Vita sotto occupazione: la sofferenza al cuore del conflitto

Mag 27, 2021 | Riflessioni

di David M. Halbfinger e Adam Rasgon,

The New York Times, 22 maggio 2021. 

Soldati israeliani lanciano gas lacrimogeni contro manifestanti palestinesi nella città di Kfar Qaddum. Samar Hazboun per il New York Times

[Questo articolo ha un interesse particolare in quanto pubblicato sul New York Times, quotidiano raramente così simpatetico con la causa palestinese. Vedi a questo proposito il commento di Mondoweiss che pubblichiamo QUI.]

Uno sgombero a Gerusalemme Est è al centro di un conflitto che ha portato alla guerra tra Israele e Hamas. Ma per milioni di Palestinesi, gli affronti associati all’occupazione fanno parte della vita quotidiana.

GERUSALEMME – Muhammad Sandouka costruì la sua casa all’ombra del Monte del Tempio prima che nascesse il suo secondo figlio, che ora ha 15 anni.

L’hanno demolita insieme, dopo che le autorità israeliane hanno deciso che raderla al suolo avrebbe migliorato la visuale della Città Vecchia per i turisti.

Sandouka, 42 anni, installatore di controsoffitti e ripiani, era al lavoro quando un ispettore ha affrontato sua moglie con due opzioni: o demolire la casa, o il governo non solo l’avrebbe rasa al suolo, ma avrebbe anche addebitato ai Sandouka 10.000 dollari di spese.

Questa è la vita per i Palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana, sempre preoccupati quando sentono bussare alla porta di casa.

L’incombente allontanamento di sei famiglie palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est ha innescato una serie di proteste che hanno contribuito a scatenare l’ultima guerra tra Israele e Gaza. Ma per i circa tre milioni di Palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gerusalemme Est –che Israele ha catturato nella guerra del 1967 e di cui ha mantenuto il controllo nei vari decenni di colloqui di pace falliti– la storia non aveva nulla di eccezionale, sebbene abbia attirato l’attenzione internazionale.  

Per la maggior parte, i Palestinesi sopportano nell’oscurità le paure e le umiliazioni dell’occupazione israeliana.

Anche in periodi apparentemente tranquilli, quando il mondo non presta attenzione, i Palestinesi di tutti i ceti sociali sperimentano abitualmente divieti esasperanti e umiliazioni meschine, controlli burocratici che costringono a scelte agonizzanti e a condurre una vita fragile e crudele sotto il governo militare, ormai da più di mezzo secolo.

Ma sotto quel silenzio, la pressione cresce.

Se la disputa sugli sfratti a Gerusalemme Est ha funzionato da esca per una fiammata, le provocazioni dell’occupazione accumulano incessantemente legna secca da ardere. Sono un fattore scatenante e costante del conflitto, dando ad Hamas una scusa per lanciare razzi o attacchi di lupi solitari che finiscono in uccisioni con coltelli o con automobili. E le provocazioni non finiscono quando gli scontri sono finiti. 

La casa in bilico

Nessun proprietario di casa accoglie con piacere la visita del funzionario incaricato di verificare se la casa è conforme alle leggi. Ma la situazione è completamente diversa a Gerusalemme Est, dove per i Palestinesi è quasi impossibile ottenere i permessi di costruzione e la maggior parte delle case sono state costruite senza permesso: la pena è spesso la demolizione.

Muhammad Sandouka tra le rovine della sua casa a Gerusalemme Est. Dan Balilty per The New York Times

Muhammad Sandouka è cresciuto subito sotto ai bastioni orientali della Città Vecchia, nella valle che divide il Monte del Tempio dal Monte degli Ulivi.

A 19 anni si è sposato e si è trasferito in una vecchia estensione alla casa di suo padre e poi ha cominciato ad ampliarla. I nuovi muri di pietra hanno triplicato la superficie dell’appartamento. Ha posato le piastrelle, alzato le pareti divisorie in cartongesso e arredato un’accogliente cucina. Ha speso circa 150.000 dollari.

Sono arrivati i bambini, sei in tutto. Il Ramadan ha portato la famiglia a fare picnic nella valle verde. I bambini facevano da padroni, distribuendo acqua fredda o zuppa calda. Sua moglie preparava banchetti a base di maqluba (pollo e riso) e mansaf (agnello in salsa di yogurt). È andato con i suoi figli fino ad Al Aqsa, uno dei luoghi più sacri dell’Islam.

