Equivoci su Evangelici e Israele

Lug 21, 2021 | Riflessioni

di Gary M. Burge,

Arab Center DC, 14 luglio 2021. 

L’ex Segretario di Stato USA Mike Pompeo

Il drammatico cambiamento nella leadership israeliana di questa estate, in seguito alla uscita di scena dell’ex primo ministro Benjamin Netanyahu, ha fatto riflettere molti evangelici americani che si chiedevano se ciò avrebbe influito sulla missione nazionale di Israele e sul suo sostegno divino. Questo evento deve essere visto anche in connessione con la fine dell’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump a gennaio. Gli evangelici bianchi conservatori hanno sostenuto strenuamente Trump e Trump ha sostenuto generosamente Netanyahu. Gli evangelici si chiedevano cosa avrebbe significato la caduta di entrambi per Israele.

Evangelici, Trump, Netanyahu e Bennett

Il sostegno degli evangelici americani a Israele è tanto solido da essere oggi un luogo comune. Alcune chiese in realtà celebrano nel loro culto il Giorno dell’Indipendenza di Israele (14 maggio) con lo stesso fervore con cui celebrano la festa americana (4 luglio), sottolineando un reale, profondo incrollabile zelo evangelico a favore di Israele. Gli evangelici hanno applaudito la mossa di Trump dello spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme come un atto giusto. Hanno anche sostenuto il suo silenzio quando gli insediamenti si sono ampliati e hanno approvato le grandi promesse di finanziamento USA all’economia israeliana. Un pastore evangelico ha detto a questo autore che insieme all’aborto, Israele è stata forse la seconda questione scatenante che ha mosso il voto evangelico. Alcuni vedevano Trump come un altro Ciro il Grande, il re persiano che aiutò Israele a tornare e reclamare la terra promessa nella Bibbia. Una tale percezione consente di voltarsi dall’altra parte di fronte ai gravissimi errori di Trump sul piano etico. E se Netanyahu stava realizzando quelle aspirazioni con il sostegno di Trump, la cosa ha cominciato a sembrare ispirata da un’azione divina.

Anche gli ebrei riconoscono questo sostegno evangelico. La rivista online ebraica Mosaic (di proprietà del Tikvah Fund) lo descrive bene. Il primo fattore di sostegno evangelico è una guerra culturale che ha lo scopo di spazzare via il sostegno all’etica della modernità, mentre il secondo è il sostegno assoluto al moderno stato di Israele, che invita ebrei e cristiani a essere solidali. Inoltre, Mosaic suggerisce:

Il secondo fattore potrebbe essere più positivo e duraturo. Questa è la causa del moderno stato di Israele: una causa che annovera alcuni cristiani devoti, soprattutto protestanti evangelici, tra i suoi più fervidi sostenitori americani e che lega la fede dei cristiani praticanti e degli ebrei attraverso una devozione riguardo al fondamento divino della patria ebraica.

Tale sionismo evangelico, sebbene accolto da molti ebrei, ha sempre avuto i suoi aspetti inquietanti, fondato com’è su interpretazioni della profezia biblica che sono quasi del tutto estranee alla sensibilità ebraica. Gli evangelici di questo particolare gruppo non solo vedono l’istituzione dello stato di Israele come una cosa buona e necessaria in sé, fornendo al popolo ebraico una casa geografica, ma, come la maggior parte degli americani, apprezzano anche Israele come un fedele alleato e unico baluardo dei valori liberal-democratici occidentali in una difficile parte del mondo.

