sempre più istituzionalizzate negli ultimi anni. Le più evidenti e meglio documentate risalgono almeno all’occupazione israeliana delle terre catturate nel 1967 (alcuni sostengono che il problema risale al 1948 e anche prima). Ciò che è stato acquisito con mezzi militari ed è ancora mantenuto con la forza, stabilisce un modello di relazioni di potere asimmetriche che si riverbera ampiamente. Esacerba le disuguaglianze radicate che si basano sulla religione e la cultura non solo nel dominio pubblico, ma anche nella sfera privata. La combinazione di queste modalità di interazione distorte rende ancora più forte il loro impatto sulla diffusione di comportamenti indisciplinati.

Non dovrebbe sorprendere nessuno che questi modi di comportamento siano poi esportati dagli israeliani in altri paesi, specialmente dopo la loro recente ma temporanea liberazione dai confini imposti dalla pandemia di Covid. Un preludio è stato visibile proprio l’estate scorsa a Eilat, quando la prudenza è stata gettata al vento da un afflusso di vacanzieri israeliani che hanno calpestato tutto (e l’un l’altro) in chiassosi tafferugli e risse pubbliche in hotel e ostelli della gioventù.

La sindrome del “brutto israeliano” non può essere sradicata senza un’azione decisa a casa nostra. Ogni caso di condotta abusiva deve essere denunciato ovunque abbia luogo: nel Consiglio dei Ministri, nella Knesset, nel cortile della scuola, nelle strade o a casa. I suoi autori non possono continuare nei loro comportamenti nocivi senza conseguenze rapide e decise. E soprattutto, è giunto il momento di affrontare le cause di fondo che alimentano la perdita di moderazione nel pensiero e nell’azione. Si tratta di un’impresa a lungo termine, che richiede pianificazione, pazienza e impegno. Implica il riconoscimento della centralità del cambiamento trasformativo e la comprensione del fatto che tale revisione alla radice è fondamentale per evitare che la società israeliana in tutta la sua complessità continui sulla strada disastrosa dell’autoimplosione.

E nel frattempo, sia qui che fuori dal paese, tutti gli israeliani dovrebbero ricordare che il tessuto interno e l’immagine esterna del paese dipendono da come parlano, agiscono e trattano con quelli che incontrano negli aeroporti, nei ristoranti, negli alberghi, nei negozi o semplicemente camminando per strada. Potrebbero anche scoprire che la loro buona condotta è ricambiata con una cordialità che renderà il loro soggiorno in qualunque luogo molto più rinfrescante e gratificante.

Naomi Chazan è professoressa (emerita) di scienze politiche all’Università Ebraica di Gerusalemme. Ex membro della Knesset e vicepresidente della Knesset, attualmente è ricercatrice senior presso il Truman Research Institute della Hebrew University e il Van Leer Jerusalem Institute.

https://blogs.timesofisrael.com/the-ugly-israeli-abroad-and-at-home/

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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