Conflitto israelo-palestinese: le domande da mettere sul tavolo

Set 24, 2021 | Riflessioni

di Gershon Baskin,

The Jerusalem Post, 22 settembre 2021. 

La realtà è che, mentre la non fattibilità di una soluzione a due stati diventa sempre più chiara, dovremo diventare tutti molto più seri nella ricerca collettiva di altre soluzioni.


Lavoratori palestinesi che tornano in Cisgiordania dal loro lavoro al di là della Linea Verde. (credito fotografico: FLASH90)

 La scorsa settimana, in questa rubrica, ho scritto che forse l’unico modo per salvare la soluzione a due stati è che gli Stati Uniti riconoscano lo Stato di Palestina. La logica è che dal momento che il mondo riconosce uno dei due stati –lo Stato di Israele, anche se Israele non ha confini permanenti definiti– lo stesso potrebbe essere fatto per quanto riguarda la Palestina.

Se gli Stati Uniti riconoscessero la Palestina, la maggior parte del mondo li seguirebbe e allora la questione israelo-palestinese e la possibilità di due stati sarebbero di nuovo sul tavolo. I due stati dovrebbero poi negoziare il loro confine e la natura delle loro relazioni.

Come sappiamo, il primo ministro Bennett continua a rassicurare l’opinione pubblica che sotto il suo controllo non ci sarà la creazione di uno stato palestinese ed è molto improbabile che l’amministrazione Biden riconosca la Palestina e costringa Israele a negoziare con uno stato palestinese. Col passare del tempo, la fattibilità della soluzione a due stati sta rapidamente scomparendo.

Gideon Levy ha scritto domenica su Haaretz che l’affermazione di Bennett che non ci sarà uno stato palestinese è un riconoscimento pieno e definitivo che la soluzione a due stati è ufficialmente morta e che la realtà dell’unico stato con cui conviviamo da decenni non è una soluzione ma è in realtà una forma di apartheid. Non è una soluzione a uno stato perché la realtà non democratica per milioni di palestinesi che vivono sotto il controllo diretto e indiretto di Israele, privi di diritti nazionali, politici e umani, non può essere una soluzione.

Sullo sfondo si vede la barriera di sicurezza, mentre un manifestante palestinese cammina con un cartello raffigurante l’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, durante una manifestazione del 2013 contro gli insediamenti vicino al villaggio di Bil’in in Cisgiordania. (credito: MOHAMAD TOROKMAN/REUTERS)

I palestinesi continueranno ad opporsi all’occupazione e al controllo israeliani e si opporranno sempre a un governo militare non democratico. Anche oggi Israele non può affermare di essere lo stato-nazione democratico del popolo ebraico perché più del 50% delle persone che vivono tra il fiume [Giordano] e il Mare [Mediterraneo] sono palestinesi e la maggior parte di loro non vive in una democrazia.

L’Autorità Palestinese (AP) non è uno stato in divenire, come speravano i sostenitori di Oslo (me compreso). Speravano che da un periodo ad interim di cinque anni sarebbe emerso uno stato palestinese indipendente completamente sviluppato. Il periodo ad interim doveva terminare nel 1999. Ciò non è avvenuto e l’AP, secondo la maggioranza dei palestinesi, non serve gli interessi nazionali del popolo palestinese. Agli occhi di quella che sembra essere la maggioranza dei palestinesi, l’AP è diventata un subappaltatore degli interessi israeliani.

La giovane generazione di cittadini palestinesi di Israele, che costituisce il 21% della popolazione, non è disposta ad accettare il proprio status d’inferiorità in Israele. Stanno combattendo per la loro parità di diritti e credono che l’uguaglianza possa essere raggiunta solo quando Israele vorrà definirsi lo stato di tutti i suoi cittadini. Molti di questi giovani palestinesi israeliani sono in prima linea nella richiesta di uno stato democratico dal fiume al mare.

Mentre i sostenitori israeliani di uno stato democratico dal fiume al mare sono ai margini della società israeliana, la realtà è che, man mano che la non fattibilità di una soluzione a due stati diventa sempre più chiara, dovremo diventare tutti molto più seri nella ricerca collettiva di altre soluzioni. Molti dei sostenitori della soluzione a un unico stato con cui ho parlato non si rendono conto che bisogna rispondere alle basilari esigenze nazionali collettive dei due popoli che vivono sulla stessa terra.

Quando interpellati più a fondo, molti sostenitori palestinesi di uno stato unico descrivono la loro soluzione come uno stato palestinese, proprio come molti sostenitori ebrei israeliani di uno stato unico descrivono la loro soluzione come uno stato ebraico. Questa non è chiaramente una soluzione.

Sia i palestinesi che gli ebrei israeliani vogliono garantire la loro sicurezza collettiva. Tutti vogliono avere la capacità di prendere decisioni autonome sulla propria identità, cultura ed educazione. Vogliono preservare e promuovere il loro patrimonio religioso e culturale e dare voce pubblica alla loro storia e al loro legame nazionale e religioso con la terra tra il fiume e il mare.

Non ho le risposte su come fornire ai due popoli di questo paese ciò che desiderano. È chiaro che su questo territorio vivono due popoli e ciascuno rivendica l’intero territorio come appartenente solo a lui.

Le loro storie e narrazioni sono legate alle grandi lotte e sacrifici che entrambi hanno pagato per avanzare le loro rivendicazioni e per promuovere i loro interessi collettivi nazionali. Per molti anni entrambi sono stati impegnati nel reciproco non riconoscimento e molti continuano ad essere fermi nella negazione dei diritti e persino dell’esistenza degli altri.

Non c’è simmetria nel conflitto: c’è il lato forte e il lato debole. C’è l’occupato e l’occupante. C’è però simmetria nella capacità di entrambi i popoli di negare all’altra parte la pace e la sicurezza. Ecco perché è essenziale iniziare un processo, non di trattative, ma di ricerca di nuove idee, paradigmi e costrutti di come questi due popoli possano trovare un modo per condividere questa terra e fornire a ciascuno ciò di cui hanno bisogno per avere la sicurezza fisica e la sicurezza dell’identità, fino a giungere al punto di un autentico riconoscimento reciproco.

Tra il fiume e il mare c’è il 50% di ebrei israeliani e il 50% di arabi palestinesi. La maggior parte di entrambi i popoli sente un legame con tutte le parti di questa Terra d’Israele-Terra di Palestina. Coloro che continuano a negare l’esistenza e i diritti dell’altra parte vivono con la testa sepolta nella sabbia. Dobbiamo andare oltre gli argomenti dei diritti storici e affrontare le questioni cruciali che riguardano il nostro futuro.

Come è possibile garantire a entrambi i popoli la capacità di esprimere le proprie identità separate come se fossero collettive? Come è possibile consentire alle persone di vivere in una comunità a loro scelta, con sistemi educativi che riflettano le loro identità e i loro valori? Come è possibile creare la possibilità di vivere con un senso di uguaglianza all’interno di sistemi legali e governativi che proteggono e difendono i diritti umani e nazionali?

L’autodeterminazione è possibile senza la piena sovranità? Possono esistere aree di sovranità separata e altre aree di sovranità condivisa? Queste domande e molte altre devono essere sul tavolo e la ricerca di risposte deve essere fatta con ebrei israeliani e arabi palestinesi seduti al tavolo, e dovrebbero esserci quanti più tavoli possibili in questo processo.

Prima è meglio è. 

https://www.jpost.com/opinion/israeli-palestinian-conflict-the-questions-to-be-answered-at-the-table-opinion-680071

Traduzione di Donato Cioli – AssoPacePalestina

Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

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