Terra e sangue. Alle radici della questione palestinese

Mag 24, 2021 | Riflessioni

di Giulia Belardelli,

Huffingtonpost, 19 maggio 2021. 

Colloquio con lo storico Lorenzo Kamel (IAI) sulle origini della tragedia israelo-palestinese. “Hamas va condannata in modo netto, ma non viene da Marte”

“Le strategie adottate da Hamas vanno condannate in modo chiaro e netto, ma tale constatazione non deve rappresentare un ostacolo alla comprensione del retroterra che ha portato alla nascita di questo movimento”. Perché la storia di Hamas, l’organizzazione che controlla la Striscia di Gaza dal 2006 (anno delle ultime elezioni per i palestinesi), “è radicata negli errori, nella sofferenza e nelle cicatrici del popolo palestinese”. Quando si parla della tragedia israelo-palestinese, è elevato il rischio di farsi sedurre da facili slogan e dividere il mondo in bianco e nero. Approcciare la questione da un punto di vista storico può servire a ricostruire un po’ di contesto e portare alla luce il retroterra che ha creato le basi per le violenze di oggi. Per questo abbiamo chiesto a Lorenzo Kamel, professore associato di Storia contemporanea all’Università di Torino e direttore delle collane editoriali dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), di guidarci attraverso le radici del conflitto, dalla questione palestinese alle origini di Hamas. Formatosi all’Università Ebraica di Gerusalemme, all’Università di Harvard e in quella di Bologna, lo storico è autore di numerosi e pluripremiati libri sul Medio Oriente e il Nord Africa.

Sheikh Jarrah, il vaso di Pandora

Partiamo dalla scintilla che ha fatto deflagrare l’attuale escalation: le espulsioni di famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est. “È una questione che va avanti da diversi anni: ero lì nel 2008 e nel 2009 quando vennero espulse le famiglie al-Kurd e al-Ghawi”, ricorda Lorenzo Kamel. “Parliamo di nuclei composti da 30-40 persone, tra cui molti bambini. In tempi recenti abbiamo assistito alla vicenda della famiglia al-Sabbah, un nucleo di 32 persone che, come nei casi precedenti, è molto vicino a essere espulso. Questa famiglia venne originariamente espulsa dalla propria casa a Giaffa nel 1948 e trovò rifugio in quest’area”.

Saleh Diab, uno dei residenti palestinesi di Sheikh Jarrah attualmente sottoposto a sfratto, cammina...
Saleh Diab, uno dei residenti palestinesi di Sheikh Jarrah attualmente sottoposto a sfratto, cammina con le stampelle nella sua casa, 6 maggio 2021

Nella narrazione dominante – osserva il professore – passa l’idea che queste famiglie siano andate a vivere in case che erano già presenti nel quartiere di Sheikh Jarrah, “ma si tratta di una percezione fuorviante: le case a cui facciamo riferimento vennero costruite ex novo, in spazi che prima erano aree boschive, dunque privi di abitazioni. Ciò significa che nessun ebreo o israeliano venne espulso o allontanato da quelle case, semplicemente perché non esistevano”. Si tratta di case costruite dopo il ’48 in un’area non edificata per accogliere famiglie di profughi che erano state espulse da Gerusalemme Ovest e da decine di villaggi e città presenti nell’area compresa tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Per loro non è contemplata la possibilità di tornare nelle proprie abitazioni. “La legge israeliana – spiega Kamel – consente agli ebrei israeliani di reclamare le proprietà nelle terre evacuate nel ’48, ma nega ai palestinesi il diritto di reclamare le proprietà evacuate nella stessa guerra. Da diversi anni alcune organizzazioni registrate negli Stati Uniti – a cominciare da Nahalat Shimon – sono impegnate a espellere queste famiglie dalle loro case, sfruttando tra l’altro la cosiddetta legge dei proprietari assenti del 1950. Alcuni membri di queste stesse organizzazioni non hanno esitato a utilizzare anche documenti di proprietà contraffatti, come dimostrano i rapporti stilati da Ir Amim, organizzazione israeliana molto attiva a Gerusalemme.

Sheikh Jarrah è il microcosmo di tanti elementi di questo conflitto: aprendo questo vaso di Pandora, gli effetti si sono allargati subito alla questione più ampia di Gerusalemme. “Sono state gettate anche delle granate all’interno della moschea di al-Aqsa alla fine del Ramadan”, aggiunge il docente. A quel punto il genio era ormai uscito dalla lampada, un copione già visto innumerevoli volte, sia pur in forme sempre differenti. Ciò ha contribuito a innescare tutta una serie di dinamiche che come sempre si riversano nella valvola di sfogo finale: la Striscia di Gaza.

