Avrebbero dovuto essere avvocati. Invece lavorano nei cantieri israeliani

Nov 15, 2021 | Riflessioni

di Basil al-Adraa,

+972 Magazine, 7 novembre 2021.   

Una generazione di laureati palestinesi scopre che, nonostante la laurea, l’unico modo per guadagnarsi da vivere sotto l’occupazione è lavorare nell’edilizia in Israele.

Un lavoratore palestinese entra in Israele attraverso una breccia nel muro di separazione, vicino al posto di blocco di Metar, Cisgiordania. (Rachel Shor)

Alle cinque del mattino di domenica, poco prima dell’alba, raggiungo il posto di blocco di Meitar nel sud della Cisgiordania. Centinaia di lavoratori palestinesi camminano velocemente, comprando falafel o pane dalle decine di bancarelle improvvisate nel mercato cresciuto intorno al valico. Incontro insegnanti, laureati, avvocati e ingegneri, tutti con il permesso di lavoro, tutti in fila per andare a lavorare nelle fabbriche in Israele.

A cento metri dal posto di blocco sorvegliato c’è un passaggio non ufficiale: una breccia nella barriera di separazione, dove centinaia di Palestinesi senza permesso entrano ed escono da Israele ogni giorno. Tra i due attraversamenti ci sono jeep della polizia di frontiera israeliana e i soldati possono vedere tutto. È così evidente che la barriera, che serpeggia attraverso la Cisgiordania occupata, è lì solo per applicare la segregazione razziale, non per la sicurezza, poiché chiunque può andare e venire come vuole. L’esercito ne è pienamente consapevole, ma sceglie di chiudere un occhio.

Per generazioni, la società palestinese si è aggrappata all’istruzione come un mezzo per mantenere la sua identità collettiva, oltre che per resistere all’occupazione israeliana. È mediamente una società di istruzione superiore, con alti tassi di laureati sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza.Inizio modulo

Ma tra le decine di giovani istruiti con cui ho parlato a Meitar e altrove c’è l’impressione pervasiva che perseguire un’istruzione superiore sia inutile. Dopo anni spesi per diventare economisti, ingegneri o medici, hanno scoperto che il solo modo per guadagnarsi da vivere è lavorare come operai nei cantieri israeliani.

Gli amici con cui ho parlato si sentono in colpa a lavorare in Israele, anche nelle colonie in Cisgiordania, dove vivono i vigilanti mascherati che ci aggrediscono regolarmente. Cercano di gestire questo senso di colpa con varie spiegazioni. “Non abbiamo molte altre opzioni”, mi dice uno di loro. “Mi sentirei in colpa se restassi a casa senza lavoro”, dice un altro. “Viviamo in una terra occupata. Tutto questo è d’obbligo. Anche la mia carta d’identità palestinese ha un timbro in ebraico. Perché dovrei sentirmi in colpa?”, dice un terzo.

Un ambulante palestinese vicino al posto di blocco di Metar, Cisgiordania. (Rachel Shor)

Saleh Abu Jundeya, 22 anni, vive nel villaggio di Tuba nelle Colline a sud di Hebron. Dalla prima elementare l’hanno accompagnato a scuola soldati israeliani, per la strada che attraversa l’avamposto di Havat Ma’on, dove i coloni aggrediscono regolarmente gli scolari. La casa di Abu Jundeya, come il resto del villaggio, è sotto minaccia di demolizione. Tuba è totalmente priva di infrastrutture idriche o elettriche, servizi forniti invece dalle autorità israeliane ai numerosi avamposti coloniali delle Colline a sud di Hebron. Ma Abu Jundeya è diligente ed è riuscito contro ogni aspettativa.

“I miei genitori erano orgogliosi di me”, dice. “Sono andato bene agli esami di maturità, così hanno dato una gran festa per me­­. A 18 anni sono andato a studiare giurisprudenza all’università. Sognavo di diventare un avvocato, per difendere i diritti dei miei genitori e i diritti di tutti i miei vicini a Masafer Yatta che affrontano demolizioni di case, arresti e che sono privati di acqua ed elettricità. Era particolarmente importante per me, forse perché sono stato un bambino che doveva attendere che i soldati lo accompagnassero a scuola ogni giorno sino all’età di 18 anni o altrimenti essere aggredito dai coloni, ed è stato difficile.

