Israele ha scelto una società a due livelli. La violenza è il risultato inevitabile.

Mag 17, 2021 | Riflessioni

di Hagai El-Ad,

The Washington Post, 14 maggio 2021. 

La negazione dei diritti umani ai Palestinesi è insostenibile a lungo termine.

Palestinesi ispezionano una strada distrutta dopo un attacco israeliano a Gaza City, 13 maggio 2021. (Mohammed Sabre / EPA-EFE / REX / Shutterstock)

La maggior parte degli Ebrei israeliani vive facendo finta che Gaza e i suoi 2 milioni di Palestinesi siano scomparsi dalla faccia della Terra. La popolazione civile assediata, l’acqua inquinata, il rifiuto di permessi per uscire dai confini anche per cure mediche essenziali –gli infiniti modi in cui i Palestinesi nella Striscia di Gaza sono umiliati da Israele giorno dopo giorno– sono tutti in gran parte invisibili alla metà ebraica del popolazione che vive tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Invisibili fino a che, ogni pochi anni, le sirene e i razzi servono a produrre un terribile risveglio.

Allo stesso modo, Israele preferirebbe che le famiglie palestinesi di cui è previsto lo sgombero forzato a Sheikh Jarrah –un quartiere nella Gerusalemme Est occupata, l’unica parte della Cisgiordania che Israele si è presa la briga di annettere formalmente– rimanessero invisibili. Quel desiderio si riflette nel linguaggio ufficiale: il Ministero degli Affari Esteri israeliano ha fatto riferimento a questo processo di pulizia graduale –e autorizzata dallo stato– del quartiere palestinese per essere sostituito da famiglie ebree, come “una controversia immobiliare tra privati”. Quella “controversia” si basa sulla legislazione razzista (leggi del 1950 e 1970 approvate da governi laburisti “di sinistra”) che consente agli Ebrei, ma non ai Palestinesi, di avanzare rivendicazioni di proprietà per immobili posseduti prima del 1948. Gli attivisti palestinesi questo mese sono riusciti a fare in modo che questi abusi non fossero ignorati.

Un altro fatto che tende a essere invisibile: le case palestinesi vengono demolite perché costruite senza permessi, in un sistema progettato per negare ai Palestinesi la possibilità di ottenere quei permessi. Altro fatto invisibile: i Palestinesi vengono uccisi impunemente dalle forze di sicurezza israeliane, in un sistema progettato per non punire quasi mai i responsabili. O anche il fatto che le organizzazioni dei coloni si stanno spostando in città “miste” all’interno dei confini di Israele –le stesse città da cui la maggior parte dei Palestinesi sono stati cacciati 73 anni fa e non hanno il permesso di tornare– in un sistema progettato per giudaizzare ulteriormente questa terra.

Questi sono solo alcuni frammenti della realtà in Israele e nei territori palestinesi. L’apartheid è il principio organizzativo che collega tutte queste forme di colonizzazione e trasferimenti, privazione dei diritti civili e oppressione, dominio e supremazia. I Palestinesi possono essere cittadini di seconda classe, “residenti permanenti”, sudditi occupati o rifugiati. I dettagli variano, ma lo schema è lo stesso: tutti i Palestinesi che vivono sotto il dominio israeliano sono trattati come inferiori, in termini di diritti e di status, rispetto agli Ebrei che vivono nella stessa area.

La mia organizzazione, il gruppo per i diritti umani B’Tselem, quando fu fondato nel 1989, aveva limitato il suo mandato alla Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e a Gaza. Ma da quando le intenzioni a lungo termine di Israele –mantenere il controllo su milioni di Palestinesi senza dar loro diritti o cittadinanza– sono diventate chiare, non crediamo più che gli abusi dei diritti in quei territori possano essere separati dalla politica generale di discriminazione razziale applicata in tutta l’area sotto il controllo di Israele. Abbiamo esposto, a gennaio, i nostri argomenti a favore del cambiamento di prospettiva, in un documento di sintesi chiamato “Questo è Apartheid“; allo stesso modo, in aprile, Human Rights Watch ha stabilito un’ampia motivazione giuridica secondo cui i funzionari israeliani stanno commettendo il crimine di apartheid.

Per decenni, Israele è riuscita a isolarsi dal suo progetto di occupazione definendolo come una cosa temporanea e separata. Molti Palestinesi non si son fatti ingannare e hanno chiamato questo regime di dominazione etnica con il suo vero nome. Questa diagnosi di apartheid è accurata non solo perché l’occupazione è inseparabile da Israele (chi governa veramente il regime militare dei territori occupati?), ma perché le politiche di dominio e supremazia di un gruppo (Ebrei) sull’altro (Palestinesi) sono la vera realtà tra il fiume e il mare.

In questo contesto, le esplosioni di violenza –specialmente quelle sufficientemente orribili da entrare nel ciclo delle notizie globali, come avviene in questo momento– non sono un piccolo inconveniente ma una caratteristica propria di questo sistema. La violenza di Stato è uno strumento permanente di espropriazione e controllo, ingegneria demografica e “deterrenza”. La quantità specifica di violenza che viene applicata è in continua evoluzione, ma fa sempre paura.

E così, ripetutamente, quando uno o più di questi frammenti di realtà viene alla ribalta, c’è sorpresa, le persone sono inorridite dalla violenza e si fa ogni sforzo per ripristinare quello che viene chiamato in modo fuorviante “lo status quo”. Ma questo non significa mai che la violenza sia veramente finita. Significa solo che la violenza di Israele contro i Palestinesi è stata nuovamente resa invisibile, che ancora una volta la tensione è stata eliminata (per alcuni), ed è rimasta l’ingiustizia (per il resto).

È una falsità comunemente accettata che Israele sia uno stato “ebraico e democratico”. In realtà, non è né l’uno né l’altro: è un’entità binazionale, intrinsecamente antidemocratica, governata da un regime di apartheid. La frammentazione nel campo dei Palestinesi può servire a offuscare la verità, ma come può una realtà di parità demografica –circa 7 milioni di Ebrei, circa 7 milioni di Palestinesi– essere considerata solo “Ebrea”? E quando la maggior parte di quei Palestinesi viene mantenuta priva di diritti civili, come può essere considerato uno stato “democratico”?

Per decenni la politica estera degli Stati Uniti ha consentito, approvato e protetto questo regime da conseguenze di qualche importanza. Non solo fornendo aiuti diretti a Israele, ma anche attraverso ripetuti veti degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il mantenimento dell’infinita illusione del “processo di pace”, invece di dare la priorità alla protezione e alla realizzazione dei diritti umani che vengono violati giorno dopo giorno. L’impunità israeliana porta attaccata una grande etichetta “Made in USA”, poiché Washington è il luogo in cui viene prodotta.

L’attenzione dei media, alla fine, è destinata a rivolgersi altrove. In assenza di cambiamenti strutturali, gli sforzi per rendere nuovamente invisibile questa ingiustizia riprenderanno vigore, fino al prossimo ciclo. Naturalmente, molti Israeliani vorrebbero tornare a uno stato di caparbia cecità. Ma i frammenti si stanno componendo e l’immagine sta diventando sempre più difficile da falsificare.

Hagai El-Ad è il direttore esecutivo di B’Tselem, un’organizzazione per i diritti umani con sede a Gerusalemme.

https://www.washingtonpost.com/outlook/israel-has-chosen-a-two-tiered-society-violence-is-the-inevitable-result/2021/05/14/3ab35f2e-b424-11eb-a980-a60af976ed44_story.html

Traduzione di Donato Cioli – Assopace Palestina

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