La coalizione di governo del primo ministro Naftali Bennett, che ha sostituito quello di Netanyahu, è stata inizialmente accolta con sospetto. Bennett ha rimosso quello che era stato più a lungo il primo ministro israeliano, un uomo anche intimamente legato a Donald Trump. La fragile coalizione di Bennett comprometterà il lavoro che era stato portato a termine nei quattro anni dell’amministrazione Trump? L’ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Ron Dermer, ha espresso ad alta voce la sua preoccupazione su come questo evento potrà cambiare il rapporto tra Stati Uniti e Israele e il sospetto che ciò potrebbe compromettere il sostegno evangelico, ragione per cui Israele dovrebbe dare priorità alle sue relazioni con gli evangelici, anche rispetto a quelle con gli ebrei americani. Dermer aveva scoperto qualcosa. Il famoso sionista cristiano Mike Evans ha scritto una lettera feroce a Bennett a giugno dicendo: “Ti combatterò ad ogni passo. Hai perso il sostegno degli evangelici al 100%”, aggiungendo: “Ti abbiamo regalato quattro anni di miracoli sotto Donald Trump. Noi evangelici abbiamo reso possibile tutto ciò. Tu non hai fatto niente. Che apprezzamento ci mostri? Ci caghi proprio in faccia.”

D’altra parte, i leader evangelici sono impegnati a rafforzare la fiducia nei confronti delle azioni di Bennett. Il Philos Project, un’organizzazione cristiana sionista, ha pubblicato i nomi di 84 leader religiosi americani che hanno promesso di sostenerlo. Un sostenitore, Joel Rosenberg, ha ricordato ai suoi seguaci che: “Mentre gli evangelici rispettano e apprezzano molto Netanyahu, il loro amore per Israele non è legato a un uomo. I cristiani ovviamente sanno che a un certo punto Netanyahu se ne andrà, ma vogliono sinceramente benedire e rafforzare Israele sul lungo periodo, indipendentemente da chi è al potere”.

Molti evangelici bianchi in America oggi sono pieni di sospetti e di ansie. Soccombono facilmente alle teorie del complotto e tendono ad avere una visione drammatica o addirittura apocalittica della storia. È come se la storia stessa, e la cultura cristiana, fossero in bilico sull’orlo dell’oblio e fosse necessario ogni sforzo per sostenere l’opera di Dio in questo momento critico. Gli Stati Uniti e Israele sono due fari a cui si guarda con nervosismo, e le elezioni americane dell’anno scorso sono un esempio illuminante.  Gli evangelici hanno visto le elezioni non come l’espressione di una preferenza politica, ma come una minaccia esistenziale a tutto ciò in cui credevano. Il voto evangelico nel novembre 2020 era chiaro e il sostegno evangelico a Trump nel 2021 continua con numeri notevoli di persone che credono che le elezioni americane siano state fraudolente. Circa il 74% dei repubblicani evangelici bianchi crede che le elezioni siano il frutto di una frode elettorale e il 67% sostiene la cosiddetta teoria della cospirazione da parte dello “stato profondo”. Pertanto, per molti, la lotta politica americana è una lotta religiosa e si guarda a Israele con la stessa ansia chiedendosi se la nuova leadership sotto il presidente Joe Biden continuerà a sostenere le giuste cause sostenute da Trump.

Evangelici e nuove forme di presenza

Molti evangelici dicono che questa non è la storia completa.

Grande è la frustrazione tra gli studiosi e i leader evangelici che leggono i resoconti dei media sulla “visione evangelica su Israele e Palestina”. Questi rapporti spesso travisano ciò che sta realmente accadendo sul campo, ignorano le tendenze importanti e non riescono a intervistare i principali pensatori della tribù evangelica. Ciò che i media pubblicano assomiglia poco a ciò che accade nella realtà, e spesso si cede alla tentazione di pubblicare la voce degli estremisti. Quando, per esempio, una pubblicazione come il battista Word and World inizia un articolo con citazioni del sionista estremista Mike Evans, molti evangelici semplicemente rabbrividiscono. Quando i giornalisti raggiungono John Hagee, pastore sionista a San Antonio, in Texas, e presidente dei Cristiani Uniti per Israele (CUFI), molti sono increduli. Voci come queste rappresentano una parte molto piccola del mondo evangelico americano. La maggior parte degli evangelici vive al di fuori di una tale bolla e desidera ardentemente che la CNN, l’ABC o il New York Times intervistino studiosi evangelici o pensatori che rappresentano le sfumature delle credenze evangeliche.

