Dopo anni di quiete, il conflitto israelo-palestinese è esploso. Perché proprio ora?

Mag 16, 2021 | Notizie

di Patrick Kingsley,

The New York Times, 15 maggio 2021. 

Un intervento di polizia poco commentato il mese scorso a Gerusalemme è stato uno dei molti incidenti che hanno portato alla crisi attuale.

Il complesso della moschea di Aqsa a Gerusalemme il mese scorso, circa una settimana prima dell’inizio del Ramadan. Ahmad Gharabli / Agence France-Presse – Getty Images

GERUSALEMME – Ventisette giorni prima del lancio del primo razzo da Gaza avvenuto questa settimana, una squadra di agenti di polizia israeliani è entrata nella moschea di Aqsa a Gerusalemme, ha ignorato gli assistenti palestinesi e ha attraversato a grandi passi il vasto cortile di pietra calcarea. Poi gli agenti hanno tagliato i cavi degli altoparlanti che trasmettono preghiere ai fedeli dai quattro minareti medievali.

Era la notte del 13 aprile, il primo giorno del mese sacro musulmano del Ramadan. Era anche il Memorial Day in Israele, giorno che onora coloro che sono morti combattendo per il paese. Il presidente israeliano stava pronunciando un discorso al Muro Occidentale, un sacro sito ebraico che si trova sotto la moschea, e i funzionari israeliani erano preoccupati che le preghiere lo avrebbero disturbato e sommerso.

L’incidente è stato confermato da sei funzionari della moschea, tre dei quali ne sono stati testimoni; la polizia israeliana ha rifiutato di commentare. Nel mondo esterno, il fatto veniva a malapena registrato.

Ma, col senno di poi, il raid della polizia nella moschea, uno dei luoghi più sacri dell’Islam, è stata una delle numerose azioni che hanno portato, meno di un mese dopo, all’improvvisa ripresa della guerra tra Israele e Hamas, il gruppo militante che governa la Striscia di Gaza e allo scoppio di disordini tra civili arabi ed ebrei all’interno di tutto il territorio israeliano.

“Questo è stato il punto di svolta”, ha detto lo sceicco Ekrima Sabri, il gran muftì di Gerusalemme. “Le loro azioni avrebbero poi fatto precipitare la situazione.”

Agenti di polizia israeliani nel complesso della moschea di Aqsa il 7 maggio. Ammar Awad / Reuters

Quel deterioramento della situazione è stato molto più devastante, veloce e di vasta portata di quanto si potesse immaginare. Ha portato alla peggiore violenza tra Israeliani e Palestinesi da anni, non solo per il conflitto bellico con Hamas –che ha ucciso almeno 145 persone a Gaza e 12 in Israele– ma anche per un’ondata di scontri civili in città miste arabo-ebraiche in Israele.

Ha generato disordini anche nelle città della Cisgiordania occupata, dove venerdì le forze israeliane hanno ucciso 11 Palestinesi. Ha provocato il lancio di razzi verso Israele da un campo profughi palestinese in Libano, ha spinto i Giordani a marciare verso Israele in segno di protesta e ha portato i manifestanti libanesi ad attraversare brevemente il confine meridionale con Israele.

La crisi è arrivata mentre il governo israeliano stava lottando per la sua sopravvivenza; mentre Hamas –che Israele considera un gruppo terroristico– stava cercando di espandere il suo ruolo all’interno del movimento palestinese; e mentre una nuova generazione di Palestinesi stava affermando i propri valori e i propri obiettivi.

Ma era anche la conseguenza di anni di blocchi e restrizioni a Gaza, decenni di occupazione in Cisgiordania e decenni di discriminazione contro gli Arabi all’interno dello stato di Israele, ha affermato Avraham Burg, ex portavoce del parlamento israeliano ed ex presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale.

“Tutto l’uranio arricchito era già al suo posto”, ha detto. “Mancava solo un innesco. E l’innesco è stato la Moschea di Aqsa”.

