Una lezione di manipolazione collettiva

Giu 29, 2021 | Riflessioni

di Rami Younis,

+972 Magazine, 23 giugno 2021. 

Dalle scuole israeliane ai media, ai Palestinesi viene costantemente detto che la violenza a noi inflitta o non esiste o è colpa nostra.

Agenti della polizia israeliana durante gli scontri con manifestanti a seguito della visita del politico di estrema destra Itamar Ben Gvir alla Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme, 10 giugno 2021. (Yonatan Sindel/Flash90)

Il termine “manipolazione” [NdT, nel testo inglese viene usato “gaslighting”, termine che deriva da un’opera teatrale di P. Hamilton trasposta poi in un film di grande successo e nota al pubblico italiano con il titolo “Angoscia”] è rientrato nel discorso pubblico in anni recenti e molte persone, compreso il sottoscritto, sono grate per questo. Una volta appreso il significato della parola, ho iniziato a notare i manipolatori nel mio ambiente e mi sono reso conto che devo stare attento a non farli entrare nella mia cerchia ristretta. È un peccato che non possa tenerli lontano tutti.

La manipolazione descrive la pratica di mettere in discussione la percezione della realtà di un soggetto al fine di controllarlo e abusarne a beneficio del manipolatore. Il termine viene spesso usato in contesti di relazioni, amorose o altro, e usualmente si riferisce a comportamenti individuali. Ma cosa accade quando un intero gruppo agisce da manipolatore? O peggio, quando un’intera società diviene vittima di manipolazione?

Due settimane fa, una collega professoressa israeliana, che è una mia amica, ha proiettato ai suoi studenti un estratto del mio film di prossima uscita, “Lyd in Exile” (condiretto con Sarah Friedland). Dopo aver visto la scena che descrive vividamente come le forze sioniste commisero un massacro in una delle moschee della città nel 1948, una delle studentesse, che è una colona in Cisgiordania, non riusciva a tollerare le testimonianze e le prove del film. Dopo la proiezione, la studentessa ha deciso di dirottare la discussione sulla questione dei bambini palestinesi che tirano sassi contro la sua colonia, vicina alla città di Nablus.

Quel che la studentessa non ha detto, ovviamente, è che la sua colonia è stata costruita su terra privata palestinese rubata che appartiene alle famiglie dei bambini di un villaggio vicino, che sono ora condannati a una vita di ulteriore povertà e spoliazione grazie al furto dei mezzi di sostentamento dei loro genitori da parte dei coloni. Poiché la verità di quel furto non è un buon segno per lei e quelli come lei, la studentessa tentava di reinterpretare la realtà e dipingeva se stessa e i suoi amici coloni come le vittime del “lancio di sassi”, insinuando la falsa idea che loro non avevano commesso nulla di sbagliato. Fine modulo

Questo tipo di manipolazione è un’esperienza persistente per il popolo palestinese. Il recente attacco violento su Gaza, la lenta pulizia etnica di Gerusalemme, le aggressioni della polizia e della folla ai cittadini palestinesi di Israele e l’omicidio (e il linciaggio) dei Palestinesi in Cisgiordania da parte dei coloni e dell’esercito di occupazione dimostrano i meccanismi pervasivi e aggressivi che gli Israeliani e il loro establishment praticano da decenni su tutti i Palestinesi.

Un israeliano di estrema destra davanti agli agenti della polizia di confine israeliana durante le aggressioni delle forze di sicurezza, degli estremisti di destra e dei coloni contro i Palestinesi della città di Lod, Israele centrale, 13 maggio 2021. (Oren Ziv)

La maggioranza degli Israeliani, comunque, finge che questa violenza non esista o che sia giustificata da una narrazione distorta basata sul vittimismo. Gli Israeliani scelgono di ignorare il fatto che il loro paese è stato fondato sulla pulizia etnica, che loro stessi sono coloni di insediamento e che il loro Stato continua a perpetrare la Nakba, anche a costo della loro stessa moralità. Quando una società ha acquisito tale influenza, privilegio e potere non è difficile usarli per manipolare gli altri.

Manipolare la realtà

Coloni, come quelli che vivono nella città della studentessa vicino a Nablus, aggrediscono con regolarità i Palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania. Ogni giorno, orde di coloni incendiano uliveti, danneggiano auto e proprietà e tentano anche omicidi, qualche volta con successo.

Gli Israeliani potrebbero obiettare che si tratta solo di poche mele marce e che non si dovrebbe dedurre da quei pochi corrotti qualcosa sulla natura dell’intera collettività israeliana. Ma quelle non sono solo alcune mele marce, è un circolo di abusi sostenuto, finanziato e condonato dalla collettività. Quei coloni sono sostenuti dal loro governo, dal loro esercito e dalla loro polizia nazionale. Gli agenti armati che rappresentano “l’autorità” o “l’ordine costituito” non solo scortano i coloni, ma hanno spesso un ruolo attivo nelle aggressioni.