Ecco la realtà non tanto segreta che produce allarme: il sostegno storico dell’evangelicalismo a Israele sta svanendo. All’interno dei testi cristiani sionisti ci sono condanne aperte delle istituzioni evangeliche che stanno ripensando a questi problemi e sono accusate di deviazione. Questi includono World Vision, Youth with a Mission, il Mennonite Central Committee, il Telos Group a Washington, DC, le riviste Sojourners e Relevant , la Eastern University (Philadelphia) e altre scuole cristiane che ospitano conferenze o hanno docenti critici nei confronti di Israele. Chiunque sollevi semplicemente domande preoccupanti sui 54 anni di occupazione militare israeliana di milioni di palestinesi in Cisgiordania (inclusi molti cristiani palestinesi) viene improvvisamente etichettato come “anti-israeliano” o, in alcuni casi, “antisemita”. Le loro istituzioni sono condannate in un comodo gesto di incriminazione collettiva. Consideriamo il caso di Tom Getman, un evangelico che ha servito come assistente legislativo del defunto senatore Mark Hatfield (R-Oregon) e ha lavorato per decenni per la causa della giustizia in Israele/Palestina. A dire il vero, è difficile immaginare di lavorare come direttore nazionale di World Vision in Israele/Palestina, come ha fatto quest’uomo tra il 1997 e il 2001, senza vedere cosa sta realmente facendo l’occupazione israeliana e senza porre domande difficili.

Quali sono i fatti?

In primo luogo, è chiaro che una solida comunità di evangelici sostiene con fermezza inflessibile lo stato di Israele, e questo è dimostrato dai sondaggi. Nel 2006, il Pew Forum ha scoperto che il 70% degli evangelici bianchi era d’accordo con l’affermazione: “Israele è stato dato da Dio agli ebrei”. Nel 2013 quella stessa domanda ha ottenuto un consenso dell’82%. Nel 2005 il forum ha chiesto: “Israele ha adempiuto la profezia biblica?” Il 63% ha detto di sì. Inoltre, ogni mese di luglio, migliaia di evangelici conservatori si riuniscono a Washington DC per il vertice annuale del CUFI. I relatori includono pastori, senatori e, sì, anche Benjamin Netanyahu. È degno di nota il fatto che Israele sia il maggior beneficiario degli aiuti esteri americani e di fondi evangelici conservatori. Si stima che i contributi a Israele dalla comunità evangelica vadano da $ 175 a $ 200 milioni all’anno.

 D’altra parte, c’è un cambiamento misurabile nel modo di pensare a Israele. In un importante articolo del 2017, Christianity Today ha rilevato come questa tendenza sia ancora presente e ha evidenziato una variabile rispetto all’ età. L’articolo, “Millennial Evangelicals on Israel, ‘Meh'”, osserva che il 77% degli evangelici sopra i 65 anni è d’accordo con l’affermazione: “Sostieni l’esistenza, la sicurezza e la prosperità di Israele?”. Nella fascia di età 18-34 anni tuttavia, questo numero è sceso al 58 percento e il 41 percento dei più giovani evangelici non aveva “opinioni forti” su Israele. L’ evangelico Lifeway Research ha offerto dati paralleli. Alla domanda se la nascita di Israele nel 1948 abbia causato un’ingiustizia ai palestinesi, il 62 per cento degli evangelici più anziani ha risposto di no e il 49 percento ha affermato che Israele non è ingiusto nei confronti dei palestinesi. Tra gli evangelici più giovani, il 19 percento afferma che Israele si è comportato ingiustamente nel 1948 e il 47 percento non è sicuro. Il 32% di questa coorte più giovane pensa che Israele sia stato ingiusto con i palestinesi.

Il sondaggio di Lifeway è stato sottoscritto da Chosen People Ministries (un’organizzazione pro-Israele) e il suo presidente, Mitch Glaser, ha espresso preoccupazione. “Sono preoccupato per l’evidente calo del sostegno a Israele tra i millenials seguaci di Gesù, che o non sanno in cosa credono o non sembrano preoccuparsene”, ha detto. Darrell L. Bock, direttore del dipartimento culturale del seminario teologico evangelico di Dallas, si chiede se Israele sia ora passato in secondo piano per i giovani evangelici.