“Ho studiato legge per quattro anni. Andare all’università ogni mattina era complicato, perché l’esercito ci impedisce di asfaltare le strade a Tuba e la mia famiglia è povera. Studiare giurisprudenza in Cisgiordania costa circa 10.000 shekel l’anno, e mia madre e mio padre, entrambi pastori, hanno dovuto vendere le loro pecore per finanziare i miei studi.

“E ora? Lavoro nell’edilizia in Israele, come tutti i miei compagni di classe. Non ci sono altri lavori. Non abbiamo nemmeno un posto dove fare un praticantato [legale]”.

La nostra dipendenza dal lavoro in Israele è politica

Le autorità israeliane hanno per anni proibito la costruzione di scuole a Masafer Yatta, con l’intenzione di espellerci dalla zona. Durante quel periodo, i bambini semplicemente non avevano istruzione. I genitori di mio padre Saleh e la generazione prima di noi non hanno avuto la possibilità di studiare. Pochi compivano il lungo viaggio verso le grandi città dove si trovava la maggior parte delle scuole e la campagna non offriva luoghi di istruzione.

Lavoratori palestinesi entrano in Israele dalla Cisgiordania vicino al posto di blocco di Metar. (Rachel Shor)

Grazie alla battaglia condotta da mia madre e mio padre, la prima scuola a Masafer Yatta fu costruita nel mio villaggio natale di At-Tuwani nel 1998. Quando iniziò la costruzione, l’esercito israeliano venne ad arrestare gli uomini del villaggio mentre stavano lavorando e confiscò il materiale di costruzione. Pochi mesi dopo, mia madre ebbe un’idea: fate costruire alle donne perché l’esercito non le arresterà. E fu esattamente quel che accadde: le donne lavoravano durante il giorno per costruire la scuola e gli uomini continuavano di notte.

Humza Rabi ha frequentato la scuola di At-Tuwani e si è diplomato con il massimo dei voti. “Dopo la maturità, sono andato all’università per laurearmi in storia”, ha detto. “Sogno di diventare uno storico o forse una guida turistica. Ho lavorato senza sosta durante le pause estive per mantenermi agli studi. Anche mio padre mi ha aiutato. 50.000 shekel spesi in quattro anni. Non è stato affatto semplice. 

“Ma oggi, dopo la laurea, mi sembra di aver sprecato il mio tempo. Mi guardo intorno e, come tutti gli altri laureati, non ho modo di trovare un lavoro. Così sono diventato un operaio in Israele, e monto piastrelle. Lì le condizioni sono difficili. Non c’è sicurezza. Un mese fa sono caduto da un secondo piano mentre lavoravo. Mi sono rotto delle costole e strappato i muscoli. Oggi, sono seduto a casa senza lavoro”.

Rabi non è solo. Secondo il Palestinian Central Bureau of Statistics, i Palestinesi tra i 20 e i 29 anni con una laurea hanno tassi di disoccupazione particolarmente alti: il 35% in Cisgiordania e il 78% a Gaza, che è sotto chiusura totale da parte di Israele ed Egitto.

Humza Rabi. (Courtesy)

La nostra dipendenza dal lavoro in Israele è politica. Mezzo secolo di dominio militare israeliano ha devastato l’economia palestinese. Israele controlla tutti i nostri valichi di frontiera e impedisce import o export palestinesi indipendenti. Tutte le nostre risorse naturali –come i minerali del Mar Morto, le cave, le aree agricole e i bacini idrici– sono situate nell’Area C sotto il totale controllo militare israeliano; ci è proibito accedervi, svilupparle o curarle.

Uno studio condotto dalla World Bank ha mostrato che queste restrizioni sono il principale ostacolo alla prosperità e alla creazione di lavoro per i giovani Palestinesi. Senza sovranità sugli spazi aperti, la continuità territoriale palestinese è stata spezzettata in 169 enclave, non lasciando spazio neanche per la creazione di zone industriali.