Nel 2016, i dipendenti del comune avevano attaccato un cartello col nome della via sopra il cancello della famiglia Sandouka. Sembrava una legittimazione.

Ma la politica di Israele si stava spostando sempre più verso destra. L’autorità dei parchi statali è caduta nelle mani dei coloni, che cercano di espandere il controllo ebraico sulla Cisgiordania e su Gerusalemme Est. Riesumando un vecchio progetto per un parco tutto intorno alla Città Vecchia, l’autorità ha deciso di sgombrare una casa non autorizzata dopo l’altra.

Adesso era il turno di Sandouka.

Le mappe mostravano che un angolo della casa invadeva un futuro parcheggio per autobus turistici.

I figli di Sandouka recuperano oggetti di casa mentre la demolizione è in corso. Dan Balilty per The New York Times

Zeev Hacohen, un funzionario dell’autorità, ha detto che cancellare il quartiere della famiglia Sandouka era necessario per ripristinare la vista della Città Vecchia “come era ai tempi della Bibbia”.

“Le storie personali sono sempre dolorose”, ha ammesso. Ma il quartiere palestinese, ha detto, “sembra una cosa da Terzo Mondo”.

Sandouka ha assunto un avvocato e ha pregato. Ma era al lavoro qualche mese fa quando qualcuno ha bussato di nuovo alla sua porta. Questa volta, gli ha detto sua moglie piangendo, era un poliziotto.

Il raid notturno

Spesso, bussare alla porta non vuol dire solo bussare.

Badr Abu Alia, 50 anni, è stato svegliato intorno alle 2 del mattino dai rumori dei soldati che irrompevano nella casa del suo vicino ad Al Mughrayyir, un villaggio su una collina in Cisgiordania.

Quando poi sono arrivati alla sua porta, si è svolto un rituale ormai familiare: i suoi figli sono stati portati via dal letto. Tutti sono stati ammassati fuori. I soldati hanno raccolto documenti, non hanno spiegato nulla e hanno saccheggiato la casa. Sono partiti due ore dopo, portando con sé un adolescente della porta accanto, bendato.

Aveva preso parte a una protesta quattro giorni prima, quando un cecchino israeliano aveva sparato e ucciso un adolescente che si aggirava tra lanciatori di sassi e contenitori vuoti di lacrimogeni.  

Badr Abu Alia nella sua casa nella città di Al Mughrayyir in Cisgiordania. Samar Hazboun per The New York Times

Al Mughrayyir era uno dei pochi villaggi che continuavano a fare regolarmente proteste al venerdì. Avevano cominciato dopo che i coloni avevano chiuso l’accesso ad alcuni dei terreni agricoli degli abitanti del villaggio. La morte del ragazzo è diventata un nuovo grido di battaglia.

L’esercito dice che fa irruzione di notte nelle case palestinesi per maggior sicurezza, e le saccheggia per cercare armi, con una routine di repressione volta a tenere sotto controllo i più militanti.

Ma le incursioni notturne promuovono altra militanza.

Abu Alia ribolliva di rabbia mentre descriveva di aver visto suo figlio fuori, al buio, “impaurito, piangente a causa dei soldati, mentre io non potevo fare nulla per proteggerlo”.

“Ti vien voglia di vendicarti, di difenderti”, ha continuato. “Ma non abbiamo nulla con cui difenderci.”

Possiamo solo tirare sassi, ha detto. “Non possiamo prendere un M-16 e uccidere tutti i coloni. Tutto quello che abbiamo sono quei sassi. Un proiettile può ucciderti all’istante. Una piccola pietra non servirà a molto. Ma almeno manda un messaggio.”

Anche i coloni inviano messaggi. Hanno abbattuto centinaia di ulivi di Al Mughrayyir – fonti vitali di reddito e legami con la terra – hanno dato fuoco a una moschea, vandalizzato automobili. Nel 2019, un colono è stato accusato di aver sparato alla schiena a un abitante del villaggio, uccidendolo. Il caso è ancora aperto.

Una famiglia divisa

Per Majeda al-Rajaby il tormento dell’occupazione non scompare mai. È una lama che taglia nettamente la sua famiglia.

Un’insegnante divorziata due volte, Majeda, 45 anni, è divisa dai suoi cinque figli a causa del diverso trattamento che Israele usa con i Palestinesi a seconda di dove vengono.