Il terremoto di un cambio generazionale

Mentre il sostegno evangelico e la simpatia per Israele sono costanti, c’è un cambiamento sismico all’opera e gli osservatori più attenti se ne rendono conto. Le variabili demografiche in questa ricerca sono ovvie: essere bianchi, anziani, maschi e tendenzialmente repubblicani indirizza le risposte verso il sostegno a Israele. Ma se un intervistato è più giovane, di minoranza, di sesso femminile o tendenzialmente democratico, c’è uno spostamento a sfavore di Israele. Allo stesso modo, il livello di istruzione sembra essere un fattore determinante in quanto gli evangelici istruiti hanno punti di vista più sfumati e tendono a rifuggire da un sostegno monolitico.

Questo cambiamento può essere visto nelle risposte fornite dai leader evangelici. Molti giovani evangelici dicono che è tempo di sostenere ugualmente Israele e i palestinesi, il che aiuta la causa della pace. Matthew Vega, un giovane studioso nero che si è laureato all’Evangelical Wheaton College e sta ora completando un dottorato di ricerca all’Università di Chicago, sta studiando i movimenti di liberazione dei neri e dei palestinesi e il loro legame con la teologia. Il suo recente articolo, “Lotta per la libertà dei cristiani neri e palestinesi“, sta circolando con successo.

Gli autori evangelici segnalano lo stesso cambiamento. Ora c’è un’intera bibliografia di studiosi che provengono dal mondo evangelico e hanno scritto molto su Israele e Palestina. Ricordiamo quanto segue: Frederic Martin, American Evangelicals and Modern Israel (2016); Mae Elise Cannon, A Land Full of God (2017); Stephen Sizer, Zion’s Christian Soldiers (2007); Robert Smith,  More desired than our own Salvation, (2013); e  il mio Whose Lad? Whose Promise? What Christians Are Not Being Told about Israel and the Palestinians  (2003, 2013). Ci sono persino siti web dedicati a ripensare l’intera questione come christianzionism.org e palestineportal.org.

Coloro che sono preoccupati per questo slittamento hanno ragione. C’è un cambiamento in atto che riguarda diversi aspetti. L’editoria evangelica (negli scritti e nei film) racconta la storia. Dal 1985 circa, studiosi e pastori evangelici hanno criticato il sostegno inequivocabile a Israele e hanno lavorato per una visione più equilibrata, producendo una serie di analisi politiche, studi teologici e testimonianze personali. Questi opinionisti sono generalmente più giovani, istruiti, etnicamente diversi e provengono dal mainstream evangelico.

E’ facile ascoltare gli evangelici più giovani, come quelli dei campus universitari, e avvertire questo cambiamento. Due cose sono chiare. Innanzitutto, le giovani donne sono in prima linea, con una passione etica senza precedenti. La coorte più anziana di maschi bianchi della classe media, aggrappati ad argomentazioni stereotipate e provenienti da chiese conservatrici, non sanno nemmeno che questa ondata è all’orizzonte. In secondo luogo, questa generazione più giovane è più turbata dall’ingiustizia che ispirata dalla profezia biblica. Vogliono dedicare la loro vita al bene comune, e questo include la partecipazione diretta in contesti eticamente problematici come quello di Israele/Palestina. I loro genitori sono stati formati negli anni ’70 e ’80 da un evangelicalismo che non era aperto all’ascolto delle denunce di ingiustizia, come le lotte dell’apartheid in Sud Africa o il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Questa nuova generazione trova incomprensibile tale disimpegno etico.

Anche le generazioni più giovani credono che il conflitto israelo-palestinese abbia dimensioni teologiche. La religione (ebraismo, islam e cristianesimo) ha in realtà esacerbato questo conflitto. I ferventi credenti in queste diverse fedi considerano le proprie opinioni preferite come visione di Dio; questo include i cristiani che insistono sul fatto che la Scrittura è chiara sull’Israele contemporaneo, nonostante la complessità teologica delle questioni e la storica mancanza di consenso della chiesa.

Ma è assolutamente falso che questi evangelici più progressisti neghino che Israele abbia il diritto di esistere o che “odino Israele”; piuttosto, credono che gli israeliani meritino confini sicuri e un futuro pieno di speranza, soprattutto considerando i secoli di antisemitismo che gli ebrei hanno sopportato. Gli evangelici progressisti credono anche che gli oltre sette milioni di palestinesi in Israele, nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza assediata meritino un futuro sicuro e ricco di speranza.

Questo problema è ulteriormente complicato quando alcuni evangelici confondono l’Israele biblico con l’Israele moderno. Il primo era una teocrazia centrata sul culto del tempio, mentre il secondo è uno stato intenzionalmente laico. Il padre del sionismo israeliano, Theodor Herzl, era un ateo dichiarato con un certo rispetto per gli arabi; la sua visione di uno stato ebraico ha contribuito alla fondazione dell’ Israele di oggi. Ma la confusione è comprensibile perché i primi sionisti cercarono di sfruttare la Bibbia per scopi politici. Il primo ministro israeliano, David Ben-Gurion, anche lui ateo, amava studiare la Bibbia, in particolare il libro di Giosuè, quindi poteva usarlo per sostenere la “scelta” ebraica e giustificare la “divina” pretesa di Israele su quella terra.

Le nuove voci di oggi che chiedono un nuovo ordine politico che simpatizzi con entrambe le parti non sono convinte che l’Israele moderno, laico e multireligioso sia il diretto adempimento delle profezie dell’Antico Testamento che Dio ha fatto all’Israele biblico. Né sono convinti che Israele abbia diritto a privilegi divini che altre nazioni non possono rivendicare. Israele è moralmente obbligato (così come lo sono tutte le persone) a promuovere la giustizia e l’equità per tutti coloro che sono sotto il suo governo, come hanno chiarito perfettamente i profeti dell’Antico Testamento.

È interessante notare che tra i giovani evangelici, la passione per una giusta soluzione in Israele/Palestina è simile a quella diffusa tra i giovani ebrei negli Stati Uniti. Tutti credono che il mondo sia disordinato e complicato e che sia tempo di aggiustarlo e di astenersi dal sostenere ideologie che hanno infiammato pregiudizi e conflitti. Tutti vogliono portare la misericordia di Dio nel mondo.

È facile udire voci insistenti che difendono l’eccezionalismo religioso e il nazionalismo tra ebrei, cristiani e musulmani. Alcuni blogger evangelici cantano regolarmente in questo coro, ma forse dovrebbero fare una pausa e considerare se ciò che stanno facendo contribuisce veramente alla pace in Medio Oriente. Come disse il defunto reverendo Martin Luther King, Jr., “… l’arco dell’universo morale è lungo ma si piega verso la giustizia”. Ed è quello che sta accadendo ora. La narrazione sterilizzata su Israele che si è ascoltata per una generazione si sta esaurendo. Alcuni dicono che è tempo di essere pro-Israele, pro-Palestina e pro-Gesù, una sincera convinzione di una nuova generazione di evangelici in ascesa.

Gary M. Burge è Professore di Nuovo Testamento e Preside di Facoltà al Calvin Theological Seminary di Grand Rapids, Michigan. Le opinioni espresse in questo testo sono proprie dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione dell’Arab Center  di Washington DC o del suo consiglio di amministrazione.

http://arabcenterdc.org/policy_analyses/misunderstanding-evangelicals-and-israel/

Traduzione di Gabriella Rossetti – AssoPacePalestina

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1 commento

  1. Sebastiano Comis

    campa cavallo…intanto non un politico evangelico americano ma enrico letta, mentre israele compie l’ennesimo massacro, va al portico d’ottavia a esprimere solidarietà agli..ebrei

    Rispondi

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