Il monumentale rapporto sulla morte di un bambino palestinese sulla New York Review of Books è una critica al razzismo del sionismo

Mar 28, 2021 | Riflessioni

di Philip Weiss,  

Mondoweiss, 23 marzo 2021. 

Abed Salama con una foto di suo figlio Milad. Di Ihab Jadallah, pubblicato con il suo permesso. Per The New York Review of Books, marzo 2021.

Quando noi giornalisti cerchiamo di mostrare il baratro della situazione palestinese spesso ci riferiamo agli omicidi israeliani che hanno avuto il titolo in prima pagina, atrocità i cui confini morali sono netti. La cosa stupefacente del pezzo monumentale di Nathan Thrall su The New York Review of Books è che riguarda una morte di cui pochi al di fuori di Gerusalemme Est hanno sentito parlare. Nel 2012, un bambino palestinese di 5 anni fu coinvolto in un incidente subìto da uno scuolabus nei Territori Occupati e suo padre trascorse una giornata straziante cercando tra ambulanze, autobus e ospedali per capire se suo figlio fosse vivo.

La saga della ricerca di suo figlio Milad da parte di Abed Salama ha una forza primordiale. Ma Thrall racconta la storia per dare un messaggio ai lettori americani: le vite dei Palestinesi sono sostanzialmente sacrificabili nella visione sionista della terra da colonizzare. La strada stretta e tortuosa in Area C appena fuori da Gerusalemme Est dove Milad e altri sei furono uccisi; la mancata revisione del bus senza dispositivi antincendio andato a fuoco; la cava israeliana sul territorio occupato da cui veniva il camion che distrusse lo scuolabus; i sistemi di pronto soccorso israeliani a pochi isolati di distanza che ignorarono spensieratamente Milad perché palestinese; i servizi di emergenza palestinesi inefficaci e frammentati, che riflettono i confini burocratici israeliani a protezione delle colonie ebraiche: tutto questo perché Milad aveva la sfortuna di vivere in un bantustan (come lo descrisse persino Ariel Sharon).

Thrall narra la sua storia con distacco e precisione, ricordando Hiroshima di Hersey; ma è alimentato dalla rabbia contro i “valori fondanti” del sionismo, che esaltano la colonizzazione ebraica delle terre bibliche e non assegnano umanità alcuna ai Palestinesi, e questa rabbia cresce in ogni lettore di questa storia; così molti miei amici hanno fatto girare il suo articolo questa settimana.

La storia è importante a causa della sua fonte, The New York Review of Books, che ha un pubblico elitario e ha sostenuto il sionismo per decenni, con qualche piccola eccezione. E anche perché tutta l’umanità in questa storia avvincente è palestinese. I soli personaggi ebrei sono leader, giudici e intellettuali israeliani di cui Thrall cita i discorsi che essi fanno per giustificare la pulizia etnica, l’apartheid e il furto delle risorse palestinesi. L’articolo include lunghe parti sull’ideologia e la storia sionista che si riducono a una semplice verità: il sionismo applicato è razzista. E l’occupazione dura da 53 anni perché è solo una continuazione del progetto di cacciare i Palestinesi dalle terre a est dei confini ONU, un progetto che i sionisti laburisti hanno iniziato nel 1948. Un primo ministro, Golda Meir, ha parlato apertamente di “sbarazzarsi” degli Arabi; un altro, Levi Eshkol, di cacciarli per “soffocamento”.

Solo i liberali americani si illudono rispetto alla realtà.

Durante la campagna per le elezioni presidenziali, Joe Biden ha ripetutamente detto che il “silenzio è complicità”. Ma Biden non stava di certo pensando a Israele e alla Palestina, perché nel caso della dominazione etnica di Israele sui Palestinesi gli USA non sono semplicemente complici con il loro silenzio, sono compartecipi. 

Il mio lavoro consiste nel segnalare i cambiamenti significativi nel discorso dominante negli Stati Uniti a proposito di Israele e Palestina e questo pezzo si occupa proprio di questo. Ci sono state diverse svolte importanti nell’ultimo anno, dal rapporto di B’Tselem secondo cui Israele mantiene un regime di apartheid di supremazia ebraica, ai sionisti liberali Ian Lustick e Peter Beinart che chiedono un solo stato democratico, alla calda accoglienza del romanzo antisionista di Susan Abulhawa, Contro un mondo senza amore, al crescente consenso nella base del Partito Democratico per una pressione degli Stati Uniti su Israele e non sui Palestinesi (rispettivamente indicati come obiettivo dal 53 e dal 29% degli intervistati nell’ultimo sondaggio Gallup). 

