La posizione pro-palestinese alla fine diventerà la norma al Congresso USA

Ott 7, 2021 | Riflessioni

di Ramzy Baroud,

Arab News, 4 ottobre 2021. 

Manifestanti e attivisti si uniscono a Washington D.C. per dimostrare la loro rabbia durante l’operazione israeliana su Gaza del maggio di quest’anno. (AFP/File)

C’è stato un inequivocabile cambiamento nella politica degli Stati Uniti riguardo alla Palestina e ad Israele, un cambiamento dovuto al modo in cui molti americani, specialmente i giovani, vedono la lotta palestinese e l’occupazione israeliana. Anche se questo cambiamento deve ancora tradursi in una diminuzione tangibile della roccaforte di Israele sul Congresso degli Stati Uniti, promette di avere importanti sviluppi nei prossimi anni.

I recenti eventi alla Camera dei Rappresentanti dimostrano chiaramente questa realtà senza precedenti. Il 21 settembre, i legislatori democratici hanno respinto con successo un caveat [avvertimento] che proponeva di dare a Israele 1 miliardo di dollari in finanziamenti militari come parte di un disegno di legge di spesa più ampio, dopo le obiezioni di diversi membri progressisti del Congresso. Il denaro era specificamente destinato a finanziare l’acquisto di nuove batterie e intercettori per il sistema di difesa missilistico israeliano Iron Dome.

Due giorni dopo, il finanziamento dell’Iron Dome è stato reintrodotto e, questa volta, è passato con successo e in modo schiacciante per 420 voti contro nove, nonostante le appassionate richieste del rappresentante palestinese-americano Rashida Tlaib. In questo voto, solo otto democratici si sono opposti al provvedimento. Il nono voto contrario è stato espresso da un membro del Partito Repubblicano, il rappresentante Thomas Massie del Kentucky. La rappresentante democratica Alexandria Ocasio-Cortez, sebbene fosse una delle voci che avevano bloccato la misura di finanziamento iniziale, ha cambiato il suo voto su “presente” –in pratica un’astensione– creando confusione e rabbia tra i suoi sostenitori.

Per quanto riguarda Massie, la sua sfida all’opinione dominante tra i repubblicani gli è valsa il titolo di “Antisemita della Settimana” dalla ben nota organizzazione filo-israeliana Stop Antisemitism.

Nonostante l’esito della controversia, il semplice fatto che un simile episodio si sia verificato al Congresso è stato un evento storico che richiede molta riflessione. Significa che parlare contro l’occupazione israeliana della Palestina non è più un tabù tra i politici statunitensi eletti.

Una volta, parlare contro Israele al Congresso generava una reazione massiccia e ben organizzata da parte della lobby pro-israeliana, in particolare l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), che in passato ha posto fine alla carriera di vari esponenti politici, anche veterani. Una combinazione di tattiche diffamatorie dei media, sostegno dei rivali elettorali nonché aperte minacce, segnava spesso il destino dei pochi membri dissenzienti del Congresso.

Mentre l’AIPAC e le sue organizzazioni sorelle continuano a utilizzare le stesse tattiche di un tempo, la strategia complessiva non è efficace come una volta. I membri della cosiddetta “Squad” [Squadra] –giovani rappresentanti che parlano spesso contro Israele e a sostegno della Palestina– sono arrivati ​​al Congresso nel 2019. Con poche eccezioni, sono rimasti ampiamente coerenti nel loro sostegno ai diritti dei palestinesi e, nonostante intensi sforzi della lobby israeliana, sono stati tutti rieletti nel 2020. La lezione qui è che essere critici nei confronti di Israele nel Congresso degli Stati Uniti non è più una garanzia di sconfitta elettorale; anzi, in alcuni casi, è proprio il contrario.