A peggiorare le cose, questi crimini contro i Palestinesi spesso non diventano notizia in lingua ebraica. Perché dovrebbero? Svelerebbero solo ciò che il pubblico israeliano cerca disperatamente di ignorare. Come può un intero ordine costituito continuare a manipolare i Palestinesi e il mondo intero se il suo stesso popolo comincia a mettere in discussione le proprie azioni o le azioni commesse per suo conto?

È qui che i media e il sistema educativo israeliani giocano un ruolo centrale nella manipolazione nazionale. A differenza dei Palestinesi nei Territori Occupati, i cittadini palestinesi di Israele vanno in scuole israeliane, lavorano con Israeliani ebrei e assorbono gran parte delle loro informazioni dai media israeliani. Il discorso pubblico a cui sono esposti è concepito per ritrarre gli Israeliani come vittime perpetue e usa il trauma collettivo dell’Olocausto per cementare ulteriormente questa paranoia di persecuzione. Questa mentalità serve inoltre da pilastro nella strategia israeliana di accusare automaticamente ogni critica allo Stato come mossa esclusivamente dall’antisemitismo.

Un manifestante palestinese circondato da soldati israeliani durante una protesta contro la costruzione di una colonia israeliana vicino la città di Yatta, nei pressi di Hebron, Cisgiordania, 12 marzo 2021. (Wissam Hashlamon/Flash90)

Questa abitudine ha raggiunto livelli ridicoli durante gli eventi di maggio, quando quasi tutti i media israeliani hanno ossessivamente messo in risalto le “rivolte” e i tentativi di “linciaggio” arabi come se stessero compiendo un’altra “Notte dei cristalli”. L’hanno fatto trascurando di accennare al fatto che la maggior parte delle aggressioni era in realtà rivolta contro cittadini palestinesi –la popolazione minoritaria– in alcuni casi con l’aiuto della polizia israeliana. Senza contare, inoltre, che questi racconti sono stati rilasciati dagli organi di stampa di uno Stato che ha l’atomica e che ha uno degli eserciti più forti sulla terra.

Tragicamente, questa distorsione della realtà è una manipolazione a poco prezzo che alcuni cittadini palestinesi di Israele comprano, anche quando sanno che è una bugia. La paura di andare contro l’opinione dominante israeliana, o di vedersi sottrarre i mezzi di sussistenza, o di quello che potrebbe succedere confrontandosi con la maggioranza ebraica sono tutti fattori che rendono i cittadini palestinesi suscettibili alla manipolazione israeliana.

Infatti molti cittadini palestinesi ancora temono di parlare liberamente della Nakba –anche se la nostra ferita aperta e il nostro trauma sono supportati da evidenze storiche– perché la mentalità egemonica e razzista in Israele afferma che non è mai accaduta. Ci viene insegnato a scuola che tutta la violenza è sbagliata, eppure vediamo i nostri amici e familiari aggrediti quotidianamente in Cisgiordania e a Gaza dai soldati israeliani ebrei, che frequentano il sistema scolastico pubblico israeliano e poi vanno a servire nell’esercito di occupazione. Vediamo la brutalità della polizia israeliana e la sentiamo sulla nostra pelle, eppure ci viene detto che la violenza a noi inflitta è colpa nostra perché siamo “insorti” contro la pulizia etnica di Gerusalemme e il vergognoso massacro di bambini a Gaza.

A livello individuale, gli psicologi incoraggiano le vittime di manipolazione a rompere i rapporti con chi si approfitta di loro. Ma noi cittadini palestinesi non possiamo porre fine ai nostri rapporti con Israele, che diviene ogni giorno più razzista e violento verso i Palestinesi. Noi da soli non possiamo fermarlo, ma questo non significa che siamo condannati a un ciclo infinito di abusi.

Il mondo sta finalmente iniziando a svegliarsi e a rifiutare queste manipolazioni israeliane di bassa lega. Ora abbiamo bisogno che i governi cessino il loro sostegno alle politiche criminali israeliane, così che noi Palestinesi possiamo dire in futuro ai nostri figli che una volta eravamo vittime di una manipolazione collettiva, ma ora non più. 

Rami Younis è un giornalista, regista e attivista palestinese di Lod che mira ad amplificare le opinioni locali mediante vari media. Rami scrive di questioni di interesse e importanza politica per la comunità palestinese in Israele e nei Territori Occupati. Come attivista culturale è anche uno dei co-fondatori del “Palestine Music Expo”. Precedentemente è stato consulente per i media e portavoce del membro palestinese della Knesset Haneen Zoabi. Attualmente risiede a Boston, dove svolge attività di ricerca e scrive sull’attivismo culturale alla Harvard University.

https://www.972mag.com/gaslighting-palestinians-israeli-media-settlements/

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina

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