La polizia israeliana spara granate assordanti contro la moschea di Aqsa, 7 maggio. Ammar Awad / Reuters

Erano passati sette anni dall’ultimo conflitto significativo con Hamas e 16 dall’ultima grande rivolta palestinese, o intifada.

Non ci sono stati grandi disordini a Gerusalemme quando il presidente Donald J. Trump ha riconosciuto la città come capitale di Israele e vi ha nominalmente trasferito l’ambasciata degli Stati Uniti. Non ci sono state proteste di massa dopo che quattro paesi arabi hanno normalizzato le relazioni con Israele, abbandonando la consolidata opinione che non lo avrebbero mai fatto fino a quando il conflitto israelo-palestinese non fosse stato risolto.

Due mesi fa, pochi nell’establishment militare israeliano si aspettavano qualcosa del genere.

In colloqui privati, i funzionari militari dicevano che la più grande minaccia per Israele era a mille miglia di distanza in Iran, o al confine settentrionale con il Libano.

Quando gli ambasciatori si sono incontrati a marzo con i due generali che sovrintendono agli aspetti amministrativi degli affari militari israeliani a Gaza e in Cisgiordania, hanno trovato la coppia rilassata quanto alla possibilità di violenze significative e anzi soddisfatta per il lungo periodo di relativa quiete, come ha riferito un alto diplomatico straniero che ha chiesto di restare anonimo per poter parlare liberamente.

Gaza stava lottando per superare un’ondata di infezioni da coronavirus. La maggior parte delle principali fazioni politiche palestinesi, compreso Hamas, puntava alle elezioni legislative palestinesi previste per marzo, le prime in 15 anni. E a Gaza, dove il blocco imposto da Israele ha contribuito a un tasso di disoccupazione di circa il 50 per cento, la popolarità di Hamas stava diminuendo, mentre i Palestinesi parlavano sempre più della necessità di dare priorità all’economia piuttosto che alla guerra.

Ad aprile, l’umore ha cominciato a cambiare.

Le preghiere del 13 aprile ad Aqsa per la prima notte di Ramadan sono avvenute mentre il presidente israeliano, Reuven Rivlin, stava pronunciando il suo discorso a poca distanza.

La festa del Memorial Day in Israele il mese scorso ha coinciso con l’inizio del Ramadan. Ariel Schalit / Associated Press

L’amministrazione della moschea, che è supervisionata dal governo giordano, aveva respinto una richiesta israeliana di non trasmettere preghiere durante il discorso, considerando la richiesta irrispettosa, ha detto un funzionario delle relazioni pubbliche della moschea.

Così quella notte la polizia ha fatto irruzione nella moschea e ha staccato gli altoparlanti.

“Senza dubbio”, ha detto lo sceicco Sabri, “era chiaro per noi che la polizia israeliana voleva profanare la moschea di Aqsa e il mese sacro del Ramadan”.

Un portavoce del presidente ha negato che gli altoparlanti fossero stati disattivati, ma in seguito ha detto che le autorità avrebbero fatto altri controlli.

In un anno diverso, l’episodio sarebbe stato rapidamente dimenticato.

Ma il mese scorso si sono improvvisamente e inaspettatamente incrociati diversi fattori che hanno permesso a questo sgarbo di ingigantirsi in una grande resa dei conti.

Un senso di rinascita dell’identità nazionale tra i giovani palestinesi si è concretizzato non solo nella resistenza a una serie di incursioni ad Al Aqsa, ma anche nella protesta contro la difficile situazione di sei famiglie palestinesi che dovevano essere espulse dalle loro case. Benjamin Netanyahu, primo ministro custode di Israele, si è sentito poco incentivato a calmare le acque, avvertendo invece il bisogno di soddisfare un’estrema destra sempre più assertiva.

Al tempo stesso, un improvviso vuoto politico palestinese e una protesta popolare che si poteva cavalcare, hanno dato ad Hamas l’occasione di mostrare i muscoli.

Questi cambiamenti nelle dinamiche palestinesi hanno colto Israele alla sprovvista. Gli Israeliani si sentivano tranquilli, godendo da più di un decennio di governi di estrema destra che trattavano le richieste palestinesi di uguaglianza e sovranità come un problema da contenere, non da risolvere.