La sinistra sta ora guidando la discussione all’interno del Partito Democratico e non può passare molto tempo prima che la nostra politica cominci finalmente a rispecchiare gli ideali democratici.

Ma ci sono muri da abbattere e il pezzo di Thrall è un colpo di mazza. La demolizione dei valori sionisti è indirizzata da un Ebreo americano verso gli Ebrei americani, in una pubblicazione che è un tipico esempio della vita intellettuale ebraica. Il pezzo si conclude brutalmente contrapponendo la sfortuna di Milad alla buona sorte della figlia di Thrall, “una ragazza ebrea che vive una vita di privilegi dall’altra parte del muro”.

Jonathan Ofir definisce l’articolo un “capolavoro”. Donald Johnson dice, “Thrall mette tutto a nudo. Demolisce completamente le solite stron….”.

Di seguito alcuni estratti dell’articolo che vi consiglio di leggere.

I sionisti liberali elogiano Israele come una “democrazia ebraica”, ma forniscono una copertura alla politica dei bantustan:

Per oltre mezzo secolo, il dilemma strategico di Israele è stato la sua incapacità di cancellare i Palestinesi, da un lato, e la sua riluttanza a concedere loro diritti civili e politici, dall’altro. Spiegando la sua opposizione a dare ai Palestinesi in Cisgiordania gli stessi diritti dei cittadini palestinesi di Israele, Abba Eban disse che c’è un limite alla quantità di arsenico che un corpo umano può assorbire. Tra i due poli dell’espulsione di massa e l’inclusione politica, l’infelice compromesso trovato da Israele è stato di frammentare la popolazione palestinese, assicurandosi che i suoi pezzi sparpagliati non possano organizzarsi in un’unica collettività nazionale.

È apartheid, come sperimentato da Nader Morrar, il paramedico che tentò di salvare i bambini dal bus in fiamme.

Per Nader non c’era dubbio, li avrebbe riportati a Ramallah, anche se erano a meno di un miglio dalla municipalità di Gerusalemme, che ha ospedali migliori. Le ambulanze palestinesi che portano pazienti a Gerusalemme devono attendere ai posti di blocco un imprevedibile lasso di tempo prima che sia concesso o negato il permesso di trasferire la vittima in barella a un’ambulanza israeliana dall’altra parte. Secondo Amnesty International, B’Tselem e altre organizzazioni per i diritti umani, molte persone sono morte perché il passaggio delle ambulanze palestinesi è stato impedito o ritardato.

Tutto attorno all’incidente del bus c’erano colonie israeliane. Ma quelle autorità sono indifferenti.

Un rapporto dell’Autorità Palestinese sull’incidente nota che “le ambulanze israeliane e le autopompe arrivarono in ritardo, dopo la fine delle operazioni antincendio e di soccorso e questo malgrado la vicinanza al luogo dell’incidente di servizi antincendio e di soccorso israeliani, visto che la più vicina stazione israeliana di ambulanze, di emergenza e dei pompieri è a solo un minuto e mezzo di distanza”. Il luogo dell’incidente era a pochi secondi dal posto di blocco di Jaba, presidiato da soldati israeliani, a meno di due minuti di macchina dall’insediamento di Adam e a pochi minuti sia dalla stazione di polizia nella zona industriale dell’insediamento di Sha’ar Binyamin, sia dai servizi di soccorso nell’insediamento di Kokhav Ya’akov.

La soluzione dei due Stati è morta da tempo, e tutti sono di questo parere, ma gli Americani preferiscono illudersi.

[Nell’aprile 2013, il segretario di Stato John] Kerry disse alla Commissione per gli affari esteri della Camera: “Credo che la finestra della soluzione dei due Stati si stia chiudendo. Penso che abbiamo un certo periodo di tempo –un anno, un anno e mezzo o due– o è chiusa definitivamente”.

[L’allora leader dei coloni Dani] Dayan concordava: “Ora siamo, in una qualche misura, a un punto storico del conflitto, per la prima volta dalla Commissione Peel del [19]36-[19]37 che raccomandò la partizione”, ha detto. “La comunità globale comprenderà che questa questione” –la divisione della terra attualmente sotto il controllo di Israele– “dovrebbe essere tolta dal tavolo. Non accadrà. Non perché il mondo non vuole che quella sia la soluzione, ma perché capisce che non è la soluzione, non è realizzabile”.