Majeda al-Rajaby insegna ai bambini della scuola dell’UNRWA nel campo profughi di Shuafat.  Samar Hazboun per il New York Times

È cresciuta in Cisgiordania, a Hebron. Ma entrambi i suoi ex mariti erano residenti a Gerusalemme, ciò che consentiva loro di spostarsi come può fare un cittadino israeliano. Anche i bambini avevano diritto alla carta di identità blu dei residenti di Gerusalemme. Ma la sua carta di identità è rimasta verde, come per tutti quelli che vengono dalla Cisgiordania.

Entrambi i suoi mariti vivevano nel campo profughi di Shuafat, uno slum fuorilegge entro i confini della città di Gerusalemme ma appena fuori dalla barriera di sicurezza israeliana. Ai residenti in Cisgiordania non è permesso viverci, ma la regola non viene applicata.

Aveva pensato di sposarsi. Invece i suoi mariti, ha detto, “mi hanno sempre fatto sentire inferiore”

Majeda al-Rajaby nella sua casa ad Anata, in Cisgiordania. Samar Hazboun per il New York Times

Dopo il secondo divorzio, è stata lasciata da sola, con la sua carta d’identità verde, a crescere tutti e cinque i bambini che hanno la carta d’identità blu. Una differenza che poteva avere anche conseguenze pericolose.

Quando una figlia ha inalato accidentalmente prodotti chimici per la pulizia della casa, Majeda ha cercato di portarla all’ospedale più vicino, a Gerusalemme. Ma i soldati si sono rifiutati di farla entrare. Come insegnante a Shuafat, aveva il permesso di entrare a Gerusalemme, ma solo fino alle 19. Erano le 20.

I suoi figli ora sono più grandi, ma la distinzione è ugualmente penosa: Majeda accetta di essere esclusa dai loro momenti di gioia e dai riti di passaggio, in modo che i suoi figli possano godere di vantaggi a lei non disponibili.

Lei rimane sul lato palestinese della barriera di sicurezza mentre vanno verso Jaffa o Haifa, o verso Hebron passando per Gerusalemme, una strada a lei proibita. “Ciao Cisgiordana”, dicono scherzando mentre la salutano con la mano.

Una figlia ora ha 21 anni, è fidanzata e va in gita in Israele con la madre del fidanzato. “Vorrei essere con loro”, dice Majeda.

La scorsa estate si è trasferita da Shuafat in un quartiere più sicuro, appena fuori dai confini della città di Gerusalemme, in Cisgiordania. Ciò significa che i suoi figli potrebbero perdere i loro documenti di identità blu se Israele determinasse che la loro residenza principale è con lei.

“Non mi è permesso vivere lì”, ha detto di Shuafat, “e i miei figli non possono vivere qui”.

Vincolata com’è, Majeda vuole molto di più per i suoi figli oltre alla libertà di muoversi in Israele.

Nel 2006, sua figlia Rana, allora 7 anni, è rimasta ustionata in un incidente in cucina. Un ente di beneficenza italiano ha pagato le cure in un ospedale di Padova. Madre e figlia sono rimaste in Italia per tre mesi.

L’esperienza ha aperto gli occhi a Majeda al-Rajaby. Ha visto parchi verdi, bambini con bei vestiti, donne che guidano auto.

“È stato il momento della mia liberazione”, ha detto. “Ho iniziato a pensare: perché hanno tutto questo? Perché non lo abbiamo anche noi?”

Oggi esorta tutti i suoi figli a vedere il mondo e spera che possano emigrare.

“Perché”, si chiede, “qualcuno dovrebbe continuare a vivere alla mercé di persone che non hanno pietà?”

Lavorare per l’occupazione

Per quanto possano cercare di trovare un accordo con Israele, i Palestinesi spesso si trovano intrappolati negli ingranaggi dell’occupazione.

Majed Omar una volta si guadagnava da vivere come operaio edile in Israele. Ma nel 2013 suo fratello minore è stato visto attraversare un buco nella barriera di sicurezza israeliana. Un soldato gli ha sparato a una gamba.

Omar, 45 anni, ne ha subito un danno collaterale. Israele ha revocato il suo permesso di lavoro, casomai intendesse vendicarsi – una cosa che accade troppo spesso, dice Israele.

È rimasto disoccupato per 14 mesi. Quando Israele ha rilasciato nuovamente il suo permesso, gli ha consentito di lavorare solo negli insediamenti che stanno crescendo rapidamente in Cisgiordania, dove i lavoratori sono pagati la metà, perquisiti ogni mattina e sorvegliati tutto il giorno da guardie armate.