“Dobbiamo svegliarci”, ha detto Ami Ayalon, ex direttore dell’agenzia di intelligence interna israeliana Shin Bet. “Dobbiamo cambiare il modo in cui interpretiamo tutto questo, a partire dal falso concetto che lo status quo sia stabile”.

L’incidente degli altoparlanti è stato seguito quasi immediatamente dalla decisione della polizia di chiudere una piazza popolare fuori dalla Porta di Damasco, uno degli ingressi principali della Città Vecchia di Gerusalemme. I giovani palestinesi di solito si riuniscono lì di notte durante il Ramadan.

Un portavoce della polizia, Micky Rosenfeld, ha detto che la piazza è stata chiusa per impedire la formazione di folle pericolosamente grandi e per scongiurare la possibilità di violenze.

Per i Palestinesi, era un altro insulto. Ha portato a proteste, che son finite in scontri notturni tra la polizia e i giovani che cercavano di recuperare il loro spazio.

Il mese scorso le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato un manifestante palestinese fuori dalla Porta di Damasco a Gerusalemme. Ahmad Gharabli / Agence France-Presse – Getty Images

Per la polizia, le proteste erano disordini da controllare. Ma per molti Palestinesi, essere spinti fuori dalla piazza era un’offesa, sotto alla quale c’erano rancori molto più profondi.

La maggior parte dei Palestinesi residenti a Gerusalemme Est, che Israele occupò durante la guerra arabo-israeliana del 1967 e successivamente annesse, non sono cittadini israeliani per scelta, perché molti dicono che richiedere la cittadinanza conferirebbe legittimità a una potenza occupante. Quindi non possono votare.

Molti hanno la sensazione di essere gradualmente cacciati da Gerusalemme. Le restrizioni sui permessi di costruzione li costringono a lasciare la città o costruire alloggi illegali, che sono passibili di ordini di demolizione. Quindi la decisione di escludere i Palestinesi da un prezioso spazio comune ha accentuato il senso di discriminazione che molti di loro hanno provato per tutta la vita.

“Sembrava che stessero cercando di eliminare la nostra presenza dalla città”, ha detto Majed al-Qeimari, un macellaio di 27 anni di Gerusalemme Est. “Abbiamo sentito il bisogno di alzar la testa e far capire che ci siamo”.

Gli scontri alla Porta di Damasco hanno avuto ripercussioni. Nel corso della settimana, i giovani palestinesi hanno iniziato ad attaccare gli Ebrei. Alcuni hanno pubblicato video su TikTok, un sito di social media, attirando l’attenzione del pubblico. E questo ha portato ben presto a rappresaglie ebraiche organizzate.

Il 21 aprile, appena una settimana dopo il raid della polizia, alcune centinaia di membri di un gruppo ebraico di estrema destra, Lehava, hanno marciato attraverso il centro di Gerusalemme, cantando “Morte agli Arabi” e attaccando i passanti palestinesi. Un gruppo di Ebrei è stato filmato mentre attaccava una casa palestinese e altri hanno aggredito conducenti che secondo loro erano Palestinesi.

Il mese scorso i sostenitori del gruppo ebraico di estrema destra Lehava hanno affrontato la polizia vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme. Ariel Schalit / Associated Press

Diplomatici stranieri e leader di comunità hanno cercato di convincere il governo israeliano a raffreddare la tensione a Gerusalemme, riaprendo almeno la piazza fuori dalla Porta di Damasco. Ma hanno trovato il governo distratto e disinteressato, ha detto una persona coinvolta in quelle discussioni, che non era autorizzata a parlare pubblicamente.

Netanyahu era nel bel mezzo dei negoziati di coalizione dopo le elezioni di marzo –le quarte in due anni– che si sono concluse senza un chiaro vincitore. Per formare una coalizione aveva bisogno di convincere diversi deputati di estrema destra a unirsi a lui.

Uno era Itamar Ben Gvir, un ex avvocato di Lehava che sostiene l’espulsione di cittadini arabi che considera sleali nei confronti di Israele; fino a poco tempo fa, teneva appeso nel suo soggiorno un ritratto di Baruch Goldstein, un estremista ebreo che ha massacrato 29 Palestinesi a Hebron nel 1994.