Il fatto che 420 membri della Camera abbiano votato per fornire a Israele fondi aggiuntivi –oltre al contributo annuale di 3,8 miliardi di dollari– riflette la stessa sfortunata realtà di un tempo: che, grazie alla copertura inesorabilmente faziosa dei media aziendali, la maggior parte dei collegi elettorali americani continua a sostenere Israele. Tuttavia, l’allentamento della presa della lobby sul Congresso offre opportunità uniche per i collegi elettorali filo-palestinesi di fare finalmente pressione sui loro rappresentanti e chiedere responsabilità ed equilibrio. Queste opportunità non sono create solo dalle nuove voci giovanili nelle istituzioni democratiche americane, ma anche dall’opinione pubblica in rapido cambiamento.

Per decenni, la stragrande maggioranza degli americani ha sostenuto Israele. Le ragioni di questo sostegno variavano, a seconda della cornice politica comunicata dai funzionari statunitensi e dai media. Prima del crollo dell’Unione Sovietica, per esempio, Tel Aviv era vista come un fedele alleato nella lotta dell’America contro il comunismo. In anni più recenti, sono state inventate nuove narrazioni per mantenere l’immagine positiva di Israele agli occhi degli americani comuni. Ad esempio, la cosiddetta guerra americana al terrore, dichiarata all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001, ha posizionato Israele come un alleato americano contro “l’estremismo islamista” e ha dipinto i palestinesi resistenti come “terroristi”, dando così all’occupazione israeliana della Palestina una facciata moralmente accettabile.

Tuttavia, nuovi fattori hanno destabilizzato questo paradigma. Uno è il fatto che il sostegno a Israele è diventato una questione divisiva nella politica americana sempre più tumultuosa e combattiva, dove la maggior parte dei repubblicani sostiene Israele e la maggior parte dei democratici no.

Inoltre, poiché la giustizia razziale è diventata uno dei temi più determinanti ed emotivi della politica statunitense, molti americani hanno iniziato a vedere la lotta palestinese contro l’occupazione israeliana attraverso il prisma della lotta di milioni di americani neri per l’uguaglianza razziale. Il fatto che sui social media l’hashtag #PalestinianLivesMatter continui a fare tendenza insieme a #BlackLivesMatter parla di una storia di successo in cui la solidarietà condivisa e le somiglianze tra le varie discriminazioni hanno prevalso sulla politica egoistica, in cui solo il denaro conta.

Molti giovani americani ora vedono la lotta in Palestina come parte integrante della lotta antirazzista in America; e nessuna attività di lobbying pro-Israele al Congresso può invertire questa inconfondibile tendenza. Ci sono molti numeri che attestano queste affermazioni. Uno dei tanti esempi è il sondaggio di opinione pubblica dell’Università del Maryland a luglio, che ha mostrato che più della metà degli intervistati disapprovava la gestione del presidente Joe Biden della guerra israeliana di maggio contro Gaza, ritenendo che avrebbe potuto fare di più per fermare l’aggressione israeliana.

Naturalmente, alcuni coraggiosi politici statunitensi hanno osato parlare contro Israele anche in passato. Tuttavia, c’è una netta differenza tra le generazioni precedenti e quella attuale. Nella politica americana di oggi ci sono politici che sono stati eletti a causa della loro forte posizione filo-palestinese e, se deviano dalle loro promesse elettorali, rischiano le ire di questo elettorato crescente in tutto il paese. Questa realtà in mutamento permette finalmente di coltivare e sostenere una presenza filo-palestinese al Congresso.

In altre parole, parlare della Palestina in America non è più un evento caritatevole e raro. Come il futuro sicuramente rivelerà, sta diventando la cosa politicamente corretta da fare. 

Ramzy Baroud scrive sul Medio Oriente da più di 20 anni. È un editorialista internazionale, consulente dei media, autore di molti libri e fondatore di PalestineChronicle.com. Twitter: @RamzyBaroud

Le opinioni espresse in questa sezione appartengono agli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Arab News né di AssoPacePalestina.

https://www.arabnews.com/node/1941546

Traduzione di Donato Cioli – AssoPacePalestina

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