Majed Omar lavora alla costruzione dell’insediamento di Ariel in Cisgiordania. Dan Balilty per il New York Times

Ed è così che è diventato il caposquadra di un gruppo che ristruttura le case degli Ebrei e amplia gli edifici israeliani su terreni che i Palestinesi chiedevano da tempo come parte del loro ipotetico stato.

In un certo senso, è come scavare la propria fossa, ha detto Omar. “Ma viviamo in un’epoca in cui tutti vedono quali sono le cose sbagliate, ma continuano a farle.”

Il checkpoint

La violenza è spesso improvvisa e breve. Ma l’opprimente terrore che infonde può essere altrettanto distruttivo.

Nael al-Azza, 40 anni, è ossessionato dal checkpoint israeliano che deve attraversare facendo il pendolare tra la sua casa a Betlemme e il suo lavoro a Ramallah.

A casa, vive protetto dai suoi muri e coltiva un rigoglioso orto di erbe e verdure nel cortile sul retro. Ma non ha nulla che lo protegga quando va al lavoro, nemmeno la sua posizione di manager nel servizio palestinese antincendio e di trasporto in ambulanza.

Recentemente, racconta, una soldatessa al checkpoint lo ha fermato, gli ha detto di abbassare il finestrino, gli ha chiesto se avesse un’arma. Ha detto di no. Lei ha aperto la portiera del passeggero per dare un’occhiata, poi l’ha richiusa con forza.

Lui voleva protestare. Ma si è trattenuto perché, ha detto, troppi scontri con i soldati finiscono con Palestinesi uccisi.

“Se voglio difendere la mia proprietà e il rispetto di me stesso, devo pagare un prezzo”, ha detto.

Nael al-Azza nel giardino fuori dalla sua casa a Betlemme. Dan Balilty per The New York Times

Il suo tragitto è un viaggio di 14 miglia in linea d’aria, ma il suo percorso è di 33 miglia, perché i Palestinesi vengono deviati in un ampio giro intorno a Gerusalemme, lungo una tortuosa strada a due corsie con ripidi tornanti. Anche così, ci dovrebbe volere meno di un’ora, ma spesso ne occorrono due o tre, a causa del checkpoint.

Gli Israeliani considerano il checkpoint essenziale per cercare aggressori in fuga o armi illegali o per tagliare in due la Cisgiordania in caso di disordini. I Palestinesi lo chiamano una strozzatura che può essere chiusa per il capriccio di un soldato. È anche un punto di attrito, automobilisti e soldati si immaginano ciascuno come il bersaglio dell’altro.

Nael al-Azza paragona il traffico lento e a piccoli passi al flusso sanguigno. La perquisizione di un’auto può significare un’ora di ritardo. I soldati sono così giovani, ha detto, “che non avvertono il peso di fermare 5.000 auto”.

Lui pensa solo a quelli in ritardo. “Quando impediscono i tuoi movimenti e ti costringono a una mancanza sul lavoro, ti senti come se avessi perso il tuo valore e il tuo significato”, ha detto.

Nael al-Azza bloccato nel traffico mentre va al lavoro lungo la strada tortuosa che porta da Betlemme a Ramallah in Cisgiordania. Samar Hazboun per il New York Times

Più di una volta alla settimana, i ritardi lo costringono a dormire al lavoro e ad accontentarsi di videochiamate con i suoi tre figli.

Durante le uscite del fine settimana, il checkpoint ha un effetto diverso sulla sua famiglia.

“Cerco di impedire ai miei figli di parlare del conflitto”, ha detto. “Ma loro vedono e sperimentano cose per le quali non ho risposta. Quando guidiamo, accendiamo la musica. Ma quando raggiungiamo il checkpoint, la spengo. Non so perché. Li vedo allo specchio: all’improvviso si siedono in posizione eretta e sembrano ansiosi, finché non attraversiamo e io riaccendo la musica”.

Nael al-Azza all’interno di una piccola baracca fuori dalla sua casa nella città di Betlemme in Cisgiordania. Samar Hazboun per il New York Times

Scenari mortali continuano ad agitarsi nella testa di al-Azza: cosa succede se una gomma si affloscia o se il motore si spegne? E se un giovane soldato, addestrato a rispondere all’istante, lo interpretasse erroneamente come una minaccia?

