B’Tselem e Yesh Din, è ora di chiudere

Ott 28, 2021 | Riflessioni

di Jonathan Pollak,

Haaretz, 24 ottobre 2021. 

Bambini palestinesi arrestati in marzo nel South Mount Hebron. Credit: Nasser Nawaj’ah/B’Tselem

Israele ha dichiarato martedì sei gruppi della società civile palestinese come organizzazioni terroristiche, sostenendo che operano sotto il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Tra queste nuove organizzazioni terroristiche vi sono tre delle più importanti organizzazioni per i diritti umani della Palestina: il gruppo Addameer per i diritti e la difesa legale dei prigionieri, Defense for Children International-Palestine e Al-Haq, senza dubbio la più importante organizzazione palestinese per i diritti umani.

In modo del tutto assurdo, l’ordine che designa Al-Haq come un’organizzazione terroristica afferma che “la sua attività pubblica …consiste nella difesa dei diritti umani, ma in realtà è coinvolta nel proporre misure contro Israele nell’arena internazionale per conto del FPLP”.

Un’altra organizzazione terroristica nuova di zecca è il Bisan Center for Research & Development, che il decreto accusa di “divulgare materiale apparentemente accademico per promuovere gli obiettivi del FPLP”.

Come spesso accade nei regimi coloniali, uno dei cardini del dominio israeliano sui palestinesi consiste nello schiacciare la società civile. Questa tattica è stata al centro della politica del governo israeliano sin dalla sua istituzione. È stata usata per la prima volta contro i cittadini palestinesi nel 1948, nel territorio spesso indicato come Israele propriamente detto.

Per anni Israele ha sottoposto questi cittadini al governo militare e, come accade ancora oggi, li ha trattati come cittadini di seconda classe e come minacce alla sicurezza. Poi, con ancor più vigore, le autorità israeliane hanno usato questa tattica contro i sudditi palestinesi sotto il suo dominio nei territori occupati nel 1967, dove ogni organizzazione politica o semipolitica è di fatto vietata.

I tentativi di Israele di controllare il discorso politico dei palestinesi e di piegare la loro lotta sono chiaramente illegittimi. Eppure questo nuovo assalto alla società civile palestinese potrebbe essere senza precedenti, sia per le sue dimensioni che per i suoi obiettivi che non si è nemmeno tentato di mascherare.

La scusa della “guerra al terrore”, spesso usata per coprire le azioni di Israele, è così inconsistente in questo decreto che i burocrati che l’hanno redatto non avranno potuto fare a meno di esplodere in una risata.

Se a Israele viene permesso di chiudere Al-Haq, di gran lunga la più prestigiosa organizzazione palestinese, nessun altro gruppo per i diritti dei palestinesi potrà mai pubblicare un rapporto senza la minaccia incombente sulla sua testa di essere designato come organizzazione terroristica.

La designazione dei sei gruppi –che sono solo le ultime aggiunte alla già infinita lista israeliana di organizzazioni terroristiche– si basa sulla draconiana legge israeliana antiterrorismo del 2016. L’articolo 24(a) impone fino a tre anni di carcere a chiunque “commetta un gesto di identificazione con l’organizzazione terroristica, compresa la pubblicazione di parole di lode, sostegno o simpatia”.

Addameer difende i prigionieri palestinesi nei tribunali militari israeliani e ha difeso più e più volte molti dei miei cari amici. Le sue attività meritano solo lodi.

Defense of Children aiuta i minori che sono calpestati sotto gli stivali della dittatura militare israeliana in Cisgiordania, che vengono arrestati prima dell’alba dai raid militari, sottoposti a crudeli tecniche di interrogatorio e processati davanti a tribunali militari. Qualsiasi persona perbene riconoscerebbe che gli obiettivi e le azioni dell’organizzazione sono importanti e giuste.

Al-Haq poi, come dice il decreto, lavora per proporre misure contro Israele a livello internazionale, chiedendo responsabilità e giustizia nei confronti dei palestinesi, così come il ripristino dei loro diritti fondamentali. L’assoluta necessità e il valore del suo lavoro sono così evidenti che dovrebbero essere dati per scontati.

Né tre né 30 anni di reclusione possono cambiare tutto questo, e nessuna legge draconiana può capovolgere la realtà. Di fronte alla neolingua orwelliana che chiama questi gruppi organizzazioni terroristiche, questa è la chiara, semplice verità di cui dobbiamo parlare.

Questo è un momento decisivo, soprattutto per le organizzazioni israeliane per i diritti umani. Richiede la fine della facciata di normalità in Israele. Anche noi dobbiamo smettere di rispettare le regole. Se questi decreti entreranno effettivamente in vigore, chiunque scelga di continuare tutto come prima sta semplicemente coprendo l’apartheid israeliano.

Di fronte all’effettivo annientamento della società civile palestinese e delle sue organizzazioni, le loro controparti israeliane, come B’Tselem e Yesh Din, sono lasciate con una sola scelta davvero onesta: devono spegnere le luci, chiudere bottega in segno di protesta e presentare le cose come stanno davvero: Israele non è una democrazia liberale che consente la florida esistenza della società civile, ma piuttosto un regime di apartheid che sostiene una dittatura militare discriminatoria dal punto di vista razziale.

Jonathan Pollak è un attivista della lotta popolare palestinese e capo digital designer di Haaretz.

https://www.haaretz.com/misc/article-print-page/.premium-b-tselem-yesh-din-time-to-close-1.10318594

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Traduzione di Donato Cioli – AssoPacePalestina

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