Le forze di sicurezza israeliane si schierano nella moschea al-Aqsa a Gerusalemme il 10 maggio
Le forze di sicurezza israeliane si schierano nella moschea al-Aqsa a Gerusalemme il 10 maggio 2021

La tesi del rifiuto arabo come origine del conflitto. Chi ha rifiutato cosa?

Molti osservatori e studiosi hanno legato la questione di Sheikh Jarrah, e più in generale l’inizio del problema dei rifugiati palestinesi, al “rifiuto arabo” della partizione della Palestina da parte dell’ONU nel 1947. “Questa affermazione può avere un senso, ma la realtà di chi rifiutò cosa è molto più complicata”, argomenta Kamel. Come notò Uri Avnery, se ai palestinesi “fosse stato chiesto, probabilmente avrebbero rifiutato la partizione, dato che – secondo loro – concedeva una gran parte della loro patria storica a stranieri”. Tanto più che, continua Avnery, “agli ebrei, che all’epoca rappresentavano un terzo della popolazione, venne destinato il 55% del territorio – ed anche lì gli arabi costituivano il 40% della popolazione”. Ma dalla prospettiva degli arabo-palestinesi, che all’inizio del secolo scorso costituivano circa il 90% della popolazione locale, il 1947-48 non segnò l’inizio della lotta, ma coincise piuttosto con il capitolo finale di una guerra che era iniziata nei primi anni del XX secolo, quando alcuni leader sionisti adottarono politiche e strategie improntate al “rifiuto”. L’inizio di alcune delle cause strutturali legate al conflitto può essere fissato al 1907, quando l’ottavo congresso sionista creò un “ufficio della Palestina” a Giaffa, sotto la direzione di Arthur Ruppin, il cui principale obiettivo era – per citare le sue stesse parole – “la creazione di un milieu ebraico e di un’economia ebraica chiusi, in cui produttori, consumatori e intermediari debbano essere tutti ebrei”. L’idea stessa del “rifiuto” era dunque presente in maniera evidente nell’approccio di Ruppin. L’obiettivo di una “economia ebraica chiusa” venne parzialmente messo in pratica dal 1904 in poi dai dirigenti della seconda e terza aliyot (ondate di immigrazione ebraica in Palestina) attraverso politiche come il kibbush ha’avoda (conquista del lavoro) e la pratica dell’avodah ivrit (lavoro ebraico, o l’idea che solo i lavoratori ebrei dovessero lavorare terra ebraica). Benché entrambe fossero guidate dalla necessità di maggiori opportunità di lavoro per i nuovi immigrati, ebbero come risultato la creazione di un sistema di esclusione che bloccò fin dall’inizio, in primo luogo a livello mentale, qualunque potenziale integrazione con la popolazione araba locale. “Bisognerebbe altresì notare – evidenzia il docente – che il “sistema di esclusione” e le relative strutture sociali e politiche colpirono altre questioni fondamentali, quali la terra e le sue risorse”.

Qualche esempio.

Per esempio il Fondo Nazionale Ebraico (KKL) venne fondato con il compito di acquistare terre in Palestina (riuscì a comprare i nove decimi della terra acquistata in Palestina da proprietari sionisti), mentre vietava la vendita di queste nuove aree acquisite a non ebrei. Le aree del KKL vennero gestite in modo discriminatorio rispetto alla popolazione araba. I contadini del KKL che venivano scoperti ad assumere lavoratori non ebrei erano soggetti a multe e/o espulsioni. Tali politiche erano particolarmente problematiche, soprattutto in considerazione degli obiettivi perseguiti al tempo, che il futuro primo presidente dello Stato di Israele, Chaim Weizmann, delineò in una lettera inviata a sua moglie nel 1907: “Se i nostri capitalisti ebrei”, scrisse Weizmann, “cioè solo i capitalisti sionisti, dovessero investire i loro capitali, anche solo in parte, in Palestina, non ci sono dubbi che l’arteria vitale della Palestina – tutta la fascia costiera – sarebbe in mani ebraiche entro venticinque anni (…). L’arabo conserva il suo attaccamento primitivo alla terra, l’istinto del suolo è forte in lui, ed essendo costantemente impiegato in esso c’è il pericolo che possa sentirsi indispensabile, con un diritto morale su di esso”. Tutto ciò conferma che la tendenza a collegare il “rifiuto arabo” alla nascita del problema dei rifugiati palestinesi ignora buona parte della storia e non può che favorire una comprensione limitata di una questione più complessa.