“Non è possibile levarselo dalla testa”, ha detto. “Quando hai fame, pensi al cibo.”

Nella bolla

Nessun Palestinese è fuori dalla portata dell’occupazione, nemmeno nella “bolla” benestante e privilegiata di Ramallah, dove i soldati israeliani si vedono raramente.

Tutti quelli che Sondos Mleitat conosce portano le cicatrici di qualche trauma. Il suo trauma: quando si nascondeva con il suo fratellino, allora di 5 anni, mentre i carri armati israeliani entravano a Nablus, dove è cresciuta.

Al buio, ha detto, si è strappata tutte le ciglia, una per una.

Oggi, Sondos Mleitat, 30 anni, gestisce un sito web che mette in connessione i Palestinesi con degli psicoterapeuti.

Sondos Mleitat nel suo ufficio a Ramallah. Samar Hazboun per il New York Times

Invece di fare i conti con le loro ferite persistenti, ha detto, le persone cercano sicurezza nel conformismo sociale, nella religione, nell’approvazione raccolta dai mi piace di Facebook e Instagram. Ma tutto ciò, ha detto, non fa che rafforzare gli effetti soffocanti dell’occupazione.

“Si tratta di controllo”, ha detto. “Le persone stanno subendo un processo che in qualche modo li addomestica o li doma. Si arrendono e sentono di non poter cambiare nulla”.

Dopo che un suo zio è stato ucciso dai soldati israeliani durante una protesta, ha detto, suo fratello minore è stato spinto a sposarsi a 18 anni “per proteggerlo dal seguire la stessa strada”.

Ma una nazione di persone che raggiungono l’età adulta pensando solo a sistemarsi, ha detto, non è una nazione che raggiungerà l’indipendenza.

“Pensano di uscire da questa bolla, ma questo non succede”, ha detto.

Sondos Mleitat al lavoro con il suo fidanzato, Majd, nel loro ufficio di Ramallah. Samar Hazboun per il New York Times

Senzatetto

Sandouka guadagna circa 1.800 dollari in un buon mese. Sperava che l’avvocato potesse annullare l’ordine di demolizione. “Ho pensato che ci avrebbero dato soltanto una multa”, ha detto.

Poi ha ricevuto un’altra chiamata piena di paura da casa: “La polizia era lì, mentre la mia famiglia piangeva”.

Khalas, ha detto, basta. L’avrebbe demolita lui stesso.

Un lunedì alle prime ore del mattino, i suoi figli si sono alternati a lavorare con un martello pneumatico preso in prestito. Sembrava quasi che si divertissero, come demolire un castello di sabbia.

Una volta finito, i loro umori si sono oscurati. “È come se ci stessimo dando fuoco”, ha detto Mousa, 15 anni.

“Vogliono la terra”, ha detto Muataz, 22 anni. “Vogliono che tutti noi lasciamo Gerusalemme”.

Nel 2020, 119 case palestinesi a Gerusalemme Est sono state demolite, 79 delle quali dai loro proprietari.

Quando tutto era diventato macerie, Sandouka ha acceso una sigaretta e l’ha tenuta con tre dita muscolose mentre bruciava. Con i suoi pantaloni sporchi per la polvere a cui era ridotta la vita della sua famiglia, si è arrampicato in cima ai detriti, ha inviato foto alla polizia e ha considerato le sue possibili opzioni.

I figli di Sandouka demoliscono la casa di famiglia a Gerusalemme Est. Dan Balilty per il New York Times

Trasferirsi in Cisgiordania e sacrificare la residenza a Gerusalemme era impensabile. Trasferirsi altrove a Gerusalemme era troppo costoso.

Un amico ha offerto un paio di stanze libere come rifugio temporaneo. Ma la moglie di Sandouka ha chiesto una soluzione permanente.

“Mi ha detto che se non le compro una casa, basta – ognuno può andare per la propria strada”, ha detto.

Ha rivolto gli occhi in su verso la Città Vecchia.

“Questa gente ti lavora a poco a poco”, ha detto. “È come un leone che ne mangia uno e poi un altro. Alla fine mangia tutto ciò che lo circonda. “

David M. Halbfinger è stato fino a poco tempo fa il capo dell’ufficio di Gerusalemme del NYT, e si è occupato di Israele, dei Territori Palestinesi e del Medio Oriente. @halbfinger

Traduzione di Donato Cioli – AssopacePalestina

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