La terra nell’Area C è assegnata esclusivamente ai coloni israeliani, che vi mantengono un’economia vivace e redditizia. Con il sostegno degli organismi governativi, i coloni continuano a creare zone industriali e complessi agricoli, che sono collegati alle stesse infrastrutture idriche che sono negate agli agricoltori palestinesi in luoghi come Masafer Yatta. I soldati israeliani sigillano regolarmente le nostre cisterne con il cemento. Senza acqua o strade d’accesso, i contadini non possono avere di che vivere dalla loro terra e molti sono obbligati a lavorare come operai in Israele.

Anche i pastori palestinesi si stanno lentamente volgendo al lavoro edile in Israele, quale risultato delle politiche di occupazione. Negli Anni 80, Israele ha espropriato tutte le terre da pascolo ai pastori, dichiarandole “terra demaniale”. Ma negli ultimi cinque anni, le autorità hanno creato e autorizzato decine di avamposti e aziende agricole su questa terra, dandola ai pastori coloni. In questa realtà di apartheid, i nuovi signori della terra contribuiscono a espellere i Palestinesi che da secoli sono qui.

Veduta della Firing Zone 918, vicino Masafer Yatta nelle Coline a sud di Hebron, Cisgiordania, 20 febbraio 2019. (Oren Ziv/Activestills)

“Mi alzo alle 3 e vado a costruire case in Israele”

Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliana, usa i permessi di entrata come uno strumento di pressione sui giovani Palestinesi affinché non alzino troppo la testa. Gli attivisti come me, che sono nella blacklist dello Shin Bet, non riceveranno mai un permesso. Temendo per il proprio benessere, molte persone della mia età scelgono di non esprimere opinioni politiche e di costruire case nelle colonie israeliane pur di sbarcare il lunario.

Eppure molti, se non la maggior parte dei giovani laureati, non riescono a ottenere il permesso. Secondo le autorità israeliane, solo agli uomini palestinesi sposati di età superiore ai 22 anni è consentito ricevere il permesso. In pratica, i giovani palestinesi entrano continuamente in Israele in modo illegale, volendo disperatamente racimolare soldi a sufficienza per sposarsi e mettere su famiglia.

L’esercito israeliano sa che ci sono decine di brecce lungo la barriera di separazione. Ma la sua inerzia è deliberata: è una politica proficua che consente ai Palestinesi di raggiungere i datori di lavoro israeliani che, per i propri interessi, possono negare ai lavoratori i loro diritti tenendo al contempo i salari bassi.

Salem al-Halis ha studiato giurisprudenza con me alla Hebron University e lo ricordo come uno degli studenti più dotati. Comunque, ora lavora nell’edilizia. “È come una prigione”, mi ha detto al telefono. “Mi sveglio alle 3 e vado a costruire case in Israele. Ricordo i nostri studi e rido di me stesso e di quel che pensavo. Mangio e dormo al lavoro, nell’edificio. Lontano dalla vita. Lontano dalla famiglia”.

Come Salem, non riesco a trovare lavoro in Cisgiordania, mentre il mio diploma in giurisprudenza prende polvere in un cassetto. Ho paura di diventare, come lui, un altro giovane palestinese che eccelleva all’università solo per diventare un operaio edile, soffrendo sotto un datore di lavoro israeliano che non ha mai studiato un solo giorno nella sua vita. 

Basil al-Adraa è un attivista, giornalista e fotografo di At-Tuwani nelle Colline a sud di Hebron. AssoPacePalestina da anni sostiene il diritto allo studio dei e delle giovani di At-Tuwani mediante il pagamento delle tasse universitarie e Basil al-Adraa è stato il primo a laurearsi.

https://www.972mag.com/palestinian-employment-construction-israel/?fbclid=IwAR00drejVZHGTj3tAAmCiKejillrufUR1V0A0WVbgo0r-pCht6XGJpiDlAw

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina

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