Diritti dei lavoratori in crisi: i lavoratori palestinesi in Israele e nelle colonie

Apr 29, 2021 | Riflessioni

dalla: Confederazione Sindacale Internazionale (CSI)[ ]

International Trade Union Confederation (ITUC), 12 aprile 2021. 

PREFAZIONE

È tempo di porre fine allo sfruttamento dei lavoratori palestinesi

Questa è una storia di occupazione e di sfruttamento. La comunità internazionale non può più ignorare gli accordi disumanizzanti che i lavoratori –disperatamente alla ricerca di nutrire le loro famiglie e obbligati a lavorare in Israele o negli insediamenti illegali– devono accettare.

Il sistema dei permessi gestiti da intermediari [broker], che controllano l’accesso al lavoro e costringono i lavoratori a pagare per il diritto al lavoro, è scandaloso e deve essere abolito. Trattenere le prestazioni previdenziali ai lavoratori e alla Autorità Palestinese (settore protezione sociale), è semplicemente un furto. E quando, per lavorare, il 45 % dei lavoratori deve attraversare i confini voluti da Israele, questo fatto, di per sé, denuncia le limitazioni artificiose imposte allo sviluppo.

Le richieste della Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) [International Trade Union Confederation (ITUC)] sono chiare:

  • Eliminare gli intermediari e assicurare un sistema di contratti trasparente;
  • Rispettare il livello minimo di tutela del lavoro su cui ci si è accordati in occasione del centenario della Dichiarazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) dedicato al futuro del lavoro stesso, che include diritti fondamentali quali:
  • Salute e sicurezza sul lavoro,
  • Una paga minima adeguata, basata su dati reali, con cui i lavoratori e le loro famiglie possano vivere con dignità, e numero massimo di ore di lavoro,
  • Tutela sociale,
  • Effettive ispezioni sul lavoro,
  • Effettivo impegno nel controllare che i diritti umani e lavorativi vengano rispettati.

In assenza di un effettivo rispetto di questi diritti e benefici, chiediamo l’intervento dei governi e delle istituzioni internazionali. Come primo passo per allinearsi alla legge internazionale e ai Principi Guida sull’Economia e i Diritti Umani delle Nazioni Unite, le imprese e gli investitori devono porre fine alla loro complicità con gli insediamenti illegali. Per facilitare quest’azione, l’agenzia ONU per i diritti umani (UNHRC) dovrebbe continuare a monitorare e ad allargare la lista del database delle Nazioni Unite sulle imprese che fanno affari con gli insediamenti.

Ove queste pratiche continuino, la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) –assieme alle organizzazioni per i diritti umani e ai gruppi di sostenitori– aumenterà progressivamente la sua opposizione. L’obiettivo 8 dell’Agenda sullo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (sull’occupazione e la dignità del lavoro) si applica in egual misura anche ai lavoratori palestinesi.

Questa relazione fa luce sulle condizioni di lavoro degli operai palestinesi. Comincia con una carrellata riassuntiva sui diritti dei lavoratori, considerando elementi che emergono dall’analisi delle attività svolte, permessi di lavoro, paghe, previdenza, salute, sicurezza e accesso alla giustizia.

Un’analisi approfondita dei lavoratori palestinesi negli insediamenti illegali, riguarda i costi delle attività commerciali particolarmente in tre settori: turismo, agricoltura e industria. Un esame approfondito della situazione dei lavoratori palestinesi in Israele denuncia il sistema di sfruttamento dei permessi e il ruolo degli intermediari [broker], con una particolare attenzione alle condizioni occupazionali nell’edilizia.

Questo scandalo deve finire! Abbiamo bisogno di ritrovare un senso di urgenza per i diritti dei lavoratori. La corruzione morale di queste condizioni dev’essere risanata immediatamente.

Noi, ovviamente, reiteriamo la richiesta ai governi del mondo di superare la loro incapacità di porre fine all’occupazione e di assicurarsi che la Palestina sia riconosciuta come uno Stato Sovrano in linea con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Sharan Burrow, Segretaria Generale, CSI

RACCOMANDAZIONI

La Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) continua a denunciare l’illegalità dell’occupazione israeliana e degli insediamenti nella Palestina occupata e chiede alla comunità internazionale di sostenere gli sforzi per difendere la soluzione dei due stati, basata sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 242 e 338 e sui confini ante-1967, con Gerusalemme Est capitale dello Stato palestinese.

Gli insediamenti nei territori occupati della Palestina sono illegali. Intrattenere attività commerciali con gli insediamenti aiuta a perpetuare la loro esistenza, contravvenendo così alla legge internazionale. In sintonia con le linee guida sul commercio e i diritti umani delle Nazioni Unite, imprese e investitori devono porre termine alla loro complicità sia con gli insediamenti illegali, che all’interno degli stessi. La Commissione ONU per i Diritti Umani (UNHRC) dovrebbe continuare a monitorare e ad aggiornare il database delle Nazioni Unite, relativo alle imprese che commerciano con gli insediamenti.

L’attuale sistema dei permessi è un crudo elemento di oppressione e sfruttamento e deve essere rivisto. Il CSI chiede al governo israeliano di implementare i Principi Generali e le Linee Guida Operative dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) per una Equa Assunzione, e di emanare leggi di equa assunzione per un reclutamento diretto, che elimini  le pratiche correnti che utilizzano intermediari sfruttatori per l’impiego di operai palestinesi in Israele. I principi includono, tra l’altro, che le tasse di assunzione o i costi correlati non debbano essere sostenuti dai lavoratori o da chi cerca un lavoro, e che il reclutamento non serva come strumento per abbassare gli standard del lavoro, la paga o le condizioni lavorative. I recenti cambiamenti al sistema da parte del governo di Israele per i lavoratori nel settore dell’edilizia, costituiscono un passo positivo.

Le detrazioni sul salario dei lavoratori palestinesi in Israele, dovrebbero essere immediatamente trasferite ai lavoratori palestinesi. Il CSI chiede che una società internazionale faccia un controllo per stabilire la somma dovuta ai lavoratori palestinesi in Israele. Le parti sociali devono cooperare con un dialogo per assicurare che le detrazioni salariali siano doverosamente trasferite ai lavoratori.

Il CSI chiede che venga stabilito un salario minimo, basato su dati concreti, per i lavoratori in Palestina, e richiede lo sviluppo di un sistema di Protezione Sociale globale in Cisgiordania.

Il CSI richiede che sia garantita la salute e la sicurezza dei lavoratori palestinesi in Israele.

DIRITTI DEI LAVORATORI PALESTINESI

QUADRO GENERALE

Posti di lavoro:

Il lavoro nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Israele e negli insediamenti

I Territori Palestinesi Occupati (TPo) hanno sofferto in modo continuativo per una “contrazione del livello occupazionale”, causata dalla prolungata occupazione militare di Israele e dalle politiche economiche imposte.[1] Nel 2019, i livelli di disoccupazione hanno raggiunto il 25%; il 54% nella Striscia di Gaza assediata, il 15% nella Cisgiordania occupata, e livelli anche più alti di sottoimpiego: al 33%.[2]

Quelli che lavorano sono impiegati in condizioni precarie, con orario di lavoro lungo, paga bassa e mancanza di ammortizzatori sociali. Nel settore privato, in cui è impiegato il 62,1% della forza lavoro dei TPo (64,1% in Cisgiordania, 56,6% a Gaza) circa il 30% dei lavoratori riceve un salario mensile che è inferiore alla paga minima di 428,79 dollari USA. Inoltre, i lavoratori del settore privato mancano di protezione sociale, con soltanto il 30 % che ottiene ammortizzatori sociali completi.[3]

Il salario minimo medio non si avvicina per nulla alla possibilità di sostenere una vita dignitosa per una famiglia palestinese. Secondo l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica (PCBS), la spesa mensile media per una famiglia di 5,2 membri nella Cisgiordania occupata è di circa 1.601,85 dollari, quasi quattro volte la paga minima.[4]

Il PCBS ha anche appurato che il 59,9% di persone che vivono in famiglie il cui capofamiglia è disoccupato, vive in povertà, mentre vive in povertà circa il 24,2% di quelle il cui capofamiglia ha un impiego. Ha anche constatato che un lavoro part-time non è sufficiente per traghettare le persone fuori dalla povertà.[5]

La mancanza di lavoro e le paghe basse hanno trasformato il mercato del lavoro israeliano in una fonte fondamentale di impiego per un gran numero di Palestinesi. Nel 2019, più di 133.000 Palestinesi erano impiegati da aziende israeliane negli insediamenti illegali e in Israele.[6]  Questi lavoratori costituiscono circa il 18,5% della forza-lavoro in Cisgiordania e il 13,8% nei TPo[7], generando un profitto stimato in 2.4 miliardi di dollari.[8] Nel 2017, i lavoratori attivi nel mercato del lavoro israeliano, hanno generato il 40% del prodotto interno lordo (PIL) dell’Autorità Palestinese (AP).[9] Nessun permesso di lavoro è stato concesso ai lavoratori di Gaza, da quando Israele ha imposto nel 2006 un assedio militare terrestre, aereo e marittimo su quella popolazione di 2 milioni di esseri umani[10]. Così, tassi di disoccupazione inferiori nella Cisgiordania, non riflettono un mercato del lavoro più sano ma, piuttosto, il significativo assorbimento di forza-lavoro palestinese nel mercato del lavoro israeliano.

La dipendenza dei Palestinesi dal mercato del lavoro israeliano li rende profondamente vulnerabili a uno sfruttamento su larga scala. L’impatto calamitoso della pandemia di coronavirus sull’economia dei TPo aumenterà probabilmente la dipendenza da Israele per l’impiego, impattando negativamente sui diritti dei lavoratori. Nell’aprile del 2020, più di 453.000 Palestinesi avevano perso il lavoro[11] e più di 115.000 famiglie erano state ridotte in povertà. La Banca Mondiale stima che il 30% delle famiglie della Cisgiordania vivrà in povertà[12], una percentuale stimata al 14% prima della pandemia. I dati ci parlano di una realtà ancora più dura per le famiglie di Gaza, dove si prevede che le famiglie che vivono in povertà, passeranno dal 53% al 64%.[13]

L’accesso al lavoro:

Il sistema dei permessi

L’accesso al lavoro dei Palestinesi in Israele e negli insediamenti illegali è strettamente controllato da un sistema repressivo di permessi, controlli di sicurezza e checkpoint. Solo i Palestinesi che hanno un permesso di lavoro valido possono essere impiegati “legalmente” dalle imprese israeliane. Nel 2019, dei circa 133.000 lavoratori palestinesi in Israele e negli insediamenti, 94.000 avevano un permesso di lavoro. La stragrande maggioranza (99%) dei possessori di permesso sono uomini e la maggior parte lavora nell’edilizia.[14]

Controlli di sicurezza

Il rilascio dei permessi è condizionato dal possesso di una carta di identità biometrica e dall’aver superato un controllo di sicurezza da parte del Coordinatore Israeliano delle Attività del Governo nei TPo (COGAT), un ramo dell’esercito israeliano che coordina le attività nei TPo. Ciò costringe qualsiasi Palestinese che voglia esercitare il proprio diritto al lavoro e allo spostamento, a consegnare i propri dati biometrici all’apparato di sicurezza israeliano per un uso indeterminato.[15]

I criteri per concedere un permesso di lavoro sono segreti, ma criteri aggiuntivi includono quello di essere sposati e avere più di 22 anni per chi cerca lavoro in Israele, più di 18 per lavorare negli insediamenti e più di 22 per lavorare in aree industriali della “Seam Zone” [zona immediatamente a Est della Linea Verde].[16] Queste regole, a cui si aggiunge la drastica mancanza di lavoro all’interno dell’economia della Cisgiordania, hanno contribuito all’emergenza del fenomeno del “matrimonio per permesso”.[17]

I lavoratori sono legati a datori di lavoro in settori specifici

L’Amministrazione Civile Israeliana (ICA) emette un permesso di lavoro per coloro che soddisfano i criteri di sicurezza e, soltanto una volta, un datore di lavoro può inoltrare la richiesta di permesso per un lavoratore o una lavoratrice presso la Divisione del lavoro Palestinese (PIA) al Ministero degli Interni.

I permessi sono concessi solo per quei settori in cui i lavoratori palestinesi non siano in competizione con i lavoratori israeliani e seguono le regole della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), in linea con gli “obiettivi politici e i bisogni economici“ di Israele[18]. Così, per esempio, l’aumento nelle richieste di permessi per l’edilizia, da 32.500 nel 2013 a 65.300 nel 2019, fa parte di una più ampia politica del governo israeliano per incrementare l’attività in quel settore.[19]

I permessi contengono informazioni dettagliate sia sul lavoratore che sul suo datore di lavoro e formano un rapporto reciproco tra i due, in cui i lavoratori sono costretti a lavorare solo per il datore di lavoro segnato sul loro permesso e i datori di lavoro devono impiegarli a tempo pieno, rispettare i minimi salariali e includere tutte le protezioni sociali secondo la legge e gli accordi contrattuali collettivi.

La compravendita di permessi è illegale per la legge israeliana e palestinese. Tuttavia si è sviluppato un lucrativo mercato nero dei permessi, dove i mediatori [broker] succhiano denaro ai lavoratori in cambio dell’accesso al lavoro. Nel 2018, il 45% dei lavoratori palestinesi ha ottenuto il proprio permesso attraverso i mediatori, fatto che ha generato un profitto di almeno 119 milioni di dollari.[20]

Recentemente Il governo israeliano ha introdotto una riforma al sistema dei permessi, che stabilisce che l’impiego dei lavoratori palestinesi avverrà solo attraverso l’assunzione diretta e non tramite mediatore. Sebbene la misura si applichi per ora solo al settore dell’edilizia, rappresenta un passo avanti verso lo smantellamento della rete di mediatori del lavoro. Attuare ed estendere la misura a tutti i settori che impiegano manodopera palestinese sarà essenziale per assicurare un equo reclutamento dei lavoratori.

Un meccanismo di disciplina

I permessi sono concessi fino a sei mesi di durata, ma possono essere arbitrariamente annullati in qualsiasi momento dal datore di lavoro o dai Servizi di Sicurezza Israeliani. I datori di lavoro usano la minaccia di annullare il permesso per disciplinare i lavoratori che si iscrivono al sindacato, chiedono diritti o sono coinvolti in qualsiasi tipo di attività politica.[21]

L’apparato di sicurezza israeliano usa i permessi e l’accesso dei lavoratori al proprio sostentamento anche per un’estorsione politica. L’Organizzazione Israeliana per i Diritti Umani B’Tselem –il Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei TPo– ha documentato che, in diverse occasioni, il permesso dei lavoratori era stato revocato come atto di punizione collettiva contro comunità e famiglie palestinesi per presunta attività politica o presunti attentati.[22]

L’attraversamento dei checkpoint

Ottenere un permesso è il primo dei molti ostacoli che i lavoratori devono superare per accedere al lavoro. Per arrivare al lavoro in tempo, devono poi lasciare i loro villaggi alle prime ore del mattino.  Quindi, arrivati a un affollato checkpoint, devono superare un lungo, invasivo e umiliante controllo di sicurezza da parte dei militari israeliani e di personale privato e armato della sicurezza. I checkpoint sono pericolosi per tutti i lavoratori palestinesi, ma in modo particolare per le donne. Una missione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) del 2017 –uno studio sul campo– ha documentato che i checkpoint sono particolarmente intimidatori, perché “aumentano il rischio di molestie sessuali per le donne”[23].

Il lungo viaggio –che spesso allunga la giornata lavorativa fino a 16 ore[24]– fatto da uomini deprivati del sonno, che si affidano a trasporti economici e che tendono a correre, li rende inclini agli incidenti di auto e agli incidenti sul lavoro. Si sono verificati numerosi incidenti letali, che hanno coinvolto lavoratori che si stavano recando in Israele e negli insediamenti. In un incidente, il 4 Novembre 2018, sette lavoratori di Gerusalemme hanno perso la vita mentre stavano andando a Beit She’an, alla fabbrica di lavorazione carni Ma’of, situata nella parte nord di Israele. Il viaggio da Gerusalemme a Beit She’an dura almeno due ore[25]. Altri incidenti, in cui lavoratori palestinesi con un valido permesso di lavoro sono stati violentemente aggrediti e derubati dalla polizia di confine israeliana, sono stati riportati nel luglio e nel novembre del 2020.[26]

Mohammed, costretto a sottoscrivere di aver ricevuto indumenti, rimborsi, salario e trattamento adeguato

Quando i lavoratori di G. Regev Yezum 2000 (2004) Ltd, un’impresa di lavori di sterro e sviluppo di infrastrutture, che porta avanti un lavoro nell’insediamento illegale di Barkan, nel nord della Cisgiordania, hanno richiesto buste paga mensili dettagliate, indumenti protettivi e salario, sono stati costretti a rinunziare ai loro diritti o a perdere il permesso di lavoro.

Mohammed, un 23enne che ha lavorato per la compagnia per due anni e che è pagato 59,22 dollari al giorno per 8 ore di lavoro, spiega come non ha avuto alternative, se non quella di sottoscrivere un accordo ingiusto: ”Quando abbiamo richiesto i nostri diritti, il mese successivo lui (il datore di lavoro) ci ha dato una busta paga… Abbiamo pensato che fosse l’inizio di un processo con il quale avremmo migliorato le nostre condizioni, ma il mese successivo ci ha allungato dei documenti e ci ha detto di firmarli altrimenti avremmo perso il nostro permesso di lavoro… Abbiamo tutti firmato, non avevamo altra scelta.”

Il documento che i lavoratori sono stati costretti a firmare, afferma che hanno ricevuto indumenti, rimborso spese di viaggio, salario e trattamento “come si usa nella nostra zona” e che “non hanno lamentele nei confronti del loro datore di lavoro”.

Stipendi:

Discriminazioni salariali

Il lavoro in Israele e negli insediamenti illegali offre opportunità di occupazione, con salari che sono più del doppio di quelli dei TPo. I lavoratori palestinesi impiegati nell’economia israeliana con un permesso valido hanno diritto a ricevere il salario minimo israeliano così come una paga netta e lorda che rispecchi quella dei lavoratori israeliani nel medesimo settore e sia in linea con il CBA (Accordo di Negoziazione Collettiva).

C’è però una significativa discriminazione salariale tra i lavoratori palestinesi e la loro controparte israeliana. Nel 2018 la tassa sul reddito è stata trattenuta a poco più della metà (50,2%) dei lavoratori palestinesi con permesso,[27] e ciò indica che un gran numero di lavoratori non ricevevano il salario minimo di 1657,54 dollari nel settore dell’edilizia[28] e di 1568,74 negli altri settori.[29]

Confronto tra la paga dei lavoratori palestinesi con regolare permesso di lavoro nella Cisgiordania occupata, in Israele e negli insediamenti e i lavoratori israeliani (in dollari USA per l’anno 2019):[30]

La paga giornaliera per i lavoratori palestinesi con permesso varia tra gli 81.40 e i 94,72 dollari, con i salari più alti nel settore dell’edilizia. La paga lorda mensile si aggira sui 1872,09 dollari nel settore edilizio e 1503,64 negli altri settori.[31]

Il salario netto medio che i lavoratori portano a casa mensilmente è di molto inferiore, dopo le detrazioni delle tasse obbligatorie (tra il 10% e il 14 %) e le deduzioni per la previdenza sociale (8,02% del salario per i lavoratori nell’edilizia e 7,4% negli altri settori), la quota per i mediatori (tra 591,27 e 739,9 dollari per il 45% dei lavoratori), ulteriori appaltatori e spese di viaggio a carico (147,82 dollari).

I salari per quei lavoratori che non hanno il permesso sono significativamente inferiori, e ammontano a una cifra compresa tra i 44,40 e 59,20 dollari al giorno.

Per fare un paragone, il salario lordo, per chi ha un permesso di lavoro, si aggira mediamente tra gli 81,40 e i 94,72 dollari e per chi il permesso non ce l’ha tra i 44,40 e i 59,20 dollari al giorno.

I lavoratori senza permesso sopportano l’incertezza e l’umiliazione di vendere la propria forza-lavoro su base giornaliera, e quindi non hanno un’entrata mensile assicurata; un fatto che li lascia in uno stato di costante preoccupazione e vulnerabili ad un ampio sfruttamento. L’impiego al nero di donne e bambini è particolarmente diffuso nelle fattorie degli insediamenti rurali nella Valle del Giordano occupata, dove i salari si aggirano tra i 14,76 e i 20,67 dollari al giorno.[32] Secondo la Confederazione Generale dei Sindacati Palestinesi (PGFTU), alcuni Palestinesi che lavorano negli insediamenti portano a casa un salario mensile così basso che può ammontare anche a soli 236.22 dollari.[33]

I lavoratori sono spesso pagati in contanti su base giornaliera, settimanale, bisettimanale o mensile, a seconda degli accordi con il datore di lavoro. Questo sistema lascia i lavoratori particolarmente vulnerabili a deduzioni arbitrarie o al trattenimento della paga.

Protezione sociale:

Divieto d’accesso

I lavoratori palestinesi sono impiegati soprattutto in lavori faticosi, pericolosi, difficili e sporchi, dove il rischio di infortuni sul lavoro è alto. La maggior parte non ha accordi contrattuali (nel 2018 solo il 3% aveva degli accordi scritti e il 42,2% aveva accordi verbali[34]) e sono vulnerabili ad un’ampia serie di abusi, incluso un orario di lavoro irregolare, mancata retribuzione di straordinari e turni notturni e nessun avanzamento d’anzianità, così come la mancata previdenza sociale.

I lavoratori con permesso lavorano in genere 42,4 ore alla settimana e il numero dei giorni lavorati in un mese varia e dipende dal datore di lavoro, raggiungendo una media di 20,2 giorni al mese.[35] Alcuni, secondo la Banca di Israele, lavorano fino a 27 giorni al mese.[36]

Maher – sfruttato in un lavoro a paga minima

Maher, un padre di tre figli di 31 anni del villaggio di Zeita, nella parte nord della Cisgiordania, lavora alla Sohal Industries Ltd, una fabbrica di prodotti metallici nella zona industriale dell’insediamento di Ariel

Maher lavora tra le 11 e le 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana. Ha un contratto e si considera fortunato. “Sono fortunato. Ho un contratto, ricevo un cedolino dettagliato ogni mese e mi vengono pagate le spese di trasporto, la malattia e avrò una pensione.” Se paragonato a molti altri ha delle condizioni lavorative favorevoli, eppure il suo datore di lavoro lo sfrutta comunque.  Nonostante  le condizioni molto dure del lavoro e la professionalità richiesta per gestire i macchinari, Maher e tutti i lavoratori della fabbrica ricevono il salario minimo. “Lavoro nella fabbrica da nove anni e ho una licenza da operatore di gru, ma le mie competenze non contano nulla… ricevo la stessa paga di chi è arrivato ieri e fa le pulizie.” A Maher non vengono pagati gli straordinari per il lavoro notturno. “Veniamo pagati il salario minimo secondo la legge, ma durante i turni di notte la paga rimane la stessa, mentre dovremmo ricevere di più… questo è un grosso problema che abbiamo .”

Nonostante le dure condizioni di lavoro, le deduzioni obbligatorie dalla loro paga e i contributi pagati dai datori di lavoro alla previdenza sociale, ai lavoratori Palestinesi sono sistematicamente negati i diritti sociali. Tra il 2014 e il 2017, solo dall’1 all’1,5 % dei lavoratori ha goduto di permessi per malattia e, nel 2018, nonostante centinaia di richieste, nessun palestinese ha ricevuto l’indennità per malattia.[37] Secondo l’ILO, nel 2019, solo il 15,8% dei lavoratori palestinesi con permesso ha ricevuto un’indennità di malattia e circa il 21,34% riceve ferie retribuite.[38] Soltanto poco più del 40% dei lavoratori riceve un cedolino scritto, insieme al pagamento in contanti del lavoro;[39] prevale quindi un resoconto fittizio, da parte dei datori di lavoro, dell’orario e della retribuzione, ciò che priva i lavoratori dei diritti sociali che dovrebbero essere calcolati sulla paga effettiva.[40] In qualche caso, i datori di lavoro fanno false dichiarazioni sul cedolino riguardo alle ore effettivamente lavorate e al compenso erogato, e pagano il resto fuori busta. Questa pratica consente ai datori di lavoro di “economizzare sui costi” del pagamento obbligatorio della previdenza sociale e i lavoratori raramente sono consapevoli delle implicazioni e spesso gradiscono il raggiro, in quanto aumenta il loro guadagno immediato.[41] In qualche caso, ai lavoratori che ricevono indennità di malattia e ferie annuali, non vengono garantiti altri diritti.

I lavoratori che dipendono dal mercato del lavoro israeliano, sono spinti ad accettare l’impiego sotto condizioni di estremo sfruttamento, esacerbate durante la pandemia di Covid-19. Durante il lockdown imposto da Israele sulla Cisgiordania occupata per arginare la diffusione del Covid-19, solo i lavoratori palestinesi impiegati in settori essenziali—edilizia, salute e agricoltura—sono riusciti a mantenere il proprio lavoro. Comunque, questo è stato possibile solo a condizione che non tornassero a casa per due mesi.[42] Il tributo mentale ed emotivo per i lavoratori e le loro famiglie, che dovevano essere separate per lunghi periodi di tempo durante una pandemia globale, deve ancora essere accertato.

Durante il periodo di permanenza forzata in Israele e negli insediamenti, non è stato fatto nessun chiaro accordo per garantire la sicurezza dei lavoratori, l’accesso a un alloggio adeguato o a impianti per l’igiene personale. Per molti lavoratori non è stato previsto alcun alloggio, e sono stati lasciati a dormire in gruppi numerosi, sui luoghi di lavoro o nei magazzini adiacenti alle fabbriche, senza adeguati servizi per una permanenza notturna e in condizioni che violano le linee guida dell’igiene stabilite dal Ministero della salute israeliano.[43] I lavoratori non hanno ricevuto un guadagno aggiuntivo e la loro carta d’identità è stata trattenuta dai datori di lavoro per monitorarne e limitarne i movimenti[44], un’azione che è stata identificata dal Ministero Israeliano della Giustizia come tratto distintivo del lavoro forzato.[45]

Inoltre, decine di migliaia di lavoratori sono stati messi in aspettativa non retribuita e altri non potevano accedere al lavoro. I lavoratori palestinesi sono coperti dalla legge della Previdenza Sociale in caso di incidenti sul lavoro, bancarotta del datore di lavoro e permesso per maternità. Questo significa che, mentre i lavoratori israeliani ricevevano fino al 75% del loro salario in sussidi di disoccupazione, decine di migliaia di palestinesi hanno passato mesi senza retribuzione mensile.[46] La Suprema Corte Israeliana si è rifiutata di rendere disponibili 152,43 milioni di dollari USA che sono stati accumulati dai lavoratori palestinesi come indennità di malattia, per aiutare i lavoratori che avevano bisogno di assistenza a causa del licenziamento correlato al coronavirus o all’impossibilità di accedere al lavoro.[47]

I lavoratori che protestano per le condizioni lavorative, in generale e durante il Covid-19, sono minacciati di licenziamento.

GreenNet Recycling and Waste Treatment Plan –come usare la copertura del Covid-19 per attaccare i diritti dei lavoratori

Un impianto di raccolta differenziata per la città di Gerusalemme, che opera nell’insediamento industriale di Atarot, ha intaccato i diritti dei lavoratori. Circa 110 lavoratori palestinesi hanno aderito al sindacato Maan, per lottare contro la situazione di sfruttamento. I datori di lavoro hanno usato le costrizioni finanziarie imposte dal Covid-19 per indebolire gli sforzi dei lavoratori di sindacalizzarsi. Dozzine di lavoratori sono stati costretti a prendere aspettative non retribuite, altri dovevano fermarsi nell’azienda senza accordi adeguati, se volevano mantenere il loro lavoro e nove lavoratori sono stati licenziati, inclusi i leader sindacali.[i]


[i] WAC-MAAN – Workers Advice Center, “Palestinian Workers at NetGreet Waste Sorting Plant In Atarot Protest Harsh Working Conditions,” (Hebrew) 26 July 2020

Salute e sicurezza sul lavoro:

Casi in Israele e negli insediamenti

Nonostante il fatto che lavorano in mansioni faticose e pericolose, i lavoratori palestinesi ricevono poco o nessun addestramento o attrezzatura di sicurezza, con una supervisione minima delle condizioni lavorative e dell’effettiva attuazione dei regolamenti per la salute e la sicurezza.

Queste condizioni portano a perdite devastanti di vite palestinesi e a incidenti invalidanti. Secondo il Ministero del Lavoro Palestinese, 28 lavoratori palestinesi hanno perso la vita su siti di lavoro israeliani nel 2019. Il settore edilizio israeliano, in cui la maggioranza (65%) dei lavoratori palestinesi è occupata, è notoriamente pericoloso. Nel 2019, 17 Palestinesi hanno perso la vita in cantieri edili in Israele.[49] L’addestramento lavorativo è minimo e i lavoratori che lo fanno riportano che è insufficiente e che non fornisce loro competenze adeguate per salvaguardare la propria sicurezza.

Gli ispettori del lavoro sono rari, con solo 50 ispettori del Ministero del Lavoro, degli Affari Sociali e dei Servizi Sociali (afferenti al Ministero del Lavoro) per 14.000 cantieri attivi, e senza reali provvedimenti quando vengono accertate delle violazioni. Mentre un minimo di ispezioni ha luogo nei posti di lavoro in Israele, non c’è sostanzialmente ispezione sulle condizioni di lavoro negli insediamenti e nelle zone industriali annesse. Il Ministero del Lavoro non controlla le condizioni lavorative negli insediamenti illegali e nelle zone industriali, sulla base del fatto che sono esterne alla sua giurisdizione e che l’ICA (Industrial Cooperation Authority) non impone praticamente alcuna regola.[50]

 In un’indagine del 2008, Kav LaOved ha trovato che:[51]

  • il 59% dei lavoratori nelle zone industriali era esposto a condizioni di salute rischiose e non era fornito di adeguati dispositivi di protezione.
  • il 20%  aveva ricevuto dispositivi di sicurezza che non soddisfacevano gli standard internazionali.
  • Il 17% aveva ricevuto dispositivi di sicurezza, ma non li aveva usati e non c’era controllo di sicurezza nella fabbrica
  • Solo il 3% dei lavoratori aveva ricevuto dispositivi di sicurezza appropriati e accessibili ed era loro richiesto di usarli durante il lavoro.

Ibrahim – Posti di lavoro non sicuri

Ibrahim è un operaio edile di 34 anni di Kaft Qaddum, una città nel governatorato di Qalqilyia, nella parte Nord della Cisgiordania. Avendo imparato il lavoro da suo padre, Ibrahim lavora in vari settori dell’edilizia: intonacatura, impalcatura, pittura, posa delle piastrelle. Ha parlato della mancanza di dispositivi di sicurezza e di addestramento: “La maggior parte delle volte ( i datori di lavoro) ti danno  i guanti, una tuta, un caschetto, ma dobbiamo portare le nostre scarpe… Il mio datore di lavoro attuale ha portato qualcuno a parlarci di salute e sicurezza. Il training che ci ha proposto è stato inutile. Hai l’impressione che lo fanno (i datori i lavoro) proprio perché devono e per coprirsi le spalle in caso di incidenti.”

Nelle imprese agricole degli insediamenti in Cisgiordania, i lavoratori irrorano i campi con pesticidi senza indossare maschere o indumenti di protezione, mentre accanto a loro donne e bambini raccolgono o potano le piante che sono state irrorate[52].

La negligenza dei datori di lavoro israeliani e la loro attenzione a risparmiare sui costi di produzione, mettono a rischio immediato e continuo la vita dei lavoratori. All’inizio della pandemia da Covid-19 i lavoratori palestinesi in Israele e negli insediamenti erano particolarmente esposti al rischio di contrarre il virus. 

L’allevamento di polli Glatt. Mancata sicurezza sui luoghi di lavoro e mancata protezione dei lavoratori dal Covid-19

Quarantuno lavoratori dell’allevamento di polli nell’insediamento della zona industriale di Atarot, vicino a Gerusalemme, sono stati infettati da un collega israeliano che aveva l’autorizzazione a lasciare la fabbrica quotidianamente, mentre i colleghi palestinesi dovevano rimanere all’interno.[i]


[i] Haga Shezaf, “From Their Entry Until Their Exit, the State Does Not Inspect the Health of Palestinian Workers,” (Hebrew) Haaretz News, 20 April 2020

Accesso al luogo di lavoro e risarcimenti per gli infortuni

Se si fanno male sul lavoro, gli operai incontrano difficoltà ad accedere a cure adeguate e ad ottenere un risarcimento, nonostante siano assicurati secondo la legge israeliana di Sicurezza Sociale.

I lavoratori palestinesi non hanno diritto alle cure mediche in Israele se non per il pronto soccorso e devono tornare nei territori palestinesi occupati per ulteriori cure. I lavoratori devono autofinanziarsi per i cospicui costi della sanità con deduzioni sulla paga certificate con un “bollo sanitario” e richiedere in seguito un rimborso dal servizio sanitario nazionale israeliano. Per molti lavoratori, pagare i costi delle cure mediche senza un rimborso immediato e affrontare la perdita di salario dovuta all’assenza dal lavoro non è una opzione praticabile, e quindi fanno a meno delle cure necessarie. Le richieste di rimborso sono procedure complesse e richiedono una cospicua documentazione in ebraico per comprovarne la validità, cosa che implica la richiesta di assistenza da parte di terze parti, spesso incorrendo in ulteriori spese. La maggior parte delle richieste sono respinte o ricevono compensazioni parziali non spiegate dopo sei o otto mesi. Perciò, nonostante che la metà degli incidenti nell’edilizia riguardino i lavoratori palestinesi, solo il 5% dei risarcimenti per infortuni viene destinato a loro.[54]

Inoltre, l’accesso dei lavoratori a una assicurazione sulla salute dipende dalla collaborazione dei datori di lavoro che, in alcuni casi, negano la propria responsabilità affermando che l’infortunio o la malattia non sono correlate all’attività lavorativa. Questi iter procedurali burocratici, sommati alla mancanza di consapevolezza dei lavoratori dei propri diritti significano che “non c’è quasi nessuna possibilità che si realizzino in pratica i diritti teorici dei lavoratori”.[55]

Durante il Covid-19 i lavoratori ai quali si era promesso che avrebbero ricevuto le cure in Israele se avessero contratto il virus sul luogo di lavoro, in questo caso sono stati rimandati a farsi curare in Cisgiordania.

Malek. Rifiuto di cure mediche durante la pandemia di Covid-19

Quando Malek Ghanam, un lavoratore edile di 29 anni, ha mostrato sintomi di Covid-19, il suo datore di lavoro ha chiamato la polizia che lo ha scaricato a un checkpoint senza nessun coordinamento con le istituzioni sanitarie dell’Autorità Palestinese.[i]


[i] Adam Rasgon, “The Palestinian Authority Accuses Israel of Abandoning a Sick Palestinian Worker at a West Bank Checkpoint,” (Arabic) The Times of Israel, 24 March 2020

Accesso alla giustizia:

I tribunali del lavoro per i lavoratori

I lavoratori palestinesi in Israele e negli insediamenti che vogliano chiedere giustizia per violazioni del diritto del lavoro, non hanno altra alternativa che sottoporre il loro caso ai tribunali del lavoro israeliani. Tuttavia, il sistema è viziato pregiudizialmente contro di loro e i lavoratori affrontano ostacoli tecnici e finanziari per accedere a procedure legali e rappresentanza eque.

Il primo ostacolo per i lavoratori è poter esibire una prova di essere impiegati, cosa resa difficile dalla negoziazione dei permessi, dal lavoro illegale, dalla mancanza di accordi contrattuali e dai pagamenti senza pezze di certificazione. Oltre agli ostacoli derivanti dalle violazioni delle leggi del lavoro da parte dei datori di lavoro, il sistema legale israeliano impedisce ai lavoratori palestinesi l’accesso a un equo processo legale. I lavoratori sono spesso svantaggiati perché non parlano ebraico o perché le aule di giustizia sono in Israele e sono inaccessibili ai Palestinesi senza permessi speciali, oppure perché non possono permettersi i pesanti costi dei procedimenti legali.[57]

Queste condizioni di svantaggio strutturale limitano l’accesso alla giustizia dei lavoratori e li rendono dipendenti dalle organizzazioni israeliane dei diritti umani e del lavoro. Inoltre, nel 2016, la Ministra della Giustizia israeliana, Ayelet Shaked, ha introdotto la “Jordan Valley Regulation” (Regolamento della Valle del Giordano) che impone ulteriori restrizioni all’accesso dei lavoratori palestinesi a procedure legali eque. Il regolamento ha aumentato i costi legali obbligando i giudici ad assicurarsi che i residenti non israeliani depositino una garanzia finanziaria obbligatoria all’inizio di ogni causa legale contro datori di lavoro israeliani. Questo regolamento è comparso dopo alcuni successi in cause intentate contro datori di lavoro negli insediamenti, resi possibili dopo il pronunciamento del 2007 della Corte Suprema che stabiliva che, in assenza di ogni altro accordo tra datore e lavoratore, si dovesse applicare la legge israeliana del lavoro tanto negli insediamenti che in Israele.

Secondo Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, i depositi pagati dai lavoratori per ordine dei tribunali sono cresciuti esponenzialmente dopo l’introduzione della “Jordan Valley Regulation”, da 24.966,48 dollari nel 2015 a 83.912,23 nell’anno successivo.[58] Secondo le organizzazioni che hanno fatto appello contro il Regolamento – Adalah, Kay, L’Oved (Worker’s Hotline) e l’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI):

“Il Regolamento a cui ci opponiamo costituisce una regola discriminatoria, pericolosa e arrogante che viene da pressioni esercitate dai datori di lavoro che vogliono continuare a violare  indisturbati i diritti dei propri dipendenti più deboli. Il Regolamento cambierà la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Israele, impiegati nelle mansioni più pesanti e di livello inferiore, che hanno già sofferto per la limitata applicazione dei loro diritti del lavoro”.[59]

Nell’agosto del 2018 la Corte Suprema Israeliana ha respinto la richiesta, affermando che la condizione di non-cittadinanza o residenza dei lavoratori era un motivo sufficiente perché i tribunali richiedessero di fornire una garanzia finanziaria ed ha anche affermato che, nonostante questo Regolamento comprometta l’accesso dei lavoratori alla giustizia, si tratta di “un danno ragionevole e proporzionato”.[60] Inoltre, i lavoratori sono scoraggiati dall’intentare azioni legali per il timore di essere messi sulla lista nera e di vedersi revocato il permesso di lavoro. Questa ragionevole paura di perdere la loro fonte di sostentamento, con nessuna possibilità di trovare un altro impiego, scoraggia ulteriormente i lavoratori dall’imbarcarsi in una azione legale, comunque non imparziale, per difendere i propri diritti.[61]

Lavoratori senza documenti:

Casi disperati

I  lavoratori  che non soddisfano i criteri per ottenere il permesso possono lavorare “illegalmente” per datori di lavoro israeliani. Questi lavoratori non sono protetti da nessun sistema legale e sono perciò estremamente vulnerabili ed esposti a sfruttamento e a diversi abusi, sono privi di protezione sociale e di accesso a un equo processo legale.

Secondo stime conservative, nel 2019 più di 26.000 Palestinesi erano impiegati da imprese in Israele e nei TPo della Cisgiordania senza un permesso, per un numero pari al 21% di tutti quelli impiegati nel mercato del lavoro in Israele.[62] Questa è gente che non può attraversare i checkpoint e quindi deve percorrere vie clandestine e pericolose per arrivare al lavoro.

Secondo Addameer, l’Associazione per il Sostegno dei Prigionieri e dei Diritti Umani, nel 2017 c’erano 1.064 casi aperti contro lavoratori che avevano tentato di raggiungere il posto di lavoro senza permesso.[63] Negli ultimi 2 mesi del 2019, 20 lavoratori edili sono stati oggetto di spari da parte dei soldati israeliani mentre cercavano di raggiungere il posto di lavoro oltrepassando il Muro.[64] I rischi che corrono per accedere al  lavoro e procurarsi di che vivere costringono questi lavoratori a rimanere in clandestinità lontani dalle loro famiglie per lunghi periodi.  Il prezzo psicologico che pagano questi lavoratori vivendo in condizioni di precarietà è enorme.[65]

Samer. Non avere un permesso significa che sono un prigioniero

Samer, un uomo di 33 anni, ha lavorato in una fabbrica metalmeccanica a Jaljulia negli ultimi due anni. Samer non ha mai completato i suoi studi di informatica. Lavorare illegalmente in Israele non era la sua prima scelta. Aveva aperto una sua impresa, ma “era inutile, non c’è proprio modo di guadagnarsi da vivere in Cisgiordania”, spiega.

Non poteva ottenere un permesso perché aveva subito un bando per motivi di sicurezza. Non ha idea dei motivi. I servizi di sicurezza israeliani non sono tenuti a informare sui motivi del bando. Per ottenere il suo attuale lavoro Samer si era creato da sé un permesso falso. “Era l’unico modo perché il datore di lavoro potesse prendermi. Così lui è protetto anche se mi prendono”. “Non avere un permesso significa che sono un prigioniero. Un uomo libero che sceglie di diventare prigioniero per guadagnarsi da vivere,” commenta così Samer le sue condizioni di lavoro. Per non stare troppo in vista, Samer dorme nella fabbrica con altri otto lavoratori, tutti insieme in una stanza, e torna a casa una volta al mese per un fine settimana. “La fabbrica è tutto quel che conosco di Jaljulia. Lavoro, mangio e dormo nella fabbrica.” Il turno quotidiano di Samer comincia alle 6 del mattino e finisce alle 9 di sera per una paga di 8,88 dollari l’ora. “Immerso nel rumore delle macchine per tutta la giornata, senza vedere la tua famiglia e gli amici è dura. Mi viene la depressione e l’unica cosa che mi fa andare avanti è la paga. “Questo è quel che ci fa andare avanti tutti”, dice.

Odai. Non posso fare il difficile, prendo qualsiasi lavoro che mi càpita

Odai è un Palestinese di 22 anni della città di Yattah, nella regione a sud di Hebron, il più giovane di una famiglia di 11 persone. Per aiutare la famiglia, a 12 anni è andato illegalmente a lavorare in Israele come pastore per cinque anni, spesso senza tornare a casa per mesi e da allora ha fatto lavoretti nell’edilizia.

Odai paga 44,40 dollari ad un contrabbandiere che lo aiuta ad andare al di là del Muro e lo scarica nella periferia di qualche cittadina palestinese in Israele. “Il momento migliore per attraversare il muro è tra l’una e le due di notte, quando ci sono meno soldati di guardia al muro. Tagliamo il filo spinato e poi andiamo a piedi nel bosco. Devi stare molto attento perché i soldati mettono molte trappole sul passaggio. A volte ti corrono dietro nel bosco sparando munizioni vere o pallottole di gomma o usando pistole taser. Devi solo essere sveglio e furbo e molto, molto fortunato.”

Continua: “Fa davvero paura e molta gente viene presa. Alcuni sono colpiti dagli spari, puoi anche lasciarci la pelle in quei posti.” Se gli si chiede che cosa farebbe se fosse preso, risponde: Aspetterei un po’, magari una settimana più o meno e poi riproverei di nuovo. Cosa posso fare? È l’unico modo che ho per dare un qualche aiuto alla famiglia, e cominciare a progettare un futuro, magari costruirmi una casa e sposarmi”.

Odai riceve una paga di 59,20 dollari al giorno, indipendentemente da quante ore lavora e dal tipo di lavoro che svolge. In una giornata normale lavora 10 ore, a volte anche di più.

“Non posso fare il difficile, prendo qualsiasi lavoro che càpita”, spiega Odai. La precarietà per i lavoratori significa che devono confidare sulla buona volontà del datore di lavoro di pagarli veramente. “Spesso, una volta finito un lavoro, il padrone cerca di non pagare tutta la somma pattuita. Certe volte non vogliono pagarmi del tutto e se insisto minacciano di chiamare la polizia.”

Recentemente, Odai e un amico avevano finito un lavoro di sei mesi. Avevano concordato un compenso di 2.959,87 dollari e avevano ricevuto 1.183,95 dollari ciascuno di anticipo. “Alla fine ci ha dato due assegni di 887,96 dollari ciascuno. Quando alla banca gli assegni sono stati rifiutati, abbiamo mandato un amico a chiedere i nostri soldi. Gli hanno detto di farci sapere che se mai avessimo voluto lavorare ancora in quel villaggio avremmo fatto meglio a tenere la bocca chiusa e smettere di fare richieste.”

E va avanti: “I padroni sanno quanto bisogno abbiamo del lavoro e sanno che, dato che lavoriamo illegalmente, loro possono permettersi molte cose, lunghe giornate lavorative, pessime condizioni di lavoro e paghe basse.” Come lavoratore illegale, Odai sa di essere sempre vulnerabile. “Se lui (il padrone) vuole liberarsi di noi senza pagarci può chiamare la polizia e accusarci di essere degli infiltrati. Così saremmo arrestati.” Se sorpreso a lavorare illegalmente, Odai rischia una multa e la prigione. “Non c’è niente che possiamo fare: è meglio non essere pagati che finire in prigione,” dice.

LAVORATORI PALESTINESI NEGLI INSEDIAMENTI ILLEGALI:

UN APPROFONDIMENTO

Nella Cisgiordania occupata

Nella Cisgiordania occupata, che si estende per 5.655 km quadrati, vivono più di tre milioni di persone 86% delle quali sono Palestinesi. Il resto sono Israeliani che vivono negli insediamenti che sono illegali secondo il diritto internazionale. Nel 2019, c’erano circa 427,000 coloni israeliani che vivevano in 132 insediamenti e 124 avamposti nell’Area C della Cisgiordania.[66] Inoltre, circa 32.000 Palestinesi e più di 220.000 coloni israeliani vivono nella Gerusalemme Est occupata.[67]

Nonostante la condizione di illegalità e la diffusa condanna internazionale, Israele continua ad espandere senza tregua gli insediamenti e a minacciare di portarli sotto la propria giurisdizione legale attraverso l’annessione di grosse fette di Cisgiordania.[68] La realtà sul terreno è che gli insediamenti, come ha notato l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo), funzionano come una “annessione de facto di terra e risorse naturali palestinesi.”[69]

Gli insediamenti includono enormi porzioni di territorio e ospitano importanti attività economiche. Il settanta per cento dell’area C della Cisgiordania occupata, che è sotto completo controllo militare e amministrativo israeliano, si trova entro i confini dei consigli regionali degli insediamenti israeliani, ed è dedicato all’espansione degli insediamenti stessi e alle loro attività economiche, ma è completamente “off-limits per usi e attività di sviluppo da parte palestinese”.[70] A Gerusalemme Est, solo il 13% del territorio è stato dedicato allo sviluppo palestinese e “in gran parte è già costruito”[71], mentre il 35% è stato designato per l’espansione degli insediamenti e il resto è previsto come riserva naturale, infrastrutture pubbliche oppure non è ancora pianificato.[72]

Gli insediamenti sono connessi tra loro da un elaborato sistema di ferrovie e da 800 chilometri di strade di circonvallazione, creando così una continuità geografica e permettendo ai coloni e alle merci di spostarsi rapidamente e con facilità tra gli insediamenti e le città all’interno della linea verde, fornendo così incentivi alla costruzione e all’espansione di insediamenti con finalità residenziali e economiche. Nel 2017, 65 chilometri di strade tangenziali dedicate ai coloni erano proibite ai Palestinesi.[73] Gli insediamenti illegali e le infrastrutture che li accompagnano, il Muro di Separazione e i checkpoint permanenti e quelli “volanti”, frammentano le comunità palestinesi in 227 enclave isolate e non connesse, cosa che impedisce lo sviluppo economico dei territori occupati palestinesi e ogni possibilità di generare posti di lavoro decenti.[74]

Gli insediamenti illegali, i loro residenti e le infrastrutture associate alterano la demografia dei territori occupati, minacciano i diritti di autodeterminazione dei Palestinesi e si associano a gravissime violazioni dei diritti in ogni aspetto della vita  palestinese, compresi i diritti  alla libertà, alla sicurezza personale, alla non discriminazione, alla libertà di movimento, alla vita familiare, alla salute, all’educazione, al lavoro decente e a condizioni di vita accettabili.[75] Mentre producono sostanziose entrate per le imprese dei coloni che partecipano all’espansione e al mantenimento degli insediamenti stessi, ostacolano ogni prospettiva di sviluppo economico palestinese e ogni possibilità di generare accettabili posti di lavoro.

Profitti e perdite:

Il costo degli insediamenti illegali

Nel 2014 la Banca Mondiale calcolò che l’occupazione dell’Area C, la restrizione dei movimenti e del commercio, causa a una perdita del 35% del PIL (prodotto interno lordo) palestinese, qualcosa come 3,4 miliardi di dollari e che se cessasse l’occupazione dell’area C i posti di lavoro potrebbero aumentare del 35%.[76] Sono circa 23.000 i Palestinesi che lavorano negli insediamenti illegali dell’area C in imprese agricole e industrie.[77]

Anche se i salari possono essere più alti che in altre zone, le condizioni di lavoro negli insediamenti sono caratterizzate da sfruttamento e precarietà. Le condizioni di lavoro per i Palestinesi sono soggette a uno stato di incertezza legale. Sebbene nel 2007 la Corte Suprema di Israele abbia stabilito che le relazioni tra datori di lavoro israeliani e lavoratori palestinesi debbano essere governati dalla legislazione del lavoro israeliana e i lavoratori debbano godere degli stessi diritti degli Israeliani, la gestione –che  lascia la  possibilità alle parti di raggiungere accordi differenti– è applicata liberamente e i lavoratori di solito sono assunti sotto la legislazione del lavoro giordana del 1967 che prevede protezioni minime.[78] Secondo l’ILO l’applicazione della legge del 2007 “è limitata, dal momento che  solo alcuni aspetti, come il salario minimo sono stati imposti attraverso ordinanze militari”.[79]

La legge permetteva ai lavoratori di avere accesso alla giustizia attraverso i tribunali del lavoro. Le vittorie legali hanno a loro volta prodotto dei miglioramenti in alcuni luoghi di lavoro. Tuttavia, i lavoratori palestinesi sono restii a rivendicare i propri diritti in tribunale per paura di esporsi a ritorsioni oltre che per ostacoli finanziari e legali. La ICA non conduce ispezioni, il Ministero del Lavoro Israeliano non monitora le condizioni e la sicurezza sul lavoro negli insediamenti affermando che non rientrano nella sua giurisdizione.[80] La mancanza di controlli incoraggia i datori di lavoro a tagliare i costi  consentendo insicurezza e sfruttamento nelle condizioni di lavoro. 

Società israeliane e internazionali traggono vantaggio e profitto da tutti gli aspetti dell’occupazione israeliana[81] e sono sostanzialmente coinvolte nella facilitazione e nella istituzione, manutenzione e sopravvivenza economica nell’impresa degli insediamenti. La complicità delle imprese con il sistema degli insediamenti consiste in:

  • Partecipazione alla confisca della terra e alle demolizioni, per fare spazio alla costruzione degli insediamenti e delle infrastrutture connesse;
  • Finanziamento ed esecuzione dei lavori di costruzione;
  • Fornitura di servizi che garantiscono la sostenibilità degli insediamenti;
  • Operazioni eseguite al di fuori degli insediamenti che generano profitto per le aziende delle colonie e per l’economia israeliana in generale.

Il centro di ricerca israeliano Who Profits (Chi ci guadagna) impegnato a denunciare le connivenze delle imprese con l’occupazione israeliana di terre palestinesi e siriane e con le violazioni di diritti, ha fatto una lista di 400 compagnie israeliane e internazionali coinvolte nell’impresa degli insediamenti illegali.[82] Nel febbraio 2020, l’Ufficio ONU per i Diritti Umani ha pubblicato un database incompleto di 112 imprese coinvolte in attività nei TPo che “sollevavano particolari preoccupazioni dal punto di vista dei diritti umani”[83], secondo la risoluzione 31/36 del Consiglio per i Diritti Umani, adottata il 24 marzo del 2016.

L’accumulazione di profitti da parte di Israele e di imprese multinazionali è strettamente collegata al blocco dello sviluppo economico palestinese, all’annessione di terre e al saccheggio delle risorse naturali palestinesi. Inoltre, le imprese traggono beneficio e incentivo a operare negli insediamenti grazie alla disponibilità del lavoro a basso costo dei Palestinesi e grazie ai sussidi israeliani.[84] 

Fare affari con gli insediamenti:

Illegale secondo il diritto internazionale

Tutti gli insediamenti israeliani sono illegali secondo il diritto internazionale. Il Regolamento dell’Aia e la Quarta Convenzione di Ginevra vietano insediamenti sotto occupazione e li considerano crimini di guerra.[85] Attraverso varie risoluzioni, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite continua a chiedere un ritiro completo israeliano dal TPo (compresi Gerusalemme Est e il Golan siriano).[86] Anche il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sulla costruzione del muro di separazione ha riaffermato l’illegalità degli insediamenti israeliani nei TPo.[87]

Nel 2014, l’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i diritti umani (OHCHR) ha ribadito che gli insediamenti israeliani “comprendono tutte le strutture e i processi fisici e non fisici che costituiscono, consentono e supportano l’istituzione, l’espansione e il mantenimento delle comunità residenziali israeliane oltre la Green Line del 1949”[88] ed entro i TPo[89]. Di conseguenza, l’attività commerciale con gli insediamenti o qualsiasi forma di sostegno finanziario per l’economia di occupazione in generale, costituirebbe una violazione del diritto internazionale. Nel suo rapporto 2018 sulle imprese legate all’occupazione, l’OHCHR delle Nazioni Unite conclude che:

“Considerando il peso del consenso legale internazionale sulla natura illegale degli insediamenti stessi e la natura sistemica e pervasiva dell’impatto negativo sui diritti umani da essi causato, è difficile immaginare uno scenario in cui una impresa potrebbe impegnarsi nelle attività elencate in modo coerente con i Principi Guida e il diritto internazionale.”[90]

I Principi Guida delle Nazioni Unite per le imprese e i diritti umani (UNGP) del 2011 riconoscono che tutte le imprese, indipendentemente dalle dimensioni, dall’industria, dall’ubicazione, dalla proprietà o dalla struttura legale, hanno la responsabilità di condurre una due diligence per identificare, prevenire e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani e le violazioni del diritto internazionale umanitario lungo tutta la loro catena di approvvigionamento. Le aziende dovrebbero “evitare di causare o contribuire a impatti negativi sui diritti umani attraverso le proprie attività e affrontare tali impatti quando si verificano”. Se un’azienda non è in grado di garantire la fine delle violazioni dei diritti umani, dovrebbe astenersi dal partecipare a tale azione. È importante sottolineare che gli UNGP affrontano la questione delle operazioni commerciali nelle aree colpite da conflitti, incluse situazioni di occupazione. In tali aree le linee guida riconoscono che “gli stati ospitati”, come Israele nei TPo, potrebbero non essere in grado di proteggere i diritti umani a causa del loro stesso coinvolgimento in abusi o mancanza di controlli. In tali situazioni, gli “stati d’origine” delle società hanno la responsabilità di assistere sia le società che Israele per garantire che le imprese non siano coinvolte in violazioni dei diritti umani.[91]

Inoltre, sotto la guida dell’OCSE per una condotta aziendale responsabile, gli investitori istituzionali, anche in qualità di azionisti di minoranza, hanno un rapporto d’affari con le aziende nel loro portafoglio, il che può significare che sono direttamente collegabili a eventuali impatti negativi. Gli investitori devono intraprendere una due diligence per evitare e affrontare il coinvolgimento in violazioni del diritto internazionale e dei propri obblighi in materia di diritti umani.

Privatizzare l’occupazione:

Incentivi per le imprese degli insediamenti

Le imprese con sede negli insediamenti e nelle zone industriali beneficiano di un’abbondanza di terra e di risorse naturali rese disponibili attraverso le politiche militari israeliane e tagliano i loro costi grazie allo sfruttamento in massa dei lavoratori palestinesi.

Inoltre, beneficiano di una serie di politiche e sussidi governativi israeliani progettati per incoraggiare lo sviluppo economico degli insediamenti attraverso società private israeliane e internazionali. Circa 90 insediamenti israeliani sono stati designati come “Area di priorità nazionale” (NPA). Le aziende negli NPA beneficiano di riduzioni del prezzo di terreni e affitti, e fino al 50% di sgravi fiscali e risarcimenti in caso di perdita di reddito derivante da dazi doganali imposti dagli Stati membri dell’UE o da boicottaggi.[92] Ad esempio, un mese di affitto per metro quadrato nella zona industriale dell’insediamento Barkan è compreso tra 5 e 7 dollari. In confronto, l’affitto per un metro quadrato nella zona industriale di Beit Shemesh è un minimo di 10,36 dollari, oltre al quale è prevista una commissione di gestione di 2,37 dollari.[93] Nella zona industriale di Atarot (Gerusalemme Est occupata), la tassa municipale è riscossa dal Comune di Gerusalemme, ed è di circa 21,90 dollari al metro quadrato per un edificio industriale, rispetto ai 27 – 36 dollari per metro quadrato in altre parti di Gerusalemme.[94]

Inoltre, le aziende degli NPA ricevono generose sovvenzioni per lo sviluppo delle infrastrutture. Ad esempio, nel 2019, il governo ha concesso una sovvenzione di 1,98 miliardi di dollari alla società American Knitting Ltd. per impiantare una fabbrica nella zona industriale di Barkan, nella Cisgiordania occupata. Il governo ha inoltre concesso alla società israeliana Em Hitah Ltd. 11,84 milioni di dollari per espandere la sua fabbrica nella zona industriale di Atarot, Gerusalemme Est occupata.[95]

Inoltre, le leggi e i regolamenti interni israeliani sono stati riformati per fare pressione sulle imprese affinché servano gli insediamenti e i coloni. Nel 2017, Israele ha modificato la sua legge sulla protezione dei consumatori (del 1981) rendendo obbligatorio per le imprese dichiarare esplicitamente prima di completare una transazione se non sono in grado o non vogliono fornire servizi agli insediamenti. Anche la legge sul Divieto di Discriminazione riguardo a prodotti, servizi e ingresso in luoghi di intrattenimento e luoghi pubblici (2000) è stata modificata nel 2017 per includere il luogo di residenza del consumatore come motivo illegale di discriminazione. La legge si applica a tutte le imprese (anche private) che forniscono servizi pubblici come trasporti e telecomunicazioni.[96]

Turisti negli insediamenti:

Airbnb, Booking.com e TripAdvisor

Oltre 4 milioni di turisti sono entrati in Israele nel 2018, generando entrate per 6,51 miliardi di dollari. Secondo un sondaggio del 2018 sul turismo in entrata condotto dal Ministero del Turismo israeliano, il 24,3% dei turisti ha indicato il pellegrinaggio come scopo principale della propria visita. Ciò suggerisce che i TPo, ricchi di eredità culturale, monumenti storici e siti religiosi, con Gerusalemme Est e Betlemme in particolare, sono destinazioni privilegiate.[97]

Riconoscendo le enormi opportunità finanziarie dei TPo, Israele mette in atto una duplice strategia: forti investimenti nelle imprese turistiche israeliane oltre la Green Line e limitazioni all’attività e allo sviluppo dell’industria del turismo palestinese.[98] Ad esempio, nel 2017, il PIA israeliano ha inviato una lettera ufficiale alle agenzie turistiche esortandole a non prenotare visite notturne per i loro clienti stranieri e gruppi di turisti nei TPo, e in particolare a Betlemme.[99]

L’espansione del turismo digitale e delle piattaforme di prenotazione online ha ulteriormente aperto il mercato per aziende come Airbnb, Booking.com e TripAdvisor per trarre maggiori profitti dal settore del turismo israeliano. Queste società offrono proprietà in affitto in vari insediamenti illegali in Cisgiordania e Gerusalemme Est a spese del settore turistico palestinese.

Così, mentre il settore del turismo palestinese rappresentava circa il 13% del PIL nel 1966, nel 2010 contribuiva solo allo 0,6%[100] e nel 2019 impiegava solo il 5% della forza lavoro.[101] Airbnb, Booking.com, TripAdvisor e altri sono complici della sistematica paralisi del settore del turismo palestinese, sostenendo gli insediamenti e spingendo sempre più Palestinesi a lavorare in Israele e negli insediamenti.

Fattorie agricole negli insediamenti:

Hadiklaim – Israel date growers’ collective Ltd.

Le esportazioni agricole di Israele generano profitti considerevoli. Nel 2018, il settore agricolo israeliano ha generato circa 9,03 miliardi di dollari, di cui 118,39 milioni dalle esportazioni, principalmente verso i paesi europei (incluso il Regno Unito).[102] Gran parte dei prodotti esportati da Israele sono coltivati ​​nella Cisgiordania occupata. La Valle del Giordano, con la sua terra fertile e il clima favorevole, un tempo nota come il “paniere alimentare palestinese”, è sotto una particolare attenzione.

Situata nella parte orientale della Cisgiordania, la Valle del Giordano rappresenta il 28,5% della Cisgiordania stessa ed ha l’87% della terra fertile dei TPo. Meno di 12.500 coloni, che vivono in 30 insediamenti e 18 avamposti, controllano l’86% della terra della Valle e coltivano un’area di 3.200 ettari.[103] Oltre a godere dell’accesso a terra fertile, i coloni hanno un’abbondante scorta di acqua e usano 18 volte più acqua rispetto ai Palestinesi della stessa regione.[104] Amnesty International ha accusato Israele di privare i Palestinesi dell’accesso all’acqua “come mezzo di espulsione”.[105]

L’attività agricola illegale dei coloni genera 147,99 milioni di dollari di profitti annuali ed è una delle principali fonti di occupazione per i coloni. Attualmente, circa il 30% dei coloni della Valle è impiegato direttamente nel settore agricolo, mentre un ulteriore 30% è impiegato in settori correlati come l’imballaggio e il trasporto.[106] Le aziende di coloni orientate all’esportazione e alla coltivazione della palma sono particolarmente redditizie. Secondo il ministero israeliano dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, il 70% della produzione di palma viene esportato, generando profitti annuali per circa 118,39 milioni di dollari. Secondo lo stesso ministero, il 38% delle palme israeliane si trova nella Valle del Giordano, dove la principale varietà coltivata è il dattero Majhoul (Piarom). I datteri israeliani Majhoul dominano dal 65% al ​​75% del mercato globale.[107]

Hadiklaim è una delle principali società israeliane di commercio datteri e il principale fornitore di datteri Majhoul su scala globale.[108] L’azienda ricava i suoi datteri da vari insediamenti, tra cui Tomer e Beit Ha’Aravah, ed ha un impianto di confezionamento nella colonia di Gilgal. Il gruppo di ricerca Corporate Occupation ha documentato la sistematica etichettatura errata dei prodotti di Hadiklaim come “made in Israel”.[109] L’etichettatura errata dei prodotti viola le linee guida dell’Unione Europea (UE) del 2015 in merito all’etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti illegali di Israele nei TPo e nel Golan siriano occupato. Le linee guida dell’UE stabiliscono che l’etichettatura delle merci importate nell’UE “deve essere corretta e non fuorviante” e quindi deve includere le parole “insediamenti israeliani” e non può più essere contrassegnata come “Made in Israel”.[110]

Le politiche di occupazione israeliane e l’industria agricola degli insediamenti hanno portato a un forte declino del settore agricolo dei TPo e alla sua capacità di fornire occupazione per i Palestinesi. Nel 2019, solo il 6,1% della forza lavoro dei TPo era impiegata nel settore agricolo,[111] rispetto al 40% nel 1970.[112] Più di 80.000 Palestinesi che vivevano nella Valle hanno perso il 50% della loro terra coltivata e sono la comunità più povera dei TPo, di fronte alla minaccia imminente di sfollamento forzato.[113]

Il crollo dell’economia agricola della Valle ha causato una disoccupazione di massa che ha portato a un trasferimento forzato nelle aree urbane vicine, nelle zone A e B. Molti di coloro che rimangono non hanno altra scelta che lavorare come manodopera a basso costo per i coloni israeliani, spesso su terreni confiscati che in precedenza erano di proprietà della loro famiglia.[114] Centinaia di bambini palestinesi e circa 5.000 donne palestinesi lavorano negli insediamenti illegali di Israele, per il 45% dei casi in agricoltura.[115] La maggior parte di loro non ha permesso di lavoro, nessun contratto e nessun contatto diretto con il colono datore di lavoro, il che li rende vulnerabili alle cattive condizioni di lavoro, all’incertezza dell’impiego, all’estorsione finanziaria e li espone ad abusi fisici e verbali.

La Produzione industriale negli insediamenti:

General Mills Israele/Avgol Industries 1953 Ltd.

Ci sono 19 zone industriali situate all’interno o in prossimità degli insediamenti israeliani illegali nei territori occupati della Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Queste occupano più di 602,7 ettari di terreno[116] e sfruttano la disoccupazione dilagante nelle vicine comunità palestinesi, gli incentivi statali e la libertà di movimento resa agevole da un intricato sistema di circonvallazioni. Le zone industriali ospitano una gran varietà di aziende israeliane che producono merci per l’esportazione e un numero minore di imprese multinazionali. Esse rappresentano il pilastro su cui poggia l’economia dell’occupazione e contribuiscono allo sviluppo economico degli insediamenti.

Le zone industriali vengono cinicamente presentate dagli industriali e dai politici israeliani come inserite in un quadro di ‘pace economica’ in quanto offrirebbero opportunità di lavoro e costituirebbero degli spazi di interazione fra lavoratori palestinesi e lavoratori israeliani. Shraga Brosh, presidente dell’Associazione Industriali d’Israele, ha affermato: “Il fatto che queste aziende impieghino lavoratori palestinesi aiuta la sicurezza nella regione e promuove la pace economica”.[117]

Questa affermazione è stata ampiamente smentita da un rapporto dell’ufficio ONU per i Diritti Umani del 2018[118] e dal 82% dei lavoratori palestinesi che lascerebbero il loro posto di lavoro negli insediamenti se avessero altre scelte.[119]

Inoltre le zone industriali servono come mezzo di ‘annessione finanziaria’ del territorio che favorisce in modo esplicito l’incessante annessione geografica. I dati pubblicati dal ministero israeliano dell’economia indicano che solo una minima percentuale degli insediamenti industriali è completamente costruita; tuttavia tra il 50 e il 70% della capienza complessiva non viene utilizzato. Ad esempio nella zona industriale di Baron, nei pressi dell’insediamento di Shavie Shomro nel nord della Cisgiordania, ci sono 35,7 ettari vuoti e solo 8,2 vengono utilizzati.[120] Nonostante le attuali zone industriali siano sottoutilizzate, il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di nuove zone industriali che occuperanno almeno altri 530 ettari di terra palestinese.[121]

I LAVORATORI PALESTINESI IN ISRAELE:

UN APPROFONDIMENTO

Lavorare in Israele:

Chi cerca posti di lavoro e chi lavoratori

Da quando nel 1967 la Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza sono state occupate, i lavoratori palestinesi sono entrati in Israele dai territori occupati in cerca di lavoro. Da sempre essi rappresentano un serbatoio di manodopera a basso prezzo a cui attingere per far fronte alla carenza di forza lavoro manuale sul mercato locale e massimizzare i profitti applicando salari bassi, condizioni di lavoro al di sotto degli standard e assenza di prestazioni sociali.

Il settore edilizio israeliano, in particolare, dipende sempre più dalla manodopera palestinese e da quella straniera. I Palestinesi con permesso di lavoro costituiscono il 22% dei 272.000 addetti dell’edilizia.[122] Si calcola inoltre che circa 14.000 lavorino nel settore senza avere un permesso.[123] I lavoratori palestinesi producono il 66% dei 23,68 miliardi di dollari che questo comparto fornisce al PIL di Israele.[124]

Le limitazioni agli spostamenti locali e internazionali dovuti al COVID-19 hanno messo in luce la dipendenza di Israele dai lavoratori palestinesi nel settore dell’edilizia. Secondo l’Associazione dei Costruttori Israeliani, la carenza di lavoratori edili palestinesi ha causato una contrazione delle attività, tanto che a metà aprile 2020 solo il 35% del comparto era attivo.[125] In precedenti comunicati l’associazione sottolineava come l’assenza dei lavoratori palestinesi potesse portare ad una perdita di qualcosa come 1,35 miliardi di dollari ogni mese e causare il blocco del lavoro di oltre 125.000 Israeliani. Per questo motivo l’associazione ha esercitato notevoli pressioni sul governo israeliano perché organizzasse l’entrata continuativa di questi lavoratori.[126]

Nel 2019 lavoravano in Israele circa 110.000 Palestinesi.[127] La loro integrazione nel mercato del lavoro israeliano è stata normata nel 1970 da un provvedimento del governo. In linea di principio, il provvedimento stabiliva che i lavoratori sarebbero stati assunti alle stesse condizioni dei lavoratori israeliani e avrebbero goduto degli stessi diritti previsti dalla legge israeliana sul lavoro.

Ulteriori norme stabilite nel protocollo di Parigi del 1994 –l’allegato sulla parte economica degli accordi di Oslo– introdussero il sistema dei permessi e formularono i meccanismi che regolano la sicurezza sul lavoro e l’accesso alle prestazioni previdenziali. Il protocollo d’intesa stabilisce che gli stipendi debbano essere pagati dal datore di lavoro direttamente al lavoratore, mentre i contributi dovrebbero essere acquisiti e trasferiti dall’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione (PIA). I lavoratori palestinesi sono anche inclusi nel contratto collettivo dell’edilizia del 2010, esteso a tutti i lavoratori e agli impiegati del comparto.[128]

Tuttavia le norme e i provvedimenti del governo israeliano non hanno garantito ai lavoratori palestinesi l’accesso ai diritti e alla dignità del lavoro. I datori di lavoro israeliani approfittano della evidente carenza nell’applicazione della normativa e della dipendenza dei lavoratori dal mercato del lavoro israeliano e negano loro diritti e giusto salario.

Il sistema dei permessi e gli intermediari (broker)

La dipendenza dei lavoratori palestinesi dal sistema dei permessi, che li lega ad uno specifico datore di lavoro, li espone allo sfruttamento da parte degli imprenditori e ai ricatti degli apparati di sicurezza.

Il sistema ha anche facilitato la comparsa di un ‘mercato nero’ dei permessi di lavoro, quando le imprese israeliane a cui vengono assegnati i permessi li vendono ai lavoratori oppure a degli intermediari [broker] palestinesi, che a loro volta li rivendono ai lavoratori che cercano disperatamente un impiego, ovviamente lucrandoci sopra. La compravendita dei permessi è molto diffusa: 42.501 lavoratori con permesso (corrispondenti al 45% dei complessivi 94.254) accedono al lavoro tramite gli intermediari. Questo genera profitti enormi: in tutto 119 milioni di US$ nel 2018, in media 242,94 US$ per ogni permesso venduto. Il sistema della compravendita dei permessi prevale in tutti i settori ma la maggioranza (75,7%) riguarda i 32.155 lavoratori edili.[129]

Anche se i dati a disposizione non permettono un’analisi disaggregata, i sindacati israeliani rilevano che la compravendita dei permessi è più alta in Israele che negli insediamenti. Questo viene attribuito al fatto che non è previsto l’assegnamento di quote di permessi agli insediamenti.[130] I permessi mensili costano ai lavoratori tra 591,27 e 793,9 dollari e questo impedisce loro di avere un salario adeguato anche quando percepiscono la paga oraria minima come da contratto. Sebbene siano un onere finanziario notevole per i lavoratori, i permessi non sono una garanzia del posto di lavoro. Il 72% dei lavoratori che acquistano il permesso vengono scambiati fra i datori di lavoro (così che non sono mai sicuri dell’identità del loro datore di lavoro e non hanno nemmeno un’evidenza legale della loro assunzione) oppure devono cercarsi autonomamente un lavoro, spesso in forma illegale.[131]

La mancanza di alternative spinge i lavoratori a comprare e ad accettare l’accesso a qualsiasi lavoro trovino. Secondo l’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) “gli intermediari si approfittano dei lavoratori più disperati, che sono costretti ad accettare lavori anche a condizioni peggiori di quelle dei loro colleghi”[132]. A tutti i lavoratori palestinesi sono negati alcuni diritti e protezioni sociali che spettano loro di diritto, ma i lavoratori che sono costretti a comprarsi un lavoro sono particolarmente vulnerabili, poiché solo il 41,23% gode di ferie retribuite e l’11,2% di indennità di malattia. Inoltre i datori di lavoro, che sono essi stessi degli intermediari, hanno tutta la convenienza a dichiarare paghe e ore lavorative inferiori per ridurre i contributi che sono tenuti a pagare per la sicurezza sociale.[133]

 Nel 2016 il governo israeliano ha approvato un piano di riforma nel tentativo di contenere la compravendita dei permessi, che prevedeva la possibilità dei lavoratori di spostarsi da un datore di lavoro ad un altro dello stesso comparto, il pagamento del salario tramite bonifico bancario, lo sviluppo di una piattaforma on-line per le richieste di permesso e per gli abbinamenti fra lavoratore e datori di lavoro israeliani una volta che il lavoratore abbia ottenuta l’autorizzazione al permesso e ricevuta la necessaria formazione. La scheda per le richieste dell’ICA (Autorità per la Cooperazione Industriale), che si chiama Al Munasiq, è già operativa, ma manca l’abbinamento fra lavoratore e datore di lavoro; inoltre si è già attirata critiche perché violerebbe la privacy dei lavoratori e aumenterebbe i controlli. Nel marzo del 2019 è iniziato un esperimento pilota nella zona industriale di Atarot in cui i lavoratori hanno il permesso di spostarsi da un datore di lavoro all’altro; il settore successivo doveva essere quello dell’edilizia.[134] Tuttavia la completa attuazione della riforma è andata a rilento e il governo di Israele ne ha di fatto rinviato l’applicazione a dopo che saranno attuati i cambiamenti previsti al sistema dei permessi.[135]

Nonostante le riforme annunciate e il divieto dell’Autorità Palestinese al traffico dei permessi,[136] questo sistema di sfruttamento sotterraneo continua indisturbato, anzi il mercato nero dei permessi si sta espandendo. Secondo l’ufficio centrale di statistica della Palestina (PCBS), dall’inizio del 2019 alla fine dello stesso anno la percentuale di lavoratori che hanno comprato il permesso da intermediari illegali è passata dal 40,3% al 49,2%.[137]

Khalil: Cosa costa lavorare in Israele

Khalil è di Tulkarem, ha 25 anni e da più di due lavora come idraulico ad Harish nel nord di Israele per la Shapir Engeneering and Industry –una compagnia israeliana di costruzione e sviluppo di infrastrutture– alla costruzione di appartamenti residenziali. Khalil ha una laurea in ingegneria gestionale. Quando non è riuscito a trovare il lavoro per cui è qualificato ha cominciato a lavorare saltuariamente come idraulico. La paga bassa e la mancanza di posti di lavoro lo hanno infine spinto a cercare un impiego in Israele. “A volte tornavo a casa con 44,29 dollari in tasca. Altri giorni non guadagnavo niente”.

Dopo un anno di prova l’impresario gli ha offerto un permesso di lavoro con l’accordo che ne avrebbero diviso i 739,07 dollari del costo. Khalil ha accettato, visto che è pagato 103,47 dollari al giorno e lavora una media di otto ore al giorno per 20 giorni al mese. Tuttavia, una volta ottenuto il permesso, il datore di lavoro non ha rispettato l’accordo e ha detratto l’intero costo dal mensile di Khalil. “[L’impresario] mi aveva promesso che avremmo diviso i costi del permesso, invece ora trattiene 739,07 dollari dal mio salario mensile. Mi ha preso in giro e adesso sono incastrato, non posso fare altro che pagare e lavorare per lui”. Tolti il costo del permesso, i contributi, l’assicurazione e le trattenute delle tasse, oltre a 147,82 dollari di spese di viaggio, a Khalil restano meno di 1.000 dollari al mese.

Khalil non ha un contratto di lavoro scritto e anche se lavora una media di 20 giorni al mese, i giorni lavorativi e la paga variano sempre. “A volte l’impresario mi chiama di notte per dirmi di non andare il giorno dopo perché il cantiere non funziona, oppure quando piove. Poi ovviamente non lavoriamo nei giorni delle festività ebraiche”. Il basso salario di Khalil e la riduzione di giornate lavorative e di stipendio sono una palese violazione del contratto collettivo dell’edilizia. Secondo l’accordo, il salario minimo di un lavoratore edile dovrebbe essere di 1656,03 dollari e se a un lavoratore viene chiesto di non recarsi al lavoro a causa delle condizioni atmosferiche, dovrebbe comunque essergli corrisposta la paga corrispondente a quattro ore di lavoro.[i] “Oltre a perdere denaro ogni giorno in cui non lavoro, vivo nella costante incertezza” spiega Khalil “devo sempre essere pronto a lavorare in qualsiasi momento…. A volte il giovedì, alla fine della giornata, il datore di lavoro mi dice che devo venire a lavorare il giorno dopo. Questo succede soprattutto quando i tempi per la consegna sono stretti”.

La paga bassa e l’incertezza del lavoro costringono Khalil a fare lavori extra “A volte quando sono a Tulkarem accetto lavori extra per guadagnare qualche spicciolo in più. Non puoi lasciar perdere le occasioni di guadagnare qualcosa in più quando non sei certo per quanto tempo avrai il tuo attuale lavoro e quanti giorni lavorerai quel dato mese”. Quando Khalil ha cominciato questo lavoro lo vedeva come un passaggio temporaneo per cominciare poi una vita migliore. Vorrebbe viaggiare e magari aprire una attività in proprio, ma ora questi sogni gli sembrano irrealizzabili. “Guardo gli uomini più anziani che hanno lavorano qui per anni. Sono esausti. Anche loro pensavano all’inizio che fosse solo una soluzione temporanea? Fra trent’anni sarò anch’io nella loro situazione? È un pensiero che mi fa paura, questa non può essere la mia vita” dice.


[i] The Histadrut, “Collective Bargaining Agreement in the Construction and Carpentry Sector,” (Hebrew) On the Scaffoldings, Histadrut Magazine, August 2015

Passare i checkpoint per andare a lavorare

Ottenere un permesso valido è solo il primo ostacolo che i lavoratori palestinesi devono superare per andare a lavorare in Israele. I lavoratori con un permesso valido possono entrare legalmente in Israele attraverso 11 checkpoint permanenti[139] collocati lungo i 730 km del muro di separazione che isola la Cisgiordania occupata separandola da Gerusalemme Est.[140]

I checkpoint sono sovraffollati e i lavoratori sono soggetti a “controlli di sicurezza, vessazioni e lunghe attese in condizioni inumane e umilianti”.[141] I ritardi a volte durano per tutta la giornata lavorativa e sfiniscono i lavoratori, rendendo più facili gli incidenti sul lavoro. L’ILO rileva “un significativo miglioramento nella durata delle procedure di controllo in due dei sette maggiori varchi” tuttavia “i colli di bottiglia continuano ai principali varchi soprattutto a Qalkilya e Tulkarem”.[142]

Inoltre, avere un permesso di lavoro valido non è garanzia di accesso al lavoro e i diritti dei lavoratori possono venire arbitrariamente violati al checkpoint a seconda degli operatori israeliani o della loro percezione di un eventuale pericolo. L’organizzazione israeliana Machsom Watch (Donne per il Rispetto dei Diritti Umani e contro l’Occupazione) riferisce di un sistema molto diffuso, la cosiddetta “deterrenza amministrativa” secondo cui viene negato il passaggio a lavoratori in possesso di regolare permesso di lavoro perché il loro nome è stato incluso nelle liste delle persone sospette dagli apparati di sicurezza israeliani (ICA, polizia o Shabak, il servizio di sicurezza generale). Un lavoratore può finire in queste liste per varie motivazioni arbitrarie, come: conoscere qualcuno che gli apparati per la sicurezza di Israele ritengono pericoloso; provenire da un determinato villaggio; avere lo stesso cognome di persone sospettate di aver attaccato Israele o di svolgere attività politica. Il diniego di accesso costituisce una punizione collettiva dei Palestinesi perché impedisce loro l’accesso al lavoro e ai mezzi di sostentamento[143]. Ci sono poi imprevisti che i lavoratori palestinesi non sono in grado di controllare, ma che hanno per loro drastiche conseguenze. Per esempio nel 2017, quando i lavoratori della Land Crossing Authority (Autorità preposta ai valichi di frontiera) scioperarono per ottenere migliori condizioni di lavoro e per essere assunti direttamente dal ministero della difesa, i checkpoint furono chiusi ai pedoni, impedendo ai lavoratori palestinesi di entrare in Israele.[144] Questo significò la perdita di una giornata lavorativa e della relativa paga.

Una volta passati in Israele, il viaggio dal checkpoint al posto di lavoro è costoso. Secondo la legge israeliana e secondo gli accordi presi nel contratto collettivo dell’edilizia, il datore di lavoro è tenuto a provvedere al trasporto del lavoratore dal checkpoint al luogo di lavoro, oppure a rimborsare le spese di trasporto. Tuttavia, secondo Kav LaOved “il completo rimborso delle spese di viaggio non avviene”[145]. Il costo dei trasporti per un Palestinese che lavora in Israele è stato stimato attorno ai 142,82 dollari al mese, pari a una giornata e mezza di lavoro di un lavoratore con un salario medio).

La protezione sociale negata

Secondo la legge israeliana e secondo il contratto collettivo dell’edilizia, i lavoratori palestinesi hanno gli stessi diritti dei loro colleghi israeliani in termini di previdenza sociale. Questi comprendono: la liquidazione, le ferie pagate, la pensione, l’infortunio e il congedo per malattia. Tuttavia da decenni i lavoratori sono sistematicamente esclusi dalle prestazioni sociali. I principali ostacoli sono rappresentati dai resoconti fittizi da parte dei datori di lavoro e dagli errori operativi della “Sezione Pagamenti” (Matash in ebraico). Matash è un dipartimento dell’Autorità per la Popolazione l’Immigrazione e i Confini e ha il compito di raccogliere e distribuire i contributi sociali nonché di emettere le buste paga e controllare le condizioni dei lavoratori palestinesi.

Detrazioni, contributi e tasse vengono chiamati “tasse perequative” (perché uniformano il costo di un lavoratore palestinese con quello di un lavoratore israeliano) e comprendono sia i contributi del datore di lavoro che le trattenute dovute dal lavoratore.

Inoltre le deduzioni dallo stipendio mensile del lavoratore includono 27,52 dollari di assicurazione sanitaria, chiamata “bollino salute”. I lavoratori palestinesi non hanno diritto all’assistenza sanitaria gratuita in territorio israeliano, ma per pagare le spese mediche vengono detratti mensilmente dallo stipendio i costi di un’assicurazione. Dopo di che il lavoratore può chiedere il rimborso delle spese sostenute all’Istituto Sanitario Israeliano. I lavoratori palestinesi hanno diritto solo all’assistenza di pronto soccorso in caso di incidente sul lavoro, se il datore di lavoro ha fornito loro un particolare documento, la scheda BL250 dell’Istituto Sanitario Nazionale che serve a fornire assistenza medica in caso di infortunio sul lavoro.[146]

L’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione (PIA) ha il compito di trasferire gli importi delle tasse perequative, i contributi sulla salute e il 75% delle imposte sul reddito all’Autorità Palestinese, dopo aver trattenuto le detrazioni.[147]

Tuttavia, negli ultimi cinquant’anni vaste somme di contributi e tasse sono state trattenute da Israele e versate in fondi gestiti dal ministero delle finanze israeliano. Secondo un rapporto del Revisore dei Conti dello stato di Israele, tra il 2006 e il 2013 non sono stati consegnati all’Autorità Palestinese 169,2 milioni di dollari in tasse perequative. Nel solo 2014 sono stati trattenuti 19 milioni. Si stima inoltre che fra il 2006 e il 2013 Israele abbia trattenuto 55.4 milioni di dollari di contributi per la salute e ulteriori 16.2 milioni nel 2014.[148]

Israele si rifiuta di trasferire questi fondi come misura punitiva nei confronti dell’Autorità Palestinese. Inoltre la complessità del sistema delle domande rende ancora più proibitivo per i lavoratori l’accesso alle prestazione sociali. Per ottenere i benefici sociali il lavoratore deve fare personalmente una richiesta alla Divisione Pagamenti. La scarsa conoscenza dei propri diritti da parte dei lavoratori, la ben nota mancanza di trasparenza della Divisione Pagamenti, le procedure burocratiche complesse e l’incapacità di assicurarsi che gli imprenditori riportino l’esatto numero di ore lavorate e i corretti importi salariali, ha impedito spesso ai lavoratori il godimento dei benefici previdenziali a cui hanno diritto avendo versato i contributi. Secondo Kav LaOved, la Divisione Pagamenti non solo non adempie ai propri compiti, ma “è diventata essa stessa il soggetto e la causa di gravi violazioni“.[149] Ad esempio su 55.000 lavoratori solo 878 hanno chiesto il pagamento delle assenze per malattia come è loro diritto. Molte di queste richieste sono state respinte e altri non hanno ricevuto l’intero ammontare dovuto.[150]

La mancanza di trasparenza e i molti errori da parte della Divisione Pagamenti rendono difficile ottenere delle risposte accurate circa l’ammontare delle somme di previdenza sociale trattenute da Israele. Nel 2016, in risposta ad una causa intentata da Kav LaOved–Workers’ Hotline e dall’Associazione per i Diritti Civili (ACRI), la PIA ha dichiarato che il fondo ammontava a 152,43 milioni di dollari.[151] Tuttavia Histadrut stima che la cifra sia senz’altro più alta, 199,95 milioni circa.[152] Quando è venuta alla luce la cifra astronomica che era stata accumulata, invece di studiare un meccanismo per suddividerla fra i lavoratori attuali e passati che ne avevano diritto, il gruppo interministeriale aveva discusso se usarla per ammodernare i checkpoint. E per aggiungere insulto ad ingiuria PIA aveva annunciato che avrebbe arbitrariamente trasferito 64,53 milioni di dollari nelle casse degli imprenditori israeliani attraverso l’Associazione Israeliana Costruttori. Questa mossa fu bloccata solo da un ordine della Corte Suprema.[153]

Nel 2014, in seguito ad un rapporto del Revisore dei Conti dello stato di Israele, che inchiodava la Divisione Pagamenti mettendone in evidenza l’ampia collezione di errori e di cause intentatele dal Partito Laburista Israeliano e da organizzazioni per i diritti civili, furono suggerite una serie di misure atte a cambiare il suo ruolo e i meccanismi attraverso cui i lavoratori palestinesi accedono alla previdenza sociale. Nel maggio 2019, un comitato interministeriale consigliò l’abolizione del ruolo di intermediario della Divisione e suggerì che i lavoratori ricevessero i benefici, come il congedo per malattia e le ferie annuali, direttamente dal datore di lavoro che compariva sul loro permesso, mentre i contributi per la pensione dovevano essere versati direttamente in un fondo pensioni.[154]

Nell’agosto 2020, PIA ha annunciato il trasferimento della gestione dei fondi pensione palestinesi ad Amitin, un fondo privato israeliano. Amitin andrà a gestire 0,89 miliardi di dollari di contributi pensionistici secondo il valore di mercato, applicando i costi di gestione.[155] Fino a quel momento, le pensioni palestinesi sono state gestite come capitale di risparmio e non come risparmio previdenziale “eliminando così elementi importanti che dovrebbero far parte dell’assicurazione pensionistica, come la pensione di invalidità e la pensione di reversibilità”.[156] Inoltre i lavoratori erano incoraggiati a ritirare l’intero ammontare in un’unica rata, anziché richiedere la pensione d’anzianità. Le richieste per ricevere la pensione in rate mensili regolari vengono gestite con lentezza e scarsa trasparenza sullo stato d’avanzamento della pratica.[157]

Il trasferimento delle responsabilità dallo stato ad un ente privato e ai datori di lavoro certo non garantisce ai lavoratori la previdenza sociale, li lega piuttosto ad entità con un chiaro conflitto di interessi. In pratica, PIA ha smesso di raccogliere il contributo complessivo del 4% per ferie pagate nel 2016 e ha interrotto il prelievo dai salari del 2,5% per malattia nel 2019.[158] In teoria i lavoratori avrebbero dovuto da quel momento concordare personalmente i pagamenti col proprio datore di lavoro.[159]

Edilizia:

Un mestiere letale per i Palestinesi

Il comparto dell’edilizia in Israele è tristemente noto per la scarsa sicurezza. Controllo e ispezioni delle condizioni lavorative sono al minimo e le multe ai datori di lavoro che tagliano i costi e aumentano il profitto a spese delle misure di sicurezza per Palestinesi e lavoratori stranieri sono lievi. Nel 2019 il ministero israeliano del lavoro ha registrato 40 incidenti mortali nell’edilizia. Il comparto rappresenta il 7,2% dell’intera compagine produttiva di Israele. Tuttavia quell’anno ha totalizzato circa la metà degli incidenti mortali avvenuti in tutte le 84 diverse attività lavorative.[160] I Palestinesi rappresentano il 30% dei 272.000 lavoratori edili presenti in Israele e sono fra i più esposti sia agli incidenti mortali che agli infortuni sul lavoro.

Secondo il Ministero del Lavoro, nel 2019, dei 40 incidenti mortali, 19 provenivano dai territori occupati, 14 erano cittadini palestinesi di Israele e 7 erano lavoratori stranieri.[161] Secondo Kav LaOved più della metà dei lavoratori che ogni anno subiscono incidenti sul lavoro nel settore edilizio sono palestinesi.[162] Questo mette in evidenza due cose: la mancanza di formazione e la divisione del lavoro nell’edilizia, dove i Palestinesi vengono destinati alle mansioni più pericolose e nelle aree meno controllate. I Palestinesi vengono impiegati soprattutto nei cosiddetti “lavori sporchi” (impalcature, intonaci, ponteggi) e rappresentano la maggioranza in questi settori.[163]

Nel 2017, un’indagine del Ministero del Lavoro ha rilevato che il 70% dei ponteggi usati nei cantieri edili in Israele non rispettano le norme di sicurezza.[164] Nel 2019, ben 19 morti nei cantieri edili sono state causate da cadute dall’alto.[165] Gli impresari godono di un sistema di impunità e l’applicazione della legge è molto lenta anche in caso di gravi violazioni dei regolamenti e delle norme di sicurezza. Ad esempio, su 277 incidenti occorsi nel 2016, ne sono stati investigati ed è stato istituito un procedimento penale per morte o lesioni gravi solo in 88 casi e appena 39 di questi sono stati inviati alla procura generale per ulteriori indagini.[166]

Il settore risente anche di una grave mancanza di controlli. Nel 2018 Istadrut, Ministero delle Finanze e Ministero del Lavoro avevano concordato un piano in 14 punti per migliorare le condizioni di sicurezza nel settore. Esso prevedeva un corso pre-assunzione per lavoratori palestinesi sulla salute e la sicurezza nonché la formazione generale e l’aumento degli ispettori a 60 unità. Nel 2019 tuttavia c’erano solo 50 ispettori per 14.000 cantieri in attività.[167] Le indagini mostrano che i controlli sono diminuiti del 70% durante il periodo di Covid-19.[168] Sebbene si registrino alcuni miglioramenti, la realizzazione dei 14 punti previsti dall’accordo è “quasi inesistente”[169] e solo cinque di questi risultano attuati.[170]

Yussif. Una Vita da Lavoratore Edile

Yussif, 43 anni, otto figli e un lavoro da operaio edile a Qalqilya, riflette sui suoi 20 anni e più di lavoro in Israele nel settore dell’edilizia: “Ho lavorato per molti datori di lavoro, in tutta Israele. Ho costruito di tutto: dalle scuole alle case private”. Yussif ha un permesso ottenuto senza mediatore e porta a casa in media 1.478,60 dollari al mese. Secondo l’accordo del contratto collettivo fra Istadrut e Confedilizia Israeliana, Yussif dovrebbe ricevere mensilmente 1.656,03 dollari, una busta paga scritta, le spese di viaggio, i pagamenti per malattia e ferie annuali, più altri diritti. Ma le condizioni di lavoro di Yussef riflettono una realtà del tutto diversa. Ci dice che non ha mai visto una busta paga “in tutti i miei anni di lavoro” e ha dovuto barcamenarsi fra la sua salute e uno stipendio sufficiente a mantenere la famiglia. “Ogni giorno senza lavoro è un giorno in cui perdo soldi che non posso permettermi di perdere. I datori di lavoro sono molto chiari su questo punto. Ed è sempre stato così da quando ho cominciato a lavorare”.

La paura di perdere il permesso di lavoro è un altro motivo che dissuade Yussif dal restare a casa anche quando sta proprio male. “Poco tempo prima del coronavirus mi sono fatto male alla schiena spostando dei mattoni. La cosa giusta da fare era stare a casa e riposare. Il mio capo mi disse di prendermi dei giorni, ma non s’è offerto di pagarmeli. Sono stato a casa qualche giorno, ma non potevo prenderne altri… Se mi assento troppo a lungo mi rimpiazza e si riprende il permesso. C’è una coda di operai che aspettano un posto”.

Yussif sa bene che i suoi diritti sono calpestati, ma quello che dice qui sotto rivela le sue false speranze. Spera che mantenere il permesso di lavoro significhi che i suoi diritti sono protetti. “Non posso permettermi di protestare ora…. Ma ad un certo punto, gli farò causa e avrò un risarcimento…. Dopotutto, noi che lavoriamo con un permesso di lavoro siamo fortunati. Almeno tutte le ore vengono registrate.”

Questa errata supposizione è alla base della sua speranza di una vecchiaia tranquilla e dignitosa.

Non ha risparmi e in realtà, quando non sarà più in grado di lavorare, lui e sua moglie dovranno essere mantenuti dalla famiglia oppure affrontare la povertà.

Documento originale: https://www.ituc-csi.org/workers-rights-in-crisis-palestine?lang=en

Traduzione di: Anna Maria Torriglia, Gabriella Rossetti, Nara Ronchetti – AssopacePalestina

REFERENZE


  1. United Nations Conference on Trade and Development, Report on UNCTAD assistance to the Palestinian people: Developments in the economy of the Occupied Palestinian Territory, 4 October 2019

[2] Palestinian Central Bureau of Statistics, “The Labour Force Survey Results 2019” , 13 February 2020.

[3] Palestinian Central Bureau of Statistics, “Press Release,” 30 April 2020.

[4] Palestinian Central Bureau of Statistics, “Press Release,” 30 April 2020

[5] Palestinian Central Bureau of Statistics, Poverty Profile in Palestine, 2017.

[6] Palestinian Central Bureau of Statistics, Labour Force Survey Results 2019, 13 February 2020.

[7] Palestinian Central Bureau of Statistics, Labour Force Survey 2019 (Q3), 7 November 2019.

[8] United Nations Conference on Trade and Development, Report on UNCTAD assistance to the Palestinian people: Developments in the economy of the Occupied Palestinian Territory, 4 October 2019

[9] United Nations Conference on Trade and Development, Report on UNCTAD assistance to the Palestinian people: Developments in the economy of the Occupied Palestinian Territory, 4 October 2019.

[10] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories”, 2018.

[11] Bawabat Al Hadaf Al Akhbariya, “Statistics: The Number of Impacted Workers Due to Corona Crisis Exceeds 450 Thousand Workers”, Bawabat Al Hadaf Al Akhbariya (Arabic), 13 April 2020.

[12] Bawabat Al Hadaf Al Akhbariya, “Statistics: The Number of Impacted Workers Due to Corona Crisis Exceeds 450 Thousand Workers”, Bawabat Al Hadaf Al Akhbariya (Arabic), 13 April 2020.

[13] The World Bank, “Economic Monitoring Report to the Ad Hoc Liaison Committee,” 2 June 2020.

[14] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020.

[15] Who Profits – The Occupation Industry Research Center, “Hewlett Packard (HP) and The Israeli Occupation,” October 2016.

[16] Coordination of Government Activities in the Territories, “Unclassified permissions status” for the Palestinians’ entry into Israel, their passage between Judea & Samaria area and Gaza Strip, and their departure to foreign countries,” (Hebrew) , 2 August 2020.

[17] Lama Rabah, “West Bank Workers in Israel – “People Work to Get Married, We Get Married to Work,” (Arabic) Metras, 23 November 2019

[18] United Nation Conference on Trade and Development, “UNCTAD Assistance to the Palestinian People: Developments in the Economy of the Occupied Palestinian Territory,” September 2017:15

[19] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018 and Coordinator of Government Activities in the Territories, “Unclassified permissions status” for the Palestinians’ entry into Israel, their passage between Judea & Samaria area and Gaza Strip, and their departure to foreign countries”, 2 August 2020.

[20] Wifag Adnan and Haggay Etkes, “Illicit Trade in Work Permits for Palestinian Workers in Israel: Current Conditions and Approved Reform,” Bank of Israel, 25 September 2019

[21] Assaf Adiv, “Ma’an Association – A Decade of Organising Palestinian Workers in West Bank Settlements,” (Hebrew) WAC-MAAN, the Workers Advice Center, June 2019

[22] B’Tselem – The Israeli Information Centre For Human Rights in the Occupied Territories, “Israel Revokes Permits of Members of One Family, Leaving Them Jobless for Nearly Three Months and Counting,” www. btselem.org . Visited 3 June 2020.

[23] International Labour Organisation, “The situation of workers in the occupied Arab territories,” 2017:23

[24] UN Conference on Trade and Development, “Report on UNCTAD Assistance to the Palestinian People: Development in the economy of the Occupied Palestinian Territory,” September 2017

[25] Sama News, “Video of Accident …Seven Workers from Jerusalem Lose Their Life in a Horrific Car Accident,” (Arabic), Sama News, 4 November 2018

[26] PGFTU documentation referring to Be’er Sheva District Court case, 20-08-28571

[27] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2019

[28] The Histadrut, “Collective Bargaining Agreement in the Construction and Carpentry Sector,” (Hebrew) On the Scaffoldings, Histadrut Magazine, August 2015

[29] National Insurance Institute of Israel, “Minimum Wage,www.btl.go.il. Visited on 25 August 2020

[30] ITUC calculations based on data from: Palestinian Central Bureau of Statistics, Labour Force Survey Q3, 2019; Central Bureau of Statistics, Average Gross Wages Per Employee Job of Israeli Workers in 2019; (Hebrew) International Labour Organisation, The situation of workers of the occupied Arab territories, 2019

[31] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020

[32] Human Rights Watch, “Ripe for Abuse – Palestinian Child Labour in Israeli Agricultural Settlements in the West Bank,” 13 April 2015

[33] PGFTU data 22 April 2020

[34] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2019

[35] Palestinian Central Bureau of Statistics, “Labour Force Survey 2019 (Q3),” 7 November 2019

[36] Wifag Adnan and Haggay Etkes, “Illicit Trade in Work Permits for Palestinian Workers in Israel: Current Conditions and Approved Reform,” (Hebrew) Bank of Israel, 25 September 2019

[37] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[38] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020

[39] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020

[40]  Assaf Adiv, “Ma’an Association – A Decade of Organising Palestinian Workers in West Bank Settlements,” (Hebrew) WAC-MAAN Workers Advice Center, June 2019

[41]  International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020

[42] Lee Yaron and Hagar Shezaf, “For Palestinian Construction Workers in Israel, the Coronavirus is Just One More Danger,” Haaretz News, 20 March 2020

[43] Hagar Shezaf, “Israel Doesn’t Oversee Palestinian Workers’ Health Amid Coronavirus,” Haaretz News, 20 April 2020

[44] The Association for Civil Rights in Israel, “The Rights of Palestinian Workers During Corona”, (Hebrew) 12 May 2020

[45] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[46] National Insurance Institute of Israel, “Unemployment Benefits Following the Coronavirus Crisis,” (Hebrew) btl.gov.il. Visited 13 June 2020

[47] Kav LaOved, “Newsletter June 2020,” 8 June 2020

[48] WAC-MAAN – Workers Advice Center, “Palestinian Workers at NetGreet Waste Sorting Plant In Atarot Protest Harsh Working Conditions,” (Hebrew) 26 July 2020

[49] International Labour Organisation, “The situation of workers in the occupied Arab territories,” 2020

[50] Ministry of Labour, Social Affairs and Social Services, “Safety Directorate’s Activity in the employment Department,” (Hebrew) 2019

[51] Noga Kadman, “Employment of Palestinians in Israel and the Settlements,” Kav LaOved – Workers Hotline, August 2012

[52] Human Rights watch, “Ripe for Abuse. Palestinian Child Labor in Israeli Agricultural Settlements in the West Bank”, 2015

[53] Haga Shezaf, “From Their Entry Until Their Exit, the State Does Not Inspect the Health of Palestinian Workers,” (Hebrew) Haaretz News, 20 April 2020

[54] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[55] Assaf Adiv, “Ma’an Association – A Decade of Organising Palestinian Workers in West Bank Settlements,” (Hebrew) WAC-MAAN- Workers Advice Center, June 2019:20

[56] Adam Rasgon, “The Palestinian Authority Accuses Israel of Abandoning a Sick Palestinian Worker at a West Bank Checkpoint,” (Arabic) The Times of Israel, 24 March 2020

[57] Assaf Adiv, “Ma’an Association – A Decade of Organising Palestinian Workers in West Bank Settlements,” (Hebrew) WAC-MAAN- Workers Advice Center, June 2019

[58] Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, “Israeli Supreme Court Gives Justice Minister Shaked 30 Days to Justify ‘Jordan Valley Regulations’,” 8 January 2016

[59] Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, “Human Rights Groups File Israeli Supreme Court Petition Against ‘Jordan Valley Regulation” Restricting Migrant and Palestinian Workers’ Rights,” 25 September 2016

[60] https://supremedecisions.court.gov.il/Home/Download?path=HebrewVerdicts\16\160\070\ o23&fileName=16070160.O23&type=4

[61] Assaf Adiv, “Ma’an Association – A Decade of Organising Palestinian Workers in West Bank Settlements,” (Hebrew) WAC-MAAN Workers Advice Center, June 2019

[62] Palestinian Central Bureau of Statistics, “The Labour Force Survey Results 2019,” 13 February 2020

[63] Information obtained through an interview with Sahar Francis, Adameer’s director

[64] Hagar Shezaf, “Within Two Months, 20 Palestinians Were Shot by Israel While Trying to Cross from the West Bank,” Haaretz News, 23 December 2019

[65] Arab 48, “The Arrest of 92 Workers from the West Bank and the closing of a Bakery in Sakhnin,” (Arabic) Arab48 news, 18 April 2019

[66] Peace Now, Settlement Watch – West Bank, peacenow.org.il. Visited 2 May 2020

[67] Peace Now, Settlement Watch – East Jerusalem, peacenow.org.il. Visited 2 May 2020

[68] Noa Landua and Reuters, “After Netanyahu Commits to Future Annexation, Trump Says It’s ‘now off the table‘,” Haaretz News, 14 August 2020

[69] United Nations Conference on Trade and Development, “Report on UNCTAD Assistance to the Palestinian People: Developments in the Economy of the Occupied Palestinian Territory,” 22 July 2019:7

[70] Office for the Coordination and Humanitarian Affairs. “Area C of the Occupied West Bank Key Humanitarian Concerns,” August 2014

[71] UN Office For the Coordination of Humanitarian Affairs,” West Bank| East Jerusalem Key Humanitarian Concerns,” 21 December 2017

[72] The Other Jerusalem, “Frequently Asked Questions,” theotherjerusalem.org

[73] B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, “List of Military Checkpoints in the West Bank and the Gaza Strip,” btselem.org/ Visited 2 May 2020

[74] The World Bank, “Prospects for Growth and Jobs in the Palestinian Economy,” November 2017

[75] United Nations High Commissioner for Human Rights, A/69/348, para. 11

[76] The World Bank, “Area C and the Future of the Palestinian Economy,” 2014

[77] Palestinian Central Bureau of Statistics, The Labour Force Survey Results 2019, 13 February 2020

[78] Kav La Oved – Workers Hotline, “Palestinian Workers in the West Bank Settlements,” 7 July 2017

[79] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2018

[80] Nizan Tzvi Cohen, “Defenceless in No-Man’s Land,” (Hebrew) Davar, Workers, Society and economy in Israel, 26 June 2018

[81] Who Profits, company database available at https://www.whoprofits.org/

[82] Who Profits, “The Israeli Occupation Industry”, 2016

[83] UN High Commissioner for Human Rights, “Report on Business Activities Related to Settlements in the oPt”, 28 February 2020:2

[84] The Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights, “Report of the independent international fact-finding mission to investigate the implications of the Israeli settlements on the civil, political, economic, social and cultural rights of the Palestinian people throughout the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem,” 7 February 2013

[85] The International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,2018

[86] (2334 ONLY) UN Security Council Resolutions 242 (1967) and 338 (1973) call Israel to withdraw completely from the territories it occupies. UN Security Council Resolution 465 (1980) calls upon all States not to provide Israel with any assistance connected with the settlements in the occupied territories. Most recently, UN Security Council Resolution 2334 (2016) reaffirmed that Israel’s establishment of settlements in the oPt “has no legal validity and constitutes a flagrant violation under international law”.

[87] International Court of Justice, “Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory,” ICJ Reports, 2004:136-203

[88] International Court of Justice, “Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory,” ICJ Reports, 2004:136-203

[89] UN Office of the High Commissioner for Human Rights, “Statement on the Implications of the Guiding Principles on Business and Human Rights in the Context of Israeli Settlements in the Occupied Palestinian Territory,” 6 June 2014:1 (footnote 2)

[90] UN Office of the High Commissioner for Human Rights, A/HRC/37/39/, para. 41

[91] United Nations Office of the High Commissioner of Human Rights, “Guiding Principles on Business and Human Rights,” 2011

[92] Human Rights Watch, “Occupation Inc. How Settlement Businesses Contribute to Israel’s violations of Palestinian Rights,” 2016; Ministry of Economy and Industry, “The Law for the Encouragement of Capital Investment, 1959” (Hebrew), gov.il

[93] Yad2, “Industrial Zones in Beit Shemesh and the Area”, (Hebrew), yad2.co.il/. Visited 20 July 2020

[94] Michal Margalit, “Industrial zones in the settlements are not moved by the labelling of products” (Hebrew) Globes, 21 May 2012

[95] Ministry of Economy and Industry, “List of companies Approved for Investment in 2019,” (Hebrew), economy.gov.il. Visited 20 July 2020

[96] United Nations High Commissioner for Human Rights, A/HRC/37/39

[97] Israel Ministry of Tourism, “Inbound Tourism Survey Annual Report 2018,” June 2019

[98] Who Profits – The Israeli Occupation Industry, “Touring Israeli Settlements: Business and Pleasure for the Economy of the Occupation,” September 2017

[99] Melnitcki, Gili, “Israel bans tour groups from staying in West Bank, then backtracks,” Haaretz News, 24 April 2017

[100] Who Profits – The Israeli Occupation Industry, “Touring Israeli Settlements: Business and Pleasure for the Economy of the Occupation,” September 2017

[101] The World Bank, “Enhancing Job Opportunities,” June 2019

[102] Ministry of Agriculture and Rural Development, “The Agricultural Sector in Israel Economic Overview 2018,” (Hebrew) June 2019

[103] Jordan Valley Research and Development, “Agriculture in the Valley.” (Hebrew)

[104] Peace Now, “The Jordan Valley,” 2017

[105] Amnesty International, “Troubled Waters: Palestinians Denied Fair Access to Water,” 2009

[106] The Jordan Valley Research and Development, “Settlement and Agriculture United Across Generations,” (Hebrew) mop-bika.org.il/. Visited 22 June 2020

[107] Daniel Haosler, “The Date Sector,” (Hebrew) Israeli Ministry of Agriculture and Rural Development, May 2017

[108] I Love Tamar, “Hadiklaim – a Close Up,” (Hebrew), palms.ahoyleads.co.il/. Visited 22 June 2020

[109] Tom Anderson and Eliza Egret, “Apartheid in the Fields,” 2020

[110] The European Commission, “Interpretive Notice on indication of origin of goods from the territories occupied by Israel since June 1967,” 11 November 2015

[111] Palestinian Central Bureau of Statistics, Labour Force Survey 2019 (Q3), 7 November 2019

[112] Adam Hanieh, Lineages of Revolt, Issues of Contemporary Capitalism in the Middle East. Chicago: Haymarket Books, 2013

[113] United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, “Demolitions in the West Bank Undermine Access to Water,” 15 April 2019

[114] Dror Etkes, “Israeli Settler Agriculture as a Means of Land Takeover in the West Bank,” August 2013

[115] General Union of Palestinian Women, ”The Situation of Women and Girls in Palestine,” (Arabic) May 2018

[116] Ministry of Economy and Industry, “Information on Industrial Zones,” (Hebrew), Visited 23 June 2020

[117] Tali heruti-sover, “Peak in the employment of Palestinian workers in Israel: More than 100,000 legal workers” (Hebrew) The Marker, 31 August 2017

[118] United Nations Office of the High Commissioner, “UN rights office issues report on business and human rights in settlements in the occupied Palestinian territory”, 31 January 2018

[119] The Democracy and Workers Rights Center-Palestine, “Executive Summary of a study on Palestinian wage workers in Israeli settlements in the West Bank – Characteristics and Work Circumstances”, dwrc. org

[120] Ministry of Economy and Industry, “Information on Industrial Zones,” (Hebrew), economy.gov.il/. Visited 23 June 2020

[121] Who Profits – The Israeli Occupation Industry, “Industrial Zones in the Occupied West Bank,” whoprofits. org/. Visited 23 June 2020

[122] Israeli Builders Association, “Construction and Infrastructure Sector 2018 Development and Forecast for 2019-2020,” (Hebrew), June 2019

[123] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020.

[124] Amitay Gazit, “ Contractors: The Ban of Palestinian Workers’ Entry Due to Corona Will Delay the Delivery of 70 Thousand Flats,” (Hebrew) Calcalist, 16 March

[125] Yael Dral, “Builders Association: only 35% of Construction sector in Full Operation,” (Hebrew) TheMarker, 13 April 2020

[126] Amitay Gazit, “ Contractors: The Ban of Palestinian Workers’ Entry Due to Corona Will Delay the Delivery of 70 Thousand Flats,” (Hebrew) Calcalist, 16 March 2020

[127] Palestinian Central Bureau of Statistics, Labour Force Survey Results 2019, 13 February 2020

[128] The Histadrut, “Collective Bargaining Agreement in the Construction and Carpentry Sector,” (Hebrew) On the Scaffoldings, Histadrut Magazine, August 2015

[129] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020.

[130] From interview conducted with WAC-MAAN – Workers Advice Center

[131] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020.

[132] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020:24

[133] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020.

[134] Wifag Adnan and Haggay Etkes, “Illicit Trade in Work Permits for Palestinian Workers in Israel: Current Conditions and Approved Reform,” Bank of Israel, 25 September 2019

[135] Government decision 3431, Section 9

[136] Ahmad Abu Amer, “PA Seeks to Protect Rights of Palestinians Working in Israel,” Al-Monitor, 30 October 2019

[137] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020.

[138] The Histadrut, “Collective Bargaining Agreement in the Construction and Carpentry Sector,” (Hebrew) On the Scaffoldings, Histadrut Magazine, August 2015

[139] B’Tselem – The Israeli Research Centre for Human Rights in the Occupied Territories, “Palestinians With Work Permits Must Arrive at Checkpoints before Dawn, Undergo Humiliating Inspection,” 9 June 2013

[140] B’Tselem – The Israeli Research Centre for Human Rights in the Occupied Territories, “Restrictions on Movement,” 11 November 2017

[141] United Nations Conference on Trade and Development, “Report on UNCTAD Assistance to the Palestinian People: Development in the economy of the Occupied Palestinian Territory”, September 2017

[142] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020.

[143] Machsom Watch – Women for Human Rights and Against the Occupation, “Collective Blacklisting as a Tool of Deterrence,” 13 December 2018

[144] Yuval Azulai, “Crossing Point Workers will prevent the passage of 70 thousand Palestinians”, Globes, (Hebrew) 2 December 2017

[145] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[146] Population and Immigration Authority, Concentration of Contributions (Employers) and Deductions (Employee) from the Wages of Palestinian Workers in Israel (According to Sector) As of January 2020. (Hebrew)

[147] Ministry of Finance, “Income Tax Grading, Social Security, Health Insurance, Income Tax, Organisation and Cost for Employers,” (Hebrew) 21 January 2020

[148] The World Bank, “Economic Monitoring Report to the Ad Hoc Liaison Committee,” 19 April 2016

[149] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018:24

[150] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[151] Kav LaOved – Worker’s Hotline, “Worker’s Rights in the Time of Corona,” 23 March 2020

[152] Or Kashti, “Israel’s Top Court Blasts State for Misuse of Palestinian Workers’ Sick Fund,” Haaretz News, 26 December 2019

[153] Or Kashti, “Israel’s Top Court Bars State from giving $62m in Sick Pay Owed to Palestinian Workers,” Haaretz News, 14 November 2019

[154] Tali Heruti-Sover, “Israel Seeks to Increase Enforcement and Protection for Palestinian Workers in Israel,” Haaretz News, 1 May 2019

[155] Nami Tzoref, “Amitim to Manage the Pension Fund for 90- thousand Palestinian Workers,” (Hebrew) Calcalist, 23 August 2020

[156] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018:29

[157] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[158] Population and Immigration Authority, Concentration of Contributions (Employers) and Deductions (Employee) from the Wages of Palestinian Workers in Israel (According to Sector) (Hebrew). www.gov.il/. Visited 25 August 2020

[159] Population and Immigration Authority, “Regulations for Collecting Constitutions and Deductions from the Wages of Palestinians In Israel’s Construction Sector,” (Hebrew) 14 March 2019

[160] Ministry of Labour, Social Affairs and Social Services, “Safety Directorate’s Activity in the Employment Department,” (Hebrew) 2019

[161] Ministry of Labour, Social Affairs and Social Services, “Safety Directorate’s Activity in the Employment Department,” (Hebrew) 2019

[162] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[163] Maayan Niezna, “The Occupation of Labour: Employment of Palestinian Workers in Israel,” Kav LaOved – Worker’s Hotline, 2018

[164] Li Yaron and Noa Shigel, “The 14th Fatality this Year: 28-year Old Worker Dies from Collapsing Scaffolding,” (Hebrew) Haaretz News, 22 April 2019

[165] Ministry of Labor, Social Affairs and Social Services, “Safety Directorate’s Activity in the Employment Department,” (Hebrew) 2019

[166] Dotan Levy, “Nine Explanations for Why Construction Workers Will Continue to Die in Israel,” (Hebrew) Calcalist, 1 November 2018

[167] Ministry of Labor, Social Affairs and Social Services, “Safety Directorate’s Activity in the Employment Department,” (Hebrew) 2019

[168] Oded Ron, “Life Inspection: Safety Inspectors for the Past Three Decades,” (Hebrew) The Israeli Democracy Institute, 28 April 2020

[169] International Labour Organisation, “The situation of workers of the occupied Arab territories,” 2020:32

[170] Ministry of Labor, Social Affairs and Social Services, “Safety Directorate’s Activity in the Employment Department,” (Hebrew) 2019

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