Lo scorso anno i sionisti liberali negli Stati Uniti si sono di fatto opposti all’annessione, definendola una minaccia alla soluzione dei due Stati. Ma i loro alleati israeliani sono apertamente razzisti.

La principale obiezione della sinistra sionista all’annessione è che danneggerebbe l’obiettivo di avere il minor numero possibile di Palestinesi all’interno dei confini dello Stato ebraico. Uno dei gruppi che sostenevano questa tesi è stato The People Against Annexation, formatosi nel 2020. È stato lautamente finanziato da un membro del consiglio di amministrazione del gruppo lobbistico bipartisan filo-israeliano AIPAC, cioè Stacy Schusterman, la cui fondazione di famiglia sostiene numerosi gruppi di difesa israeliani… The People Against Annexation era guidato dall’ex direttore israeliano di J Street, il gruppo lobbistico a favore di Israele allineato al Partito Democratico a Washington. Tra gli spot prodotti dall’organizzazione vi era un manifesto che demonizzava i Palestinesi come terroristi islamisti…

[Gli alleati dei sionisti liberali] Comandanti per la Sicurezza di Israele… avevano in precedenza lanciato il loro spot anti-annessione, destinato a instillare il timore di perdere il controllo ebraico. Lo spot, affisso su cartelloni in ogni parte del paese e illustrato con i colori nazionali palestinesi, sopra la scritta in arabo “Presto saremo la maggioranza”, mostrava una folla di Palestinesi che sventolavano bandiere e facevano segni di vittoria. In basso, l’annuncio recava un numero di telefono, “[Per spiegazioni] in ebraico”. Quando si chiamava, una registrazione dichiarava: “Siete stufi di questi cartelloni palestinesi? Anche noi lo siamo. Ma spariranno in pochi giorni. Quello che non sparirà sono i milioni di Palestinesi che vivono in Cisgiordania. Loro vogliono essere la maggioranza. E noi dovremmo annetterli? Se non ci separiamo da loro saremo meno Ebrei e meno sicuri. Dobbiamo separarci dai Palestinesi ora!”

Milad è stato ucciso da un autista di camion che lavorava in una cava che depreda risorse palestinesi. I sionisti di sinistra sono complici a pieno titolo di questo crimine.

Dal 1994, Israele non ha rilasciato un solo permesso per cave palestinesi nell’Area C, che contiene la maggior parte dei terreni idonei per le estrazioni. La Banca Mondiale stima che i Palestinesi perdano 241 milioni di dollari l’anno a causa del rifiuto israeliano di concedere permessi di estrazione a imprese minerarie non israeliane. Sette settimane prima dell’incidente, l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva stabilito la legalità della Kokhav HaShahar Quarry, così come di altre nove cave di coloni in Cisgiordania. Il diritto internazionale non lascia dubbi sul quesito se a una potenza occupante sia permesso di saccheggiare le risorse dell’occupato. Le leggi sull’occupazione sono concepite per prevenire la colonizzazione o l’annessione del territorio conquistato. Il saccheggio è un crimine di guerra. Ma l’Alta Corte israeliana, che ha approvato quasi ogni politica internazionalmente vietata che Israele ha compiuto nei Territori Occupati –incluse deportazioni, omicidi, largo uso di detenzione senza processo, demolizioni di case, confisca di terra per colonie ebraiche, e punizioni collettive come coprifuochi di massa, chiusura delle scuole e negazione dell’elettricità a milioni di persone– ha deliberato all’unanimità che Israele ha il permesso di sfruttare le risorse naturali della Cisgiordania. La motivazione data dalla presidente della Corte all’epoca, Dorit Beinisch, che è considerata una giudice liberale in Israele, è stata che il diritto umanitario internazionale, che definisce tutte le occupazioni come temporanee, doveva essere forzato a causa della situazione molto più duratura in Cisgiordania: “Come è stato sostenuto in molte occasioni dalle nostre sentenze, l’occupazione belligerante di Israele nell’Area ha alcune caratteristiche uniche, in primo luogo la durata del periodo di occupazione, che richiede l’adattamento del diritto alla realtà sul terreno”.

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina

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