Netanyahu è stato accusato di assecondare personaggi come Ben Gvir e di aver fomentato la crisi per radunare gli Israeliani attorno alla sua leadership, lasciando che le tensioni aumentassero a Gerusalemme.

“Netanyahu non ha inventato le tensioni tra Ebrei e Arabi”, ha detto Anshel Pfeffer, commentatore politico e biografo del primo ministro. “Le tensioni esistono da prima della fondazione di Israele. Ma durante i suoi lunghi anni al potere, ha alimentato e sfruttato più volte queste tensioni per ottenere un guadagno politico, e ora ha fallito miseramente come leader non riuscendo a spegnere gli incendi scoppiati.”

Mark Regev, un consigliere senior di Netanyahu, ha respinto tale analisi.

“È vero esattamente il contrario”, ha detto Regev. “Ha fatto tutto il possibile per cercare di far prevalere la calma”.

Il 25 aprile, il governo ha ceduto e ha consentito ai Palestinesi di radunarsi fuori dalla Porta di Damasco. Ma poi è arrivata una serie di altri eventi che hanno notevolmente ampliato il vortice di violenza.

Il primo è stato l’incombente sfratto di sei famiglie da Sheikh Jarrah, un quartiere palestinese a Gerusalemme Est. Con una decisione finale del tribunale prevista per la prima metà di maggio, si sono svolte proteste regolari per tutto aprile, manifestazioni che hanno subito un’accelerazione dopo che i Palestinesi hanno fatto un collegamento tra gli eventi alla Porta di Damasco e la difficile situazione dei residenti.

Palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est. Maya Alleruzzo / Associated Press

“Quello che vedete ora a Sheikh Jarrah o ad Al Aqsa o alla Porta di Damasco è un tentativo di cacciarci fuori da Gerusalemme”, ha detto Salah Diab, un leader di comunità a Sheikh Jarrah, che ha avuto una gamba rotta durante un recente raid della polizia nella sua casa. “Il mio quartiere è solo l’inizio.”

La polizia ha detto che stava rispondendo alla violenza dei manifestanti a Sheikh Jarrah, ma i video e le immagini hanno mostrato che gli agenti stessi erano coinvolti nella violenza. Quando le immagini hanno cominciato a circolare online, il quartiere si è trasformato in un elemento di coesione non solo per i Palestinesi dei territori occupati e di Israele, ma anche della diaspora.

L’esperienza di quelle famiglie, che erano già state sfollate nel 1948 da quello che divenne Israele, è una cosa a cui “ogni singolo Palestinese della diaspora può facilmente identificarsi”, ha detto Jehan Bseiso, una poetessa palestinese che vive in Libano.

E questo fatto ha gettato la luce su un elemento di discriminazione legale: la legge israeliana consente agli Ebrei di reclamare le terre di Gerusalemme Est che appartenevano ad Ebrei prima del 1948. Ma i discendenti di centinaia di migliaia di Palestinesi che sono fuggiti dalle loro case quello stesso anno non hanno mezzi legali per reclamare le terre della loro famiglia.

“C’è qualcosa di veramente provocatorio nel vedere le persone allontanate un’altra volta, in modo ciclico, dalle loro case”, ha detto Bseiso. “È molto provocatorio ed è qualcosa in cui ti puoi molto, molto facilmente identificare, anche se sei a un milione di miglia di distanza.”

Il 29 aprile, il presidente Mahmoud Abbas dell’Autorità Palestinese ha annullato le elezioni palestinesi, temendo un risultato per lui umiliante. La decisione ha aumentato la debolezza di Abbas.

Hamas ha viso in questo un’occasione da non perdere e ha cominciato a prendere la posizione di difensore militante di Gerusalemme.

“Hamas pensava che, così facendo, stava dimostrando di essere una leadership più capace per i Palestinesi”, ha detto Mkhaimar Abusada, un esperto politico dell’Università Al Azhar di Gaza City.

Il 4 maggio, sei giorni prima dell’inizio delle ostilità, il capo dell’esercito di Hamas, Muhammed Deif, ha rilasciato una rara dichiarazione pubblica. “Questo è il nostro ultimo avvertimento”, ha detto Deif. “Se l’aggressione contro la nostra gente nel quartiere di Sheikh Jarrah non si ferma immediatamente, non staremo a guardare”.

Tuttavia la guerra sembrava improbabile.

Ma poi è arrivata l’escalation più drammatica di tutte: un raid della polizia nella moschea di Aqsa venerdì 7 maggio. Ufficiali di polizia armati di gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili con la punta di gomma hanno fatto irruzione nel complesso della moschea poco dopo le 20:00, dando il via a ore di scontri con manifestanti che lanciavano pietre provocando centinaia di feriti, hanno detto gli operatori sanitari.

Una granata stordente della polizia è esplosa durante gli scontri alla Porta di Damasco l’8 maggio. Amir Levy / Getty Images

La polizia ha detto che a cominciare sono stati i lanciatori di pietre; diversi fedeli hanno detto il contrario.

Chiunque abbia colpito per primo, la vista di granate assordanti e proiettili all’interno della sala di preghiera di uno dei luoghi più sacri dell’Islam –l’ultimo venerdì del Ramadan, una delle sue notti più sacre– è stato visto come un grave insulto a tutti i Musulmani.

“Si tratta della giudaizzazione della città di Gerusalemme”, ha detto lo sceicco Omar al-Kisswani, un altro leader della moschea, in un’intervista poche ore dopo il raid. “Cercano di dissuadere le persone dall’andare ad Al Aqsa”.

Questo ha posto le basi per una drammatica resa dei conti lunedì 10 maggio. Un’udienza finale in tribunale su Sheikh Jarrah era stata fissata in coincidenza con il Jerusalem Day, quando gli Ebrei celebrano la riunificazione di Gerusalemme, grazie alla conquista di Gerusalemme Est, nel 1967.

I nazionalisti ebrei di solito caratterizzano la giornata marciando attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia e cercando di visitare il Monte del Tempio, il sito su cui è costruita la Moschea di Aqsa.

La combinazione di quella marcia incombente, le tensioni su Al Aqsa e la possibilità di un ordine di sfratto a Sheikh Jarrah sembravano andare verso qualcosa di pericoloso.

Il governo israeliano si è affrettato a reprimere le tensioni. L’udienza della Corte Suprema sul caso di sfratto è stata rinviata. Un ordine ha impedito agli Ebrei di entrare nel complesso della moschea.

Ma la polizia ha nuovamente fatto irruzione nella moschea di Aqsa, lunedì mattina presto, dopo che i Palestinesi avevano accumulato pietre in previsione di scontri con la polizia e con gli Ebrei di estrema destra. Per la seconda volta in tre giorni, granate assordanti e proiettili con la punta di gomma sono stati sparati nell’area del complesso, in scene trasmesse in tutto il mondo.

Soccorso a un manifestante ferito lunedì nel complesso della moschea di Aqsa. Agence France-Presse – Getty Images

All’ultimo minuto, il governo ha dirottato la marcia del Jerusalem Day dal quartiere musulmano, dopo aver ricevuto una nota dell’intelligence sul rischio di un’escalation se la marcia fosse andata avanti.

Ma era troppo poco e troppo tardi. A quel punto, l’esercito israeliano aveva già iniziato a ordinare ai civili di allontanarsi dal perimetro di Gaza.

Poco dopo le 18:00 di lunedì è iniziato il lancio di razzi da Gaza.

Rami Nazzal ha contribuito ai rapporti da Ramallah e Cisgiordania, e Iyad Abuhweila da Gaza City.

Patrick Kingsley è il capo dell’ufficio di Gerusalemme che copre Israele e i territori occupati. Ha riferito da più di 40 paesi, ha scritto due libri e ha trattato la migrazione e il Medio Oriente per il Guardian. @PatrickKingsley

Traduzione di Donato Cioli – AssopacePalestina

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