Nablus, Cisgiordania. Un giovane palestinese dà fuoco alle gomme in risposta all'intervento delle forze...
Nablus, Cisgiordania. Un giovane palestinese dà fuoco alle gomme in risposta all’intervento delle forze israeliane contro i palestinesi che protestavano contro gli attacchi israeliani alla Striscia di Gaza con gas lacrimogeni durante una manifestazione tenuta come parte del 73 ° anniversario della Nakba, 17 maggio 2021

Tornando sul presente: Gaza sfogatoio dell’impasse

Sovente, quando i nodi strutturali legati al conflitto non trovano una via di fuga, Gaza assurge a tragico centro del palcoscenico. “Da una parte abbiamo Hamas, che cerca sempre di affermarsi come il solo rappresentante della causa palestinese, appropriandosi della lotta attraverso strumenti chiaramente inaccettabili come i razzi lanciati su aree abitate da civili israeliani. Hamas rappresenta un affronto che pochi tra quanti criticano l’establishment israeliano sarebbero disposti a tollerare”, argomenta lo storico. “Dall’altra parte abbiamo Israele, che si concentra quasi unicamente su Hamas, lasciando sullo sfondo tutto il retroterra strutturale, inclusa l’esistenza di milioni di esseri umani che da oltre mezzo secolo vivono sia senza una qualsivoglia cittadinanza, ovvero diritti, sia sprovvisti di un loro Stato. Per un verso è necessario difendere il legittimo e inderogabile diritto dello Stato d’Israele a vivere e prosperare in piena sicurezza”, prosegue Lorenzo Kamel. “Dall’altro bisogna essere disposti a vedere e denunciare il limbo giuridico al quale sono soggetti da oltre mezzo secolo milioni di palestinesi”.

La madre e il fratello di Mohammad, uno dei quattro bambini della famiglia Bakr che sono stati uccisi...
La madre e il fratello di Mohammad, uno dei quattro bambini della famiglia Bakr che sono stati uccisi durante il conflitto israelo-palestinese del 2014, visitano la tomba nel campo profughi di al-Shati a Gaza City, 7 febbraio 2021

“Hamas non arriva da Marte”

Qualche anno fa, Lorenzo Kamel scrisse un articolo sulla prima pagina di Ha’aretz che ebbe grande risonanza. Il titolo era: “Perché i palestinesi a Gaza sostengono Hamas?”. L’importanza di porsi questa domanda è ancora attuale. “Quando si parla del conflitto ci si dimentica di tutto questo – della violenza quotidiana dell’occupazione, che è puro terrore per chi la subisce – e ci si sofferma solo su Hamas, la cui ascesa è il prodotto di molteplici aspetti. Hamas opera una sorta di perpetuo hijacking, un dirottamento della lotta operato attraverso l’uso di missili sparati in maniera indiscriminata contro civili israeliani: i suoi leader sembrano interessati più al proprio tornaconto politico che al prezzo pagato dalla popolazione locale. Israele, dall’altra parte, si comporta come se Hamas venisse da Marte e dimentica il proprio ruolo”.

Razzi vengono lanciati verso Israele da Gaza City, controllata dal movimento palestinese di Hamas, 18...
Razzi vengono lanciati verso Israele da Gaza City, controllata dal movimento palestinese di Hamas, 18 maggio 2021

Dal 1967 (anno della Guerra dei sei giorni) al 1987 (anno della fondazione di Hamas) le moschee della Striscia sono aumentate da 200 a 600. È lecito e naturale chiedersi la ragione di ciò. Da dove viene tutto questo? “La risposta – sostiene lo storico – è legata anche alle condizioni in cui i palestinesi hanno vissuto durante quei vent’anni. È bene ricordare, inoltre, che Hamas nacque con il sostegno delle autorità israeliane per controbilanciare i movimenti secolari e di sinistra che erano interni all’Organizzazione di Liberazione della Palestina (Olp)”.

La popolazione di Gaza è composta da ex profughi, famiglie espulse nel ’48 da varie cittadine che vennero trasportate con autobus nei campi e nelle città che compongono l’odierna Striscia. Stiamo parlando di una popolazione già fortemente provata, poi costretta a decenni di privazioni non solo per il blocco imposto nel 2007, ma per il fatto di vivere in uno stato di completa dipendenza, che include anche i registri demografici (controllati da Israele) e la moneta usata (lo shekel). Due milioni di individui dispongono di un’unica falda acquifera, per lo più inquinata. Come ricordato nei giorni scorsi da HuffPost, la demografia a Gaza merita un posto nella narrazione. Il 53-54% della popolazione della Striscia oggi ha meno di 18 anni: questo significa che più della metà degli abitanti nel 2006, quando Hamas vinse le elezioni, non c’era o non aveva alcun diritto di voto.

Bambini palestinesi sfollati con le loro famiglie nella Striscia a causa degli attacchi israeliani nell'area,...
Bambini palestinesi sfollati con le loro famiglie nella Striscia a causa degli attacchi israeliani nell’area, si rifugiano nella scuola El Jadida, a Gaza City, 18 maggio 2021

L’unicità del caso palestinese

Lo storico invita a confrontare il caso dei palestinesi con altri contesti in qualche maniera simili (Sahara Occidentale, Cecenia, Tibet, Abcasia e altri): “in questi e altri casi, è innegabile che ci siano forme di oppressione, ma le altre potenze hanno quantomeno accettato di prendersi delle responsabilità nei riguardi delle popolazioni assoggettate, garantendo loro una cittadinanza”. Ancora oggi, per contro, milioni di palestinesi sono giudicati in tribunali militari. Stando a dati ufficiali israeliani il 99,74% dei palestinesi che si presenta davanti a questi tribunali ne esce con una condanna.

“Israele – sottolinea il professore – ottiene una serie di ‘benefici’ dall’occupazione dei Territori Palestinesi che vanno ben oltre le questioni legate alla sicurezza”. Un esempio è lo smaltimento di scorie e rifiuti israeliani, che sistematicamente vengono sotterrati nei territori occupati palestinesi con modalità in parte simili a quanto avviene nella Terra dei Fuochi. Un altro esempio sono i materiali che vengono prelevati dalle cave palestinesi per essere usati in Israele: parliamo annualmente di circa dodici milioni di tonnellate di pietre e ghiaia, tre quarti delle quali utilizzate per costruzioni edificate in Israele. A ciò si aggiunga che per via degli insediamenti e delle relative infrastrutture circa il 40% della Cisgiordania non è accessibile da parte della popolazione palestinese. Infine, su circa il 60% della Cisgiordania ogni aspetto della vita civile della maggioranza locale è soggetto all’esclusivo controllo delle autorità israeliane. “Solo un approccio semplicistico può accettare una siffatta realtà in nome esclusivo della sicurezza”.

Protesta palestinese a Ramallah, in Cisgiordania, 18 maggio
Protesta palestinese a Ramallah, in Cisgiordania, 18 maggio 2021

La presunta “impotenza” della comunità internazionale e i fiumi di fondi “mal investiti” dai palestinesi

Si parla molto di una presunta impotenza della comunità internazionale. “Parlare di impotenza degli attori internazionali fornisce un’idea fuorviante. In realtà questi attori hanno un ruolo centrale. Pensiamo agli Stati Uniti: i contribuenti statunitensi forniscono 10 milioni di dollari al giorno a Israele che sono usati in larga parte per armi, inclusa, secondo alcune fonti, quella che ha abbattuto la torre di Al-Jalaa, che fino a due giorni fa ospitava le testate giornalistiche operanti a Gaza. Pensiamo all’Iran, che fornisce un’enorme quantità di missili, sempre più sofisticati, ad Hamas. Ma pensiamo anche ai paesi europei, che forniscono larga parte delle armi utilizzate in Israele-Palestina, tanto nella quotidianità quanto nel corso delle guerre alle quali assistiamo ciclicamente. Questi e altri attori hanno un ruolo centrale nelle cause strutturali del conflitto”.

Soldati israeliani sparano un obice semovente da 155 mm verso la Striscia di Gaza dalla loro posizione...
Soldati israeliani sparano un obice semovente da 155 mm verso la Striscia di Gaza dalla loro posizione lungo il confine con l’enclave palestinese, 17 maggio 2021

Un’altra tesi ricorrente è quella secondo cui i palestinesi ricevono enormi fondi dalla comunità internazionale. Esistono studi approfonditi – come quello dell’economista Shir Hever – secondo cui il 78% degli aiuti destinati ai palestinesi finisce nelle casse israeliane, sebbene altre ricerche forniscano percentuali con cifre diverse. È questa l’ennesima conferma di quanto le percezioni che si possono trarre dall’esterno possono finire per semplificare dinamiche locali ben più complesse.

Come se ne viene fuori?

La tragedia ultima di questo conflitto è la de-umanizzazione dell’altro. E questo coinvolge tutte le parti in causa. Un simile vicolo cieco richiede programmi di studio volti a comprendere le cicatrici degli “altri”, – siano essi israeliani o palestinesi – nonché uno stop deciso ai rifornimenti di armi e un approccio multilaterale che includa pressioni concrete nei riguardi di tutti gli attori che si oppongono al consenso internazionale riguardo Gerusalemme e l’autodeterminazione di entrambi i popoli. Esistono due alternative a un approccio di questo tipo. La prima è rappresentata dal nefasto unilateralismo che entrambe le parti hanno mostrato in innumerevoli occasioni. La seconda è ciò che Martin Buber definì un “monologo travestito da dialogo”, ovvero un dialogo “in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con sé stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo di sé”. Buber scrisse queste parole nel 1947. Nel 2021 appaiono più attuali che mai.

Gaza, 16 maggio
Gaza, 16 maggio 2021

Da: Huffington Post:

https://www.huffingtonpost.it/entry/radici-conflitto-israele-palestina_it_60a4c7c8e4b014bd